Economia Catania

Gli scarti del ficodindia, buoni per produrre energia

Anche le spine!

Catania - Il consorzio per la tutela del Ficodindia dell’Etna Dop, costituito nel 2003, dopo un breve periodo di inattività, ha avviato negli ultimi due anni un processo di lavoro per riunire tutti i produttori agricoli della filiera ficodindicola.

Il Consorzio nasce per occuparsi della tutela del fico d'India nell'intento di valorizzarne tutte le parti a cominciare dalle spine utilizzate a scopo dermatologico per continuare con i semi da cui si ottiene un olio dal potere antiossidante per finire persino con la buccia.

L' obiettivo delle aziende che aderiscono al consorzio  è avere un’autonomia energetica grazie agli scarti dei fichi d' India che, attraverso innovativi processi energetici riescono ad essere riutilizzati come fonte di energia.

Di questa tematica si parlerà a “Cambio Vita” il prossimo 13, 14 e 15 maggio, presso Etnapolis a Catania.

Scarti e sottoprodotti delle principali filiere agroalimentari siciliane, sapientemente destinati a impianti per la produzione di biogas, sarebbero in grado di produrre energia verde per 10 mila abitazioni con singole utenze da 3 KWh.

Oppure sarebbero trasformati in bioplastica e bionutrienti per il terreno facendo dei distretti siciliani (aziende dei comparti cereali, agrumi, pesca, ficodindia, carni, caseario e dolce) realtà virtuose che recuperano tutto il recuperabile trasformandolo in valore per se stessi (energia per autoapprovvigionamento) e in beneficio per la comunità e il territorio. In una parola sarebbero aziende "sostenibili".
A quantificare il capitale agroenergetico siciliano è Risorse Smart, giovane e dinamica start-up composta da quattro professioniste impegnate a connetteredomanda e offerta di scarti e sottoprodotti provenienti dal settore agricolo e agroindustriale.
Di recente Risorse Smart ha mappato la situazione nei vari Distretti Produttivi siciliani, raccogliendo dati sulla produzione di siero di latte, residui vegetali, biomasse da cereali, colture in rotazione, ficodindia, sottoprodotti di agrumi e olio d’oliva (pastazzo, sansa e acqua di vegetazione), scarti della macellazione delle carni (pollame e bovina), deiezioni animali. I risultati dei questa indagine sono stati esposti oggi, a Catania, nel corso del convegno sulle Agroenergie organizzato dal Coordinamento dei Distretti Produttivi Agroalimentari e Pesca di Sicilia.Uno studio che a Federica Argentati, presidente del Distretto Agrumi di Sicilia (ente coordinatore del progetto della Regione Siciliana dedicato alla filiera produttiva agroalimentare "I Distretti Agroalimentari in rete nell’ottica della Green e della Blue Economy"), ha fatto dire: "L’indagine di Risorse Smart conferma che abbiamo un patrimonio agroenergetico del tutto inespresso. Un vero giacimento di energie verdi che, opportunamente lavorate, farebbero di ogni filiera un modello di gestione nella direzione della Green e della Blue Economy: ovvero aziende a ridotta emissione di CO2 (green) o a zero (blue).
Una innovazione di sistema che deve partire dalla dimensione micro, ovvero dalle singole filiere, per arrivare a una dimensione macro, dove a vincere ed essere additato ad esempio non è il singolo, ma il modello Sicilia: esempio positivo di economia dove i Distretti Produttivi "pensano in squadra", condividono progettualità, fanno sistema e si rinnovano, rigenerandosi, nella direzione della sostenibilità".Roberta Selvaggi, agronomo e co-founder di Risorse Smart (www.risorsesmart.com), ha chiarito:

"Il vero problema oggi in Sicilia è la mancanza di dialogo tra gli operatori che producono biomasse e le imprese interessate a impiegarle nei propri impianti per la produzione di energia, bioprodotti ed altro. Il divario tra nord e sud in questo settore è molto evidente: al nord oltre 1200 impianti di digestione anaerobica, in Sicilia su 6 autorizzati in Sicilia solo 3 sono operativi (Mussomeli, Comiso e Dittaino). Aziende frammentate e scarsa cooperazione sono causa di questo ritardo".
 

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