Cultura Santa Croce Camerina 16/04/2016 00:09 Notizia letta: 4950 volte

Giovan Battista Celestre e il suo tempo

Il testamento
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Abbreviazioni

AGS Archivo General de Simancas
AHNM Archivo Histórico Nacional, Madrid
AHPM Archivo Histórico de Protocolos .............................Notariales de Madrid

1. -
Introduzione

Nella mia ultradecennale frequentazione degli Archivi spagnoli non potevo non imbattermi nella figura e nell’opera di Giovan Battista Celestre.
Risale a molti anni fa il ritrovamento dei primi documenti, ricordo.
In quell’occasione mi limitai semplicemente ad annotare le loro coordinate, forse per un debito d’affetto che nutrivo nei confronti di Santa Croce Camerina, cittadina nella quale lavorai per diversi mesi e a più riprese come dipendente di un locale Istituto di Credito.
Fu, invece, il felice incontro con due santacrocesi, la D.ssa Salvina Fiorilla e il Dr. Gaetano Cascone, a farmi riprendere in mano le carte e orientare sistematicamente la mia ricerca.
Di avermi spronato in tal senso resterò loro sempre grato ma la mia curiosità trova anche e soprattutto la sua ragion d’essere nel desiderio di far conoscere meglio questo grande siciliano.
Non sono e non ho la pretesa di annoverarmi tra i suoi biografi. Del resto il tema della mia ricerca è stato ed è la presenza spagnola nella Contea di Modica nei secoli XVI, XVII, XVIII.
Ho voluto solo dare un modesto contributo per fare anche chiarezza su una vita interessante che decise, in un momento ben preciso della sua avventura politica, di farsi vero protagonista della nostra storia locale.
Sollevare il velo di un’informazione spesso imprecisa e discutibile è l’obiettivo di questo mio saggio, nella speranza che altri – e la mia ambizione si rivolge subito ai giovani – vogliano continuare questo mio scavo solitario delle memorie.
Un particolare ringraziamento va, dunque, agli amici santacrocesi già menzionati, alla Prof. Cosetta Portelli per la preziosa consulenza prestata nella trascrizione dei documenti in latino, all’Archivio Nazionale del Protocollo di Madrid che mi ha autorizzato a pubblicare integralmente il testamento del Celestre, di cui a oggi si sconoscevano l’esistenza e l’ubicazione.
Il mio metodo di lavoro è singolare. Si limita, infatti, solo a contestualizzare i documenti ritrovati e a fornire al lettore trascrizione degli stessi.
Perché io sono convinto che la Storia non può essere fatta d’interpretazioni personali o di citazioni di altri autori –seppur autorevoli - ma soprattutto è tracciata da parole vive che raccontano direttamente le ragioni e i fatti incarnandoli nel loro tempo.
2. –
All’alba del 13 settembre del 1598 spirava, munito dei conforti religiosi, Filippo II di Spagna.
Un uomo del Rinascimento, un burocrate moderno, dalla personalità controversa, odiato e amato, di solito temuto.
La sua agonia ricorda un’altra agonia, quella di G.B. Celestre, così come ci viene raccontata dai testimoni che resero possibile la pubblicazione del testamento alla sua morte.
L’uomo di potere, spogliato ormai di ogni sua prerogativa terrena, si presentava alla misericordia di Dio con la sua anima nuda, come nel celebre dipinto di El Greco “el entierro del Señor de Orgaz”. Era solo accompagnato da una preghiera incessante che il suo rango e le ricchezze accumulate consentivano.
Era molto frequente, a quei tempi, il ritorno a una povertà anche materiale nell’ora del trapasso.
Filippo II spirò mentre ascoltava la lettura della Passione del Vangelo di San Giovanni e, per sua volontà, fu rivestito di un semplice saio francescano.
