Cultura Silvana Grasso su La Sicilia 27/04/2016 09:43 Notizia letta: 1564 volte

La cultura pignorata

Lo Stabile di Catania
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E’ alle porte la 52° Stagione teatrale al mitico Teatro greco di Siracusa. Tre donne in scena, Elettra, figlia d’Agamennone, Alcesti moglie d’Admeto, Fedra matrigna d’Ippolito. Tre grandi autori tragici, Sofocle ed Euripide, greci, Seneca, latino.
Se diversissimi tra loro sono i due tragici greci, non per un fatto d’ana- grafe - solo una manciata d’anni separa Sofocle (497 a. C.) ed Euripide (480) - ma per un fatto di prospetti- va “tragica”, demitizzazione dell’eroe, smantellamento del deocentrismo, ancor più marcata è la distanza dei due con Seneca, filosofo latino del I d. C. Anche Seneca subì, come tanti altri intellettuali d’età neroniana, che il Tempo onora non dimenticando, la ferocia e la follia dell’imperatore, di cui pur era stato illumina- to mentore e consigliere, e da cui fu, pretestuosamente, fu condannato a morte nel 65 d. C., come affiliato alla congiura di Pisone.
Non temano quanti spettatori, classicomani e non, da tutta la Peni- sola e oltre, con ansia attendono, pregustano, un indimenticabile tramonto «tragico» a Siracusa, dal 13 maggio al 26 giugno, calendario degli spettacoli. Essi potranno goderselo il tramonto, goderseli potranno gli stasimi lirici potenti, tornando a casa con un tassello di bellezza in più. Il loro magico momento di Poesia e Mito al Teatro è garantito da un commissario straordinario, l’ingegnere Pierfrancesco Pinelli, nominato a risanare “teste” tosti e debiti dal ministro Franceschini, nel febbraio di quest’anno, dopo guerriglie che, per anni, hanno dissanguato bilancio e sfregiato l’immagine dell’Inda nel mondo.
A questi fortunati spettatori, protetti dal Nume tutelare Pinelli, che pur veste il doppio petto dei nostri tempi, non potrà succedere che, magari tra il secondo e terzo stasimo dell’ Elettra, o tra il primo e secondo episodio dell’Alcesti, un attempato ufficiale giudiziario, col suo fasciuzzo di carte, aventi titolo di pignoramento, blocchi la magnificenza dello spettacolo in ossequio al suo mandato. Devoto a una sentenza più che a Sofocle o Euripide, magari sussurrando, «così è se vi pare», che quel pezzetto di Pirandello lo ricordano tutti.
Non temano affatto, dunque, questi fortunati spettatori. Il loro posto in cavea, già pagato, rimarrà ben saldo, essendo, per storia e fortuna, un posto di ..... pietra, un posto d’impraticabile asporto, dunque!
Il velluto, invece, è materiale facilmente asportabile, docile alla manumissione e, in quanto tale, è stato individuato come oggetto di pignoramento, su tot file di poltrone, al Teatro Stabile di Catania. Qualche giorno fa!
Un Teatro, il Verga, gloriosamente “nato” più di mezzo secolo fa, da passioni vere e gloriose di un gruppo di amici, Turi Ferro, Michele Abruzzo, il notaio Musumeci, Mario Giusti, che poi ne fu Direttore artistico. Nessuna politica strozzina a decidere posti e poltrone, nessuna politica
malsana a decidere chi cosa quando e quanto. Luogo sacro, luogo di culto, voluto da uomini grandi e liberi, che solo dall’arte accettavano raccoman- dazioni! Tempi di bellezza, tempi di libertà.
Lo Stabile nacque dunque da una passione, ma nacque anche da un’ambizione, esportare nel mondo la cultura, la Sicilia, la città di Catania, i suoi talenti, il suo Sturm, la sua innata hypsofilia. Far conoscere la mitologia di una letteratura, nata in Sicilia, ma non siciliana nel senso angusto del confino. Letteratura universale e universa, dunque, be- nedetta da talenti tanto grandi da «colonizzare» il mondo, oltre ogni geografia dei territori, oltre ogni barbarie di costumi.
 Il Teatro, ”nato” nella piccola sala
del Musco, fu nella passione di questi 4 amici, figli d’una Sicilia sana e fiera, assai più che una fonte di spettacoli, pur eccellenti. Fu la magica leva perché la Sicilia di Verga, Pirandello, Capuana, De Roberto, Patti, Brancati, Musco, fosse ovunque inconfutabile paradigma di bellezza. Fosse ovunque magnifico aedo di mito, fosse ovunque messaggero nobile di civiltà. E in questa prospettiva il successo fu immediato inarrestabile enorme, concimato sempre da affluenti straordinari, attori, autori, maestranze.
