Attualità Silvana Grasso su La Sicilia

Casaleggio e la sua capacità di essere maestro

La morte e la sopravvivenza alla morte

E' la webcrazia responsabile dell’egopatia mito-narcisistica o ne è solo l’evento liberatorio?

Dal Sessantotto in poi è diventata d’uso comune la parola “egocentrismo”, sconosciuta prima di quello spartiacque che fu, nei fatti ma più nel sogno, il Sessantotto. Assai presto congedato, in tutta fretta tumulato, senza farne autopsia, così che la causa mortis restasse misteriosa, affidata alla scienza alla demenza o all’affabulazione di quanti, storici psicologi sociologici, ne hanno fatto terreno di coltura per ipotesi, azzardi visionari, manipolazioni.

L’egocentrismo, facies fisiologica rispetto all’egopatia, è ormai “malattia” sociale, reo non confesso soprattutto di faide di coppia. Lo si trova al primo punto d’una lunga lista nelle cause di separazione, primo persino rispetto all’infedeltà, ormai praticata in modo plebiscitario, almeno virtualmente sul web.

Comunque sia, è innegabile che il web è stato ed è locus di tradimenti d’ogni natura, dai tradimenti più banalmente privati a quelli più “socialmente” interessanti. Proprio in questa direzione il web è stato locus d’apostasia del M5s, luogo di disarcionamento del vecchio modus operandi, convalidato da una Politica datata, e l’idea si è rivelata vincente. Certo, come per i nuovi farmaci, dovremo pazientemente aspettare almeno un ventennio d’osservazione, per sapere quali gli effetti collaterali, se tollerabili o fatali, ammesso che tra vent’anni quest’avventura non sia già usurata ed espulsa, proprio come uno smartphone.

I tempi del web e della sua genitrice techne sono “un dattilo”, direbbe la grande Poesia greca, cioè grandi quanto può esserlo il dito d’una mano, e all’interno di questo microtempo si muovono microuomini, effimeri, che «come foglie della fiorita stagione di primavera per breve tempo del fiore di giovinezza» (Mimnermo) godono, prima che la nera Parca intervenga con la sua inappellabile sentenza di morte.

Egopatico non era Gianroberto Casaleggio, un ascetico del web, morto qualche giorno fa, che di sé diceva: «Sono un comune cittadino che con il suo lavoro e i suoi pochi mezzi, cerca senza alcun contributo pubblico o privato, forse illudendosi, talvolta anche sbagliando, di migliorare la società in cui vive». Ma di sé non diceva, lo diciamo noi, la bulimia per arte e libri, di sé non diceva che, come un minatore del Novecento, spicconava la parola, fino al suo cuore, la radice, e perdutamente se ne innamorava e solo per lei abbassava il ponte levatoio della sua ricercata solitudine, condizione essenziale per duellare/amoreggiare, dichiarazione di sfratto d’ogni contaminazione.

Più che come euretès “ingegnereideatore” d’una rivoluzione politica, di Gianroberto ci piace sottolineare quel misto d’utopia e illusione, che non ne fa affatto un giano bifronte, perché utopia e illusione sono speculari, gemini, non duellanti.

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Solo il Tempo dopo la sua morte ci dirà, sciogliendo l’enigma, se Gianroberto sia stato per i suoi discepoli un Magister, un leader naturale, di quelli che non si dimenticano mai, neppure in tempi di discarica emotiva, non differenziata, come i nostri.

Creare, inventare un metodo, non è affatto garanzia di quella caratura magistrale che è Scuola e fa Scuola, oltre lo smantellamento del corpo, oltre le leggi di biologia per cui un cuore smette di battere, un sangue di circolare, e si transita nella muta anagrafe dei morti. Parliamo insomma di quell’“Humanitas”, bacino collettore di straordinarie virtù, che fa, d’una persona capace o geniale, un Maestro.

È il Tempo a conferire questa onorificenza a chi muore, è l’incancellabile tatuaggio lasciato sull’emozione di quanti, discepoli, abbiano tratto da quell’incontro una magnifica metamorfosi, non un plagio. Metamorfosi morale, metamorfosi esistenziale, la cui accensione si deve al Maestro, in vita o morto, poco importa.

Socrate (470/399 a. C.), già in vita Maestro dei suoi discepoli, lo è ininterrottamente da 2.400 anni, perché il Tempo non ossida il carisma naturale del suo Pensiero, il suo sguardo mentale, perennemente volto oltre l’orizzonte della Storia, miope fallace inesatta.