Il Celestre nel suo testamento così dispone
Ordino provvedo e comando che passato che sarò dalla presente vita, il corpo mio si metta subbito vestito con un’habito de’ padri capuccini (a’ quali se gliene darà uno nuovo) e si prenda uno usato delli loro, e mi si metta sopra le carni cinto del s/to Cordoni, senza camicia discalzo, e solamente con li calzoni de tela sotto, et un canale di sotto la testa. (AHPM)
Juan Gaspar Enríquez de Cabrera, decimo Almirante di Castiglia, conte di Modica, disporrà cent’anni più tardi nel suo testamento, di essere rivestito pure di un saio francescano, di non voler neppure i familiari alle sue esequie, di essere trasferito dalla casa del decesso alla chiesa dei francescani di notte e lì lasciato solo in compagnia di quella comunità orante. (Testamento di Juan Gaspar Enríquez de Cabrera, X Almirante di Castiglia, Conte di Modica, AHPM)
G. B. Celestre spirerà alle ore sei di mattina del giorno 11 aprile del 1615 a Madrid proprio come il suo amatissimo re, Filippo II di Spagna. Lascia il mondo circondato dall’affetto degli amici, del segretario, fra le braccia di Gerónimo Velez de Guevara, uno dei suoi servi più fidati.
Il testamento era stato consegnato al notaio il nove aprile del 1615. Era stato scritto in quattordici fogli ricuciti, chiuso e firmato in presenza del notaio e di alcuni testimoni.
Il Celestre non aveva più l’uso della mano destra com’era accaduto pure a Filippo II. Per questo aveva fatto costruire un timbro e lo faceva apporre dal suo fedelissimo segretario, Antonino La Barbera, ai documenti che richiedevano la sua firma.
Anche in questo caso, il marchese, chiede, davanti al notaio e ai testimoni, al segretario che per l’ultima volta apponga il timbro in calce al suo testamento.
Il timbro non conteneva il suo nome e cognome bensì il titolo che gli era stato concesso il 21 marzo del 1602 da Filippo III (Il Marchese di Santa Croce), che tanto lo legava alla terra e, specificamente, a un territorio: il territorio di Santa Croce.
Alla morte di Filippo II immediatamente il cerimoniale della Corona faceva scattare la successione. Filippo, suo figlio legittimo, ascendeva al trono di Spagna col titolo di Filippo III. (a)
Prima di morire Filippo II aveva benedetto i figli e destinato ore e ore a consigliarli, a raccomandare loro gli uomini di governo che con lealtà lo avevano servito, a sollecitare pratiche che il suo stato infermo non gli aveva permesso di evadere.
Con quasi certezza il Celestre sarà stato tra questi personaggi segnalati.
Me lo fa credere la rapidità davvero singolare con la quale Filippo III ratifica l’autorizzazione in precedenza concessa dal padre a G. B. Celestre a fondare una nuova città. Una richiesta inoltrata al re dal suo Viceré interinale, Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, il 7 novembre del 1596.
Nonostante ancora non fosse trascorso completamente il periodo del lutto, dal palazzo del Pardo il nuovo re si affretta a firmare il 2 novembre del 1598 (a soli cinquanta giorni esatti dalla morte del padre, sic!) il privilegio reale con il quale nasce giuridicamente l’odierna cittadina di Santa Croce. (Doc. n.1, AGS)
Il documento è il frutto di un’attenta politica rivolta a debellare il brigantaggio e il contrabbando in una zona della Sicilia, la Contea di Modica, totalmente anarchica e franca perché spesso sfuggente al controllo della Corona.
La presenza/assenza di un conte padrone, attento solo agli introiti spesso largamente elargiti da una classe ladra di speculatori e da una piccola borghesia rampante e corrotta, aveva molto facilitato l’ascesa sociale di familiari dell’inquisizione spregiudicati e avidi come il Conte di Comiso, gli Statella, ecc...
Presto la contea si era trasformata in un luogo malfamato e inospitale al punto tale che nessun “portero” dell’Inquisizione voleva accettare incarichi per venire ad arrestare o, comunque, a eseguire delle notifiche in questo territorio per conto del Tribunale del Santo Officio. (v. saggio “I banditi eccellenti della Contea di Modica alla fine del Cinquecento” dello stesso Autore, pubblicato su Ragusanews il 31 luglio 2015)
Il Celestre fa espresso riferimento a questa problematica nel suo testamento
“più volte Vicario, e Capitan d’arme in detto Regno (di Sicilia, ndr) per occasioni di molta importanza al suo Real servitio; e beneficio di esso poiche la prima fui mandato per rimediare all’estrema fame che si passava, e provedere le città e terre che non si morissero; e la seconda per estirpare le compagnie di numerosi banditi che vi erano i quali infestavano cattivavano, e maltrattavano quei poveri Regnicoli e rimediai l’uno, e l’altro di maniera, e con tanta sodisfattione dill’Universale e de i Viceré Conti d’Alva e d’Olivares, come constò alla Maestà del Re N.ro S.re (che sta nel cielo).” (AHPM)
Da un attento esame delle carte non mi è stato difficile capire che dietro l’istanza, presentata da Vittoria Colonna, con la quale si chiede l’autorizzazione a fondare una nuova città, si nasconda sempre il nostro uomo.