Nello Stabile dei 4 amici, nato tra un caffè un monologo una battuta e  un arancino, nato libero da servitù politiche, era soltanto l’eccellenza a individuare e scegliere l’eccellenza, e come direzione artistica e come testi per la stagione. Non era certo il feudatario politico di turno, spocchioso cinico e ignorante, a scegliere le sue rozze marionette da piazzare in quell’immensa area di parcheggio, chiamata sottogoverno, che ha creato astinenze e dipendenze, che ha creato debiti immani, fino all’attuale di 4 milioni di euro, e lo sprofondo d’ogni virtù, fino all’attuale pignoramento. E non è questo il peggio!
Il peggio è in quella ferita, poi cancrena, forse amputazione che, in meno d’un decennio, ha svuotato il Teatro di spettatori, lo ha salassato nella stima, nella considerazione, nel rispetto, di quanti lo avevano adottato come luogo di culto in cui farsi “educare”, surrogando un Teatro alla propria debole natività, surrogando un Teatro a una famiglia inadatta, povera di “Parola”, tra questi anch’io.
Giganti tutti in palcoscenico, senza calzare affatto quel coturno che, nel Teatro greco, calzavano gli attori, per innalzare di mezzo metro almeno la statura e sovrastare, in un gioco d’illusione e suggestione, chi, dalla cavea, li guardava recitare, i cantato, ma anche spaventato, ma anche pietoso. La tragedia, infatti, secondo la Poetica di Aristotele, doveva suscitare negli spettatori terrore e pietà, e, proprio in questi sentimenti, realizzare la sua funzione“politica”, cioè educativa.
Qualche giorno fa, nel bel mezzo di «Lear, la Storia», sì proprio Lear, il semileggendario re shakespeariano, s’è presentato a Teatro l’ufficiale giudiziario, con atto di pignoramento al seguito. Se tutto non fosse terribilmente doloroso, impietoso, pensiamo a quaranta lavoratori da cinque mesi senza stipendio, all’angoscia con cui vivono il presente e temono il futuro, potremmo suggestivamente ipotizzare d’una pièce majakovskijana che andava a incistarsi nella pièce classica shakespeariana, a rappresentare il dissenso rispetto alla drammaturgia classica.
Majakovkij e altri intellettuali della sua generazione si opposero al «vecchiume poetico» con rivoluzioni anche di tipo lessicale, sintattico, e con un’assoluta libertà dei caratteri tipografici, firmando il Manifesto del cubofuturismo russo «Schiaffo al gusto del pubblico» (1912), appena tre anni dopo il Manifesto futurista di Marinetti in Italia, di medesimo aroma rivoluzionario.
Che il pubblico diventasse inconsapevole “attore” d’una finzione stimata vera, per poi riprendere lo Shakespeare in palcoscenico, come da cartellone, sarebbe stata una magnifica inventio d’Autore! Ma non è andata così. E’ stato solo l’esercizio d’un atto giudiziario, sollecitato da un’attrice contro lo Stabile, per un debito di qualche migliaio di lire. Un Teatro da anni morente, su cui un’attrice, non siciliana, ha avuto la tempra di recitare il de profundis. Questa, che in apparenza potrebbe leggersi come empietà, è, invece, per noi il primo vero atto di Pietas verso il Teatro agonizzante, il primo atto di denuncia seria e liberatoria verso chi, responsabile oggi del disastro, abbia almeno il pudore di non esercitare la parola a sua difesa.
Vladimir Majakovskij irrequieto cantore della rivoluzione d’Ottobre, superbo interprete della cultura russa post-rivoluzionaria, morì suicida, sparandosi al cuore. Era il 14 aprile del 1930. Non volle considerare nessuna ipotesi di sopravvivenza. Meditò un atto definitivo, assoluto, senza ripensamenti, proprio come la sua Poesia, che mai si voltò indietro. Solo il cuore gli diede questa garanzia, si strinsero la mano come vecchi fidati amici, e un attimo dopo si sparò.
La sua stessa lettera di congedo è da considerarsi un estroso esercizio letterario, «A tutti. Se muoio non incolpate nessuno. E per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare».

Silvana Grasso