Cultura Scicli

Un orologio, una sepoltura e la cioccolata

Storia di Domingo de Cerratón, Sergente Maggiore della Sergenzia di Scicli

Scicli - Domingo de Cerratón, il mitico Sergente Maggiore della Sergenzia di Scicli, è il protagonista di questo racconto vero.
La storia la narra un atto rogato dal notaio Girolamo Miccichè nel lontano 1708.
Un personaggio importantissimo, Domingo de Cerratón, originario di Villanasur, una frazione nel territorio di Burgos (Spagna), “mayordomo” (cioè vero uomo di fiducia e braccio destro) al seguito di Pedro di Colón, duca di Veraguas, discendente da Cristoforo Colombo e dal 1696 Viceré di Sicilia (1).
Domingo arrivò a Scicli da Palermo nel 1699 e vi si stabilì. Il Viceré, suo protettore e amico di tutta una vita, prima che il suo mandato scadesse gli aveva fatto regalare per “i suoi alti meriti” proprio la titolarità della nostra Sergenzia.
In effetti, Domingo sarà la vera longa manus della Corona all’interno di un territorio anarchico come da sempre era stata e ancora era la Contea di Modica.
Nel gennaio del 1704 affittò un palazzo in un quartiere della città, il quartiere Xifazzo, e, in seguito, altre case terranee per ospitarvi definitivamente la sua famigliola e la servitù che erano rimaste a Palermo vicine alla corte vicereale.
La moglie Teresa proprio qualche anno prima gli aveva dato una bimba alla quale era stato imposto il nome di Rosalia, per devozione alla Santa Patrona della città che li aveva ospitati.
Domingo con certezza si sarà innamorato dei nostri luoghi, nonostante ancora fossero ingombrati da rovine e macerie causate dal terribile terremoto del 1693 che aveva sconvolto tutto il Val di Noto.
A Scicli si mise davvero a suo agio. Con molta probabilità raggiungeva rapidamente la capitale dell’isola servendosi di una feluca che teneva alla fonda nel porto di Sampieri e che utilizzava per ispezionare la costa.
Prima di Rosalia la coppia aveva avuto già, quando ancora viveva a Cartagena in Spagna, un figlio, Pedro, che ormai era quasi un ometto.
Un uomo pio e una donna pia, due personaggi esemplari Teresa e Domingo.
Un cavaliere dell’ordine di San Giacomo, lui, con zii inquisitori e giudici potenti a Madrid.
Discendente da una famiglia tra le più prestigiose di Gandia e di Valenza, lei, quella degli Izco Quincoses a lungo intima dei Borgia.
Questa splendida favola, come a volte succede in tutte le cose belle, ebbe purtroppo un epilogo tragico.
Alla fine di un empio giorno, l’ultimo del mese di agosto del 1708, entrambi i ragazzi morirono. Sarà stata sicuramente un’epidemia di colera a ucciderli. (cfr. Don Ignazio La China: Ritrovata la tomba dei figli di Domingo de Serraton. Articolo apparso su Ragusanews il 16.07.2013)
Domingo quasi impazzito, forte di una fede cristiana non indifferente, assecondato da una moglie molto sensibile e buona, cominciò a spogliarsi, come un nuovo Francesco d’Assisi, di alcuni beni importanti di cui prima era piena la sua vita.
Come usava a quel tempo, si facevano dei regali alle comunità monastiche o s’incoraggiavano opere pie e caritative già esistenti con fondazione di messe di suffragio. Con certezza la tela del Cristo di Burgos è stata un suo dono o un dono fatto dalla moglie al Monastero di San Giovanni Evangelista di Scicli.
Domingo si distinguerà in questo senso, dedicando tempo e denaro alla ricostruzione dell’eremo delle Milizie o al sostentamento di una casa di accoglienza che era stata, intanto, aperta presso il monastero di Valverde.
Quasi esattamente due anni dopo la scomparsa dei figli, il cuore di Domingo, però, vacillò. Morirà, infatti, come risulta dall’atto di morte custodito negli archivi della venerabile Matrice di San Matteo di Scicli il 17 agosto del 1710.
Alla sua morte, la moglie, nonostante avesse ancora una giovane età, si ritirò nel monastero di Valverde e là rifondò il monastero con nuove disposizioni e sotto la regola di Santa Chiara.
Per la vita di Madre Teresa della Concezione, questo fu il nome di Teresa da suora e da abbadessa, rimando a Padre Ignazio la China, che sta indagando a fondo la figura e l’opera di questa importante benefattrice.