Il Celestre, infatti, controfirma il 3 giugno del 1606 la petizione che sarà inoltrata al re dal Viceré di Palermo, Lorenzo Suárez de Figueroa, Duca di Feria. Dà anche il visto buono come Presidente del Tribunale del Real Patrimonio.
Le motivazioni per la concessione del privilegio con il quale, poi, Filippo III autorizzerà Juan Alfonso Enríquez de Cabrera, figlio di Vittoria Colonna e conte di Modica, a fondare la città di Vittoria, sono sostanzialmente identiche a quelle già esposte nel privilegio di Santa Croce. (Doc. n.2)
et quia dictum feudum est fructiferum et cum quantitate aquarum et defectu incolarum non est cultum in quo feudo terram et habitationem facere intenditis ex quo erit maximum servitium suae Catholicae Maiestati et commodum Regnicolis ideo quod ob dictam habitationem assicuratur passus nominatus Lu dirillo in quo continuo viatores afuribus derobati sunt quam terram et novam habitationem et populationem absque licentia Regiae Curiae facere non possitis, Nobis propterea supplicare fecistis quatenus potestatem praedictam cum jurisdictionibus et alijs pro ut in privilegio dicti feudi latius continetur, et pro ut alij Barones habent concedere dignaremur. (AHPM)
Il documento di Vittoria in un certo senso ricorda il precedente, di cui a me è parso quasi una replica per il semplice motivo che è stato suggerito e pensato dallo stesso soggetto: Gian Battista Celestre.
3. –
Nel testamento il Nostro ci informa che per ben tre volte soggiornò a Madrid.
E conseguentimente mettendo in consideratione alla Maestà del Re N.ro S.re i continovi, e fedeli miei servigi fattigli in tant’anni, con tanto mio travaglio, e con si gravi interessi, come si può solamente considerare dall’essere stato tre volte in questa sua Corte per suo Real servigio, la prima mandato per ordine di S. Maestà dal Vicere Conte d’Olivares per le differenze che v’erano di giurisditione col tribunale del S.to Officio nil che vi dimorai un’anno e mezo, e mediante la mia diligenza vi si diede quel temperamento che hoggi vi è; e la seconda, e terza col carico di Regente il quale servij (chiamato dalla Maestà sua) la prima volta sei anni con la fedeltà, e sodisfattioni che si sa et hora va per cinque che servo il medesimo con la diligenza et integrità, che al mondo è chiaro; oltri di haver servito in quel Regno solamente di Consigliere dall’anno 1587 essendo stato Giudice del Consistorio, e della Gran Corte Maestro Rationale del Real Patrimonio; Per otto anni Presidente dell’istesso Tribunale. (AHPM)
Per poter capire meglio l’opera del Celestre occorre fare riferimento alla situazione nella quale l’isola si trovava alla fine del Cinquecento.
Allo strapotere del Duca di Terranova, Carlo d’Aragona, Filippo II aveva contrapposto, per un gioco delle parti, l’intelligenza e la furbizia di Marc’Antonio Colonna, la cui figlia Vittoria si trovava a Medina de Ríoseco promessa a Ludovico Enríquez de Cabrera che sposerà nel 1586.
I dissidi tra Inquisizione e Gran Corte, una lotta senza quartieri al banditismo “eccellente” che infestava l’isola, gli scandali amorosi in cui rimase coinvolto per una vita privata molto allegra e discutibile crearono al Colonna non pochi nemici.
Nonostante avesse firmato nel 1580 una “concordia” con il Tribunale dell’Inquisizione, le ostilità contro il viceré continuarono a tal punto che Filippo II decise di convocarlo a Madrid. Al cospetto del monarca, però, il Colonna non giunse mai perché improvvisamente morì proprio in casa del suo futuro genero...(cfr. Vizio nefando e Inquisizione nella Sicilia di fine Cinquecento, saggio dello stesso Autore apparso su Ragusanews il 9 ottobre 2014). Era l’anno 1584.