Il messaggio di Socrate, ingiustamente processato, ingiustamente condannato, scelleratamente “giustiziato” è, per il suo discepolo Platone, sublime ed eroico. Il suo assassinio ne fa per l’eterno il testimone di Verità e Giustizia, l’uomo del Dialogo, l’educatore per eccellenza.

La pacata serenità di Socrate di fronte all’ingiustizia che lo condanna è strumento di transustanzazione per i discepoli, dall’umano al divino/mitologico.

In nessun caso l’ingiustizia può generare ingiustizia in chi la subisce.

Sono smarriti i suoi discepoli di fronte alla realtà durissima, per cui dovranno separarsi dal Maestro, per cui non più potranno dissetarsi alla sua fonte di Verità. È un’orfanezza pesantissima da sopportare, l’orfanezza da un Padre etico, ben oltre un padre biologico.

Da questo Padre non possono ancora recidere il cordone che ne ossigena l’anima prima che la mente.

Pensano dunque di salvarlo, facendolo evadere dal carcere, dov’è recluso in attesa d’ingiusta morte, ma al discepolo Critone il Maestro Socrate risponde«Bisogna rimanere fedeli al proprio posto e aspettare con animo tranquillo, e non darsi pensiero né se si debba morire né se si debba qualunque altro male patire, piuttosto che commettere ingiustizia» (Platone, Critone).

 

Inviolabile è dunque il presupposto di non commettere ingiustizia mai.

Qualunque sia stato l’oltraggio, il principio non si discute. In una magnifica serrata appassionata sticomitia, Critone pur deve riconoscere indiscutibile quel principio, oggetto non di vano discorrere ma di vero sentire, di veri princìpi: «Resto fermo a quel che s’è detto e sono d’accordo con te».

Socrate deve convincere Critone che di poco conto è la sua vita, di poco conto la vita d’un essere umano in genere, mentre di gran conto sono le Leggi: «Se mentre noi siamo sul punto di svignarcela da qui, ci venissero incontro le Leggi e la Città tutta quanta e ci domandassero: non pensi con codesta azione di distruggere noi, le Leggi, e con noi tutta insieme la Città? O credi possa non essere sovvertita da cima a fondo quella città in cui le sentenze pronunciate non hanno valore e anzi da privati cittadini sono rese vane e distrutte…. cos’hai da reclamare contro di noi tu che stai tentando di darci la morte? » (Ibidem).

La sacralità della Legge è in sé, al di là della manipolazione truffaldina assassina, che dei delinquenti possano farne. Preservare la Legge è preservare la Famiglia i Figli la Patria, beni inalienabili in ogni Tempo.

La sacralità della Patria è in sé ed è indiscutibile«più della madre e più del padre e più degli altri progenitori è da onorare la Patria, più del padre si deve onorare anche nelle sue collere…. si deve fare ciò che ella ordina di fare, e soffrire se ella ci ordina di soffrire, con cuore silenzioso e tranquillo, lasciarci incatenare se ci vuole incatenare, e se ci spinge alla guerra per essere feriti o uccisi anche questo bisogna fare». (Ibidem).

Erano gli anni in cui in Teatro l’Antigone di Sofocle, figlia dell’infelice Edipo, andava giovinetta incontro alla morte, fiera d’avere sepolto il fratello Polinice, contro ogni divieto del re Creonte, fiera d’avere onorato le Leggi degli dei, leggi immutabili ed eterne, cui cedere anche a prezzo della vita, delle nozze, dei figli.

Delle Leggi terrene e delle Leggi celesti è parimenti custode Socrate. Il rispetto delle Leggi è il suo passaporto per l’aldilà, la sua lettera di referenze per l’oltretomba «se tu o Socrate da qui fuggirai ignominiosamente, ricambiando ingiustizia per ingiustizia, male per male, noncolà le nostre sorelle, le Leggi dell’Ade, ti accoglieranno benevolmente, sapendo che anche noi tentasti di distruggere» (Ibidem).

Questo è un Maestro. Dalla sua morte i discepoli sono vertiginosamente cresciuti in tutto il Mondo, onorando il suo verbo di Giustizia e Verità. Vinto dal suo Maestro Socrate, a Critone non restò altro che «Oh, mio Socrate, io non ho nulla da dire! ». E noi con lui.

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