In questo tempo G. B. Celestre ricopre cariche importanti che lo fanno conoscere e apprezzare proprio alla Corte del Re.
È consigliere nel 1587 essendo già stato giudice del Tribunale del Consistorio e della Gran Corte. È già celebre a Madrid come giurista e come uomo di grande cultura.

4. –
È in questa veste che lo celebra Filippo II nell’atto di concessione del privilegio a fondare Santa Croce.
È sempre in questa veste che Filippo III continua a tenerlo nella debita considerazione quando si tratterà di affidargli alti incarichi.
Subito dopo la morte di Filippo II, il figlio, fragile e immaturo, fece esattamente la mossa che più aveva temuto in vita il padre: farsi affiancare nella gestione del potere da un uomo che da sempre aveva esercitato sul giovane Filippo III un potere strano, un fascino indiscutibile, una morbosa attrazione fatale: Francisco Gómez de Sandoval y Rojas, quinto marchese di Denia.
Il povero Filippo II apertamente si lamentava con Dio di avergli dato un regno ma non un erede. Avendo intuito i disegni del marchese, con un pretesto aveva allontanato il Gomez de Sandoval y Rojas dalla Corte nominandolo Viceré a Valenza.
Ma il marchese era abbastanza astuto per incassare e tacere. Già nell’ultimo semestre di vita, Filippo II dopo tante insistenze decide di richiamarlo di nuovo nella Corte e, alla sua morte, il primo annuncio pubblico fatto dal nuovo re riguarderà proprio l’amico, il suo “valimiento”, cioè il suo ruolo indiscusso e indiscutibile di consigliere di fiducia del re.
L’aspetto del “valimiento” è un’autentica novità nella politica europea.
Sarà subito imitata in Francia dai cardinali Richelieu e Mazzarino, in Inghilterra dal Duca di Buckingham. In Spagna l’esperimento sarà ripetuto, a distanza di qualche decennio, da Filippo IV con Gaspar de Guzman, Conde Duque de Olivares.
In buona sostanza il “valido” è il riflesso del re, la sua proiezione, la sua ombra, la parte di quell’autorità divina che può e anzi deve dialogare col popolo.
Il Marchese di Denia, poi creato primo Duca di Lerma, sarà l’identificazione perfetta di un suddito col suo signore in un gioco diabolico e strano che confonde i ruoli e spesso a volte li inverte.
Il 15 novembre del 1599 a Ferrara Filippo sposò Margherita d’Austria, la figlia dell’Arciduca Alberto, sua cugina prima.
In questo tempo nuziale, chi amministrò il potere in sua vece fu il suo valido.
Questa delega impropria del potere a lungo andare causò dei veri e propri disastri nella Spagna dell’epoca.
Lo strapotere del Duca di Lerma diventò presto insindacabile e strano. Isolava il re per un bisogno intimo di controllo e cura, sostituendosi lentamente a lui anche nelle scelte più banali.
Tutto questo avvenne ininterrottamente dal 1599 per circa quindici anni, più o meno fino al 1615, anno nel quale muore il Celestre.
È ovvio che non si muoveva foglia in quella Madrid che il valido non volesse.
Il valido sistemerà in tutti i posti chiave del potere creature sue di assoluta dedizione o parenti stretti per controllare non solo il re ma, soprattutto, il potere stesso che spregiudicatamente e illegalmente ora esercita.
La decisione di trasferire la Corte e con essa la capitale da Madrid a Valladolid fu un suggerimento del valido che il re eseguì quasi come un ordine.
Il Duca di Lerma, avvicinandolo al suo feudo (Lerma dista pochi chilometri da Valladolid) otteneva un duplice risultato: avere il re sotto mano, quasi in ostaggio, e sottrarlo all’influenza della zia paterna che lo aveva cresciuto e che mal tollerava la presenza del Duca al suo fianco.
Il trasferimento della capitale fu una speculazione vergognosa che appesantì la già critica situazione finanziaria della Corona, resa quasi disperata dal naufragio, a causa di un temporale nel 1606, di quattro galeoni spagnoli nel golfo del Caribe carichi d’argento.
Contingenze e disgrazie obbligarono Filippo III a dichiarare il dissesto delle finanze statali per la quarta volta dopo i tre primi fallimenti del padre.
Il Duca di Lerma, incurante dello stato delle finanze, si arricchiva notevolmente perché in previsione, sotto mano, aveva comprato terreni prossimi alla nuova capitale che furono poi rivenduti come suolo edificabile per accogliere un vero esercito di burocrati e funzionari (circa 60.000).
A distanza di cinque anni, nel 1606, il Duca di Lerma, dopo aver acquistato a prezzi stracciati interi quartieri di Madrid, nel frattempo svuotata della maggior parte della sua popolazione, convinse di nuovo l’instabile re a ripetere l’operazione precedente riportando, questa volta, Corte e Capitale da Valladolid a Madrid, realizzando per la seconda volta profitti ingenti.
Tutto questo, come vedremo più avanti, non poteva passare inosservato.
L’annuncio del trasferimento della capitale da Madrid a Valladolid fu dato ufficialmente il 10 gennaio del 1601 e nel marzo del 1601 avvenne il trasloco effettivo.
Fra gli alti funzionari che seguirono il re a Valladolid troviamo proprio il Celestre.
In contemporanea il giorno 8 marzo il re nomina il Celestre Presidente del Real Patrimonio di Sicilia, un carico di prestigiosa importanza. (Doc. n. 3)
Curiosamente il 15 settembre del 1601, ancora, il re concede, una tantum, all’importante funzionario un bonus di 500 ducati di “aonze Reales castellanos” come rimborso spese per essersi trasferito con la famiglia da Madrid a Valladolid. (doc. n.4)
Il 15 maggio del 1602 il re dà ordine ancora al suo viceré, Duca di Feria, di pagare con la massima urgenza la somma di mille ducati di “aonze Reales castellanos” al Reggente G.B. Celestre come ricompensa per il suo prezioso lavoro svolto. Un altro contributo una tantum, concesso da Filippo III come rimborso spese relativo al trasferimento del Celestre da Valladolid a Palermo dove era stato nominato dal re Presidente del Real Patrimonio. (Doc. n. 5)
A Valladolid il 1º marzo del 1602, in riconoscimento dei suoi alti meriti e –aggiungo io- per il valido contributo prestato nel trasferimento della capitale, dopo aver tracciato nel tempo la storia della famiglia Celestre e della sua fedeltà alla Corona, Filippo III eleva la Terra di Santa Croce a marchesato e G.B. Celestre è nominato suo primo marchese. (Doc. n.6)
5. -
Tutto questo avveniva con il beneplacito del valido, di cui il nostro con molta probabilità era diventato un fervente sostenitore.
A conferma di quest’altra mia tesi è la strana disposizione testamentaria del Celestre riguardante la sua sepoltura.
E morendo in questa Corte ordino, che il corpo mio sia depositato o seppellito nilla Chiesa del Collegio dilla Compagnia di Giesù, nil luogo che alli Padri parerà, al qual collegio lascio per elemosina e per quella ragione che per il deposito o sepoltura li potesse competere cento ducati castigliani, facendosi l’interno, o deposito (o sepoltura -in aggiunta al testo, ndt) suddetto nilla forma e modo che all’infrascritto Don Pietro mio figlio, et al Padre Pietro Fernandez mio padre spirituale, parerà, e così intorno alla sepultura perpetua che il mio corpo ha da tenere si facci come parerà al detto D. Pietro. (AHPM)
Il Duca di Lerma fu nipote del beato, poi canonizzato, Francesco Borgia, duca di Gandia e Viceré di Catalogna.
Francesco Borgia fu intimamente legato ai primi passi in Spagna della Compagnia di Gesù. Dopo due anni di vedovanza fu accolto nella Compagnia stessa di cui divenne anche superiore generale.
Il Duca di Lerma più volte tentò di emulare le gesta del nonno e per questo divenne il più grande sostenitore dei gesuiti a Madrid. Al punto tale da destinare un’ala del suo palazzo a Collegio e Casa Professa. (b)
Il celebre convento delle Descalzas di Madrid era stato fondato con un primo apporto di suore provenienti da Gandia. Accolse le spoglie del beato Francesco Borgia, nell’attesa di finire i lavori di adattamento di alcune depéndance del suo palazzo.
Il Celestre, pur vincolando per testamento il figlio a elargire elemosine cospicue in suffragio della sua anima ad altri ordini religiosi (con particolare attenzione ai francescani), manifesta comunque il desiderio di essere sepolto nella stessa chiesa dei gesuiti che con certezza avrebbe dovuto accogliere le spoglie del nonno del valido. Il suo stesso direttore spirituale è un gesuita, il padre Pietro Fernández.
Non è casuale il riferimento ai gesuiti.
Il desiderio del Celestre altro non è che un’ultima captatio benevolentiae rivolta ad assicurarsi il favore del valido. Nel testamento raccomanda, infatti, al re il figlio Pietro e il futuro genero, Don Giacinto Paternò, primogenito del Barone di Raddusa e promesso sposo della figlia Francesca. Lo fa ricordando al Sovrano i suoi alti meriti e la sua indiscussa fedeltà alla Corona. La raccomandazione è rivolta al re ma sa benissimo, da navigato uomo di potere, che a decidere sarà sempre e solo il valido.
Le trattative tra il Duca di Lerma e il Vaticano per chiedere la restituzione del corpo del nonno, seppellito a Roma, cominciarono nel 1607, quindi erano sicuramente note al Celestre. Il corpo proveniente da Roma fu depositato prima nel Monastero de la Encarnación e poi, come già detto sopra, in quello delle Descalzas. Solo nel 1617 i resti del beato Francesco Borgia furono definitivamente collocati nella Casa Professa con una solenne cerimonia alla quale partecipò il re, la famiglia reale e tutta la corte.
Ma già il Celestre era morto.
Era morto in tempo per non assistere alla caduta del grande uomo di stato.
La regina segretamente informata da una fazione avversa al Duca di Lerma ordinò delle ispezioni che diedero come risultato il suo totale coinvolgimento nelle operazioni più discutibili e scandalose della Corona.
Alcuni dei suoi protetti come Rodrigo Calderón caddero sotto la scure del boia, per un auspicato e tardivo regolamento di conti.
Il Duca stesso sarà allontanato dalla Corte e privato della compagnia del re.
Per salvare la sua reputazione e/o la vita invocherà la porpora cardinalizia, regolarmente concessagli dal papa Paolo V.
Anche se la sua vita cambiò radicalmente, il popolo di Madrid non credé alla sua conversione e spesso alle mura della città apparvero scritte ingiuriose nei suoi confronti.
Nel 1621 a soli quarantaquattro anni Filippo III muore. È rivestito come il padre e il nonno di un saio francescano e composto così sul letto di morte.
Gli succederà il figlio col nome di Filippo IV.
La Spagna volta pagina. Ma il valimiento continuerà nella figura dell’astuto Gaspar de Guzmán y Pimentel Ribera y Velasco de Tovar, III Conde de Olivares, più universalmente conosciuto come il “Conde Duque”.
Nihil novi sub lumine solis!
6. –
Leggere il testamento del Marchese di Santa Croce non solo per me è stato edificante ma è stato anche interessante per capire il grande vincolo di affetto che ha indissolubilmente legato G. B. Celestre alla sua Terra.
Mi hanno commosso la dirittura morale dell’uomo e la delicatezza con la quale trattava la servitù, la nuora, i nipoti, il segretario.
Fra i tanti legati imposti al figlio Don Pietro a favore di diverse chiese di Licata e dintorni curiosamente non dispone nulla a favore della chiesa del suo marchesato.
L’unica spiegazione possibile è che quella chiesa, se già esistente nel 1615, forse aveva ricevuto, lui in vita, ciò di cui più aveva bisogno.
Ma questo curioso interrogativo lo lascio a chi, dopo di me, vorrà continuare ad approfondire la figura e l’opera di Gian Battista Celestre.
(a) Filippo II ebbe quattro mogli. La prima fu la cugina Maria Manuela. Morì nel 1546 nel dare alla luce il principe Carlos. La seconda, per volere del padre Carlo V fu Maria Tudor, di undici anni più grande di lui, uccisa da un tumore maligno. Fu un matrimonio politico, senza nessuna intimità e privo di naturale discendenza. La terza fu Elisabetta di Valois Angoulême, figlia di Enrico II, re di Francia, che gli diede due figlie. Morì per le conseguenze di un aborto. La quarta fu Anna d’Austria, figlia del cugino, l’imperatore Massimiliano, da cui nacque, finalmente, l’erede sospirato: Filippo III.

(b) AHNM Clero – Jesuitas leg. 476/1
Fondazione di Casa Professa a Madrid.
30 Henero 1618
Donazione di Don Francisco Gomez di Sandoval y Roxas, Duque de Lerma, Marques de Denia y Çea, conde de Ampudia, Comendador mayor de Castilla, Sumilier de Corps y Cavalleriço mayor de su Majestad y de su Consejo de Estado, Ayo y Mayordomo mayor del príncipe N.ro Señor.
> Padre Luis de la Palma, Provincial de la Compañia de Jesús de la provincia de Toledo en la cual entre y se comprehende esta dicha villa de Madrid – por virtud de la Comission que para ello tiene del Rev/mo Padre Nunçio Vitteleschi, Preposito general de la misma Compañia de Jesus.
Il lascito è fatto dal Duca in memoria dell’ancora Beato Francisco de Borxa “su señor y abuelo materno que primero fue Duque de Gandia” e poi si fece gesuita. Nella speranza di vederlo presto canonizzato. A tale scopo il Duca di Lerma supplica Vitteleschi che conceda il corpo del Beato custodito nella Casa Professa di Roma, operazione già autorizzata dal papa Paolo V che aveva incaricato il Cardinale Zapata di riportarlo in Spagna.
I lavori cominciarono nel giorno dell’Aspettazione di N.ra Signora e cioé il 18 dicembre del 1617 con un pontificale celebrato proprio dal Cardinale Zapata alla presenza del Re e della Corte. Il corpo del Beato, ricevuto dalle mani del Padre provinciale, da Francesco Porres, primo Preposito della Casa, e da Padre Gabriel de la Vega, primo Rettore del Collegio della stessa città di Madrid, in un primo momento è sistemato alla destra dell’altare maggiore.
In seguito si pensò di costruirgli un tempio più sontuoso da dedicargli dopo la sua canonizzazione.
Il corpo era custodito dentro una cassa di piombo inserita a sua volta dentro un’altra di cipresso coperta di broccato con passamano di oro. Ogni cassa si chiudeva con chiave. Una cancellata di ferro impediva l’accesso alla sepoltura.
La cancellata era chiusa da quattro chiavi dorate. Una di esse la custodiva la famiglia.
Il Duca si obbligò anche a costruire la chiesa e la sacrestia oltre alla Casa Professa nella quale poter ospitare comodamente circa cinquanta religiosi, cedendo case contigue tutte situate nella Calle del Prado.
Per puntuale disposizione del Duca, Casa Professa doveva solo chiamarsi “Casa della Compagnia di Gesù” senza essere dedicata a un santo in particolare. Non appena il Beato Francesco Borgia fosse stato canonizzato, la chiesa avrebbe portato il suo nome.

CREDITI

Archivo General de Simancas (AGS)
Archivo Histórico Nacional de Madrid (AHNM)
Archivo Histórico de Protocolos Notariales de Madrid (AHPM)

Patrick Williams, “El gran valido, el duque de Lerma, la Corte y el gobierno de Felipe III, 1598 -1621, traduzione e revisione a cura di Santiago Martínez Hernández, Junta de Castilla y León, Consejería de Cultura y Turismo, 2010
Alfredo Alvaro Ezquerra, El Duque de Lerma, Corrupción y desmoralización en la España del siglo XVII, 2010
Hugh Thomas, El Señor del mundo, Felipe II y su imperio, traduzione di Carmen Martínez Gimeno, Área Editorial Grupo Planeta, 2ª Edizione, 2013
Geoffrey Parker, Felipe II, la biografia definitiva, traduzione Victoria E. Gordo del Rey, 2010, Editorial Planeta S.A. 2013
Dizionario Biografico degli Italiani, Marc’Antonio Colonna, Vol. n. 27, voce a cura di Franca Petrucci, 1982
Museo del Prado, Madrid
Museo de Bellas Artes Sevilla
Museo Nacional Colegio de San Gregorio Valladolid
Iglesia de Santo Tomé, Toledo
National Gallery di Londra
Kunsthistorisches Museum Wien
Galleria Colonna di Roma
Biblioteca Nacional de España, Inv.68156, I Seccion de Mapas y Planos de la BNE, plano de Madrid del “luminador” Antonio Marcelli databile al 1622

I documenti citati da me trascritti e la riproduzione integrale del testamento saranno pubblicati a cura della Società Santacrocese di Storia Patria.
©Tutti i diritti riservati all’Autore

Un Uomo Libero.
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