Insieme abbiamo ritrovato, infatti, gli atti di morte dei figli e di Domingo de Cerratón nei registri della Chiesa Madre di San Matteo di Scicli come sopra scritto.
Ma già tre anni fa avevamo scoperto le lapidi del sepolcro del Cerratón e dei figli, tuttora accantonate in un angolo del campanile della Chiesa del Carmine di Scicli.
Per pia disposizione della moglie, suppongo, i corpi dei ragazzi erano stati inumati ai piedi della Vergine del Carmelo, patrona della città di Gandia dalla quale Teresa proveniva.
Ed ecco entrare ora nel vivo della storia raccontata dal notaio Miccichè.
Dopo la morte dei figli, il Cerratón avanzò una timida richiesta alla comunità dei monaci carmelitani di Scicli cui all’epoca era affidata la chiesa, dedicata alla Madonna del Carmelo. L’istanza riguardava l’ubicazione di una sepoltura “in cornu evangelii” nel presbiterio del tempio.
La comunità monastica si espresse subito favorevolmente e il Cerratón la realizzò con la pietà e l’impegno che l’opera richiedeva e con il vivo desiderio che potesse essere presa a modello da altri.
Nell’atto si descrivono puntualmente le lapidi da noi poi ritrovate. Si fissano giuridicamente i criteri (inamovibilità, divieto di riutilizzo, dovere di ripristino in caso di danneggiamento o rifacimento dei luoghi, ecc...) della concessione.
Domingo de Cerratón, per sdebitarsi di questo permesso ottenuto, omaggia i monaci con un preziosissimo orologio del valore di circa centoventisette scudi.
Per quei tempi avere un orologio non era solo un lusso, era anche una vera e propria comodità.
In una società governata dall’orologio della Matrice, che scandiva il tempo della vita di tutta la città e della valle, poter disporre di un autentico gioiello della tecnica doveva avere lo stesso fascino per l’uomo del Settecento che ha un computer sofisticatissimo per l’uomo d’oggi.
Domingo nel suo passato di capitano di galera era venuto con certezza a contatto con i più importanti ritrovati della scienza e della tecnica, credo che un certo interesse per la scienza dovesse pur nutrirlo.
Nell’atto l’orologio è meticolosamente descritto. La custodia era di color giallo ocra, il meccanismo in rosso rivestito di cuoio.
Domingo lo regala a patto che i monaci non se ne privino mai e, in caso contrario, inserisce una clausola risolutiva della donazione a favore del beneficiato della Chiesa di Nostra Signora delle Milizie.
Il Cerratón era solito inserire in tutte le sue liberalità clausole risolutive nel timore che gli oggetti donati potessero essere dispersi o venduti.
E non aveva tutti i torti!
Il tempo, infatti, in parte gli ha dato ragione.
L’atto di notaio Miccichè ci dà pure delle informazioni a dir poco interessanti sulla comunità che abitava il convento del Carmine nei primissimi anni del Settecento.
Il priore –si legge nel documento - era, infatti, Padre Camillo Salonia. Padre Ignazio Stracquadanio era il suo vice. Angelo Rizzone, Nicola Allibrio e Giambattista Aprile, i sacerdoti. Carmelo Fiacchella, Pietro Alessandrelli, Antonio Fava e Mariano Bongiorno, erano, invece, semplici monaci.
Del Padre Maestro Camillo Salonia e Grutta l’arciprete Antonino Carioti a pag. 521 Vol. II delle Notizie Storiche della Città di Scicli, scrive che si era
“laureato nel 1691. Fu qualificatore e consultore della Santissima Inquisizione di questo regno, Vicario provinciale della Provincia di S. Alberto, priore del Capitolo fatto in Caltagirone nel 1725, socio del Capitolo generale del 1707, secretario del Visitatore generale ed apostolico, e Priore in molte case di sua Religione. Morì egli in Terranova nel 1732, che fu l’ultimo dei Maestri sciclitani per la nuova Riforma introdotta in questo convento.”
A proposito del Padre Maestro Angelo Maria Rizzone, sciclitano, il Carioti c’informa che fu storico e gli attribuisce una nota riferita alla storia della presenza carmelitana a Scicli contenuta negli Annales Carmelitani del Lezzana, quest’ultimo indotto in alcuni errori, secondo il pensiero del Rizzone, sicuramente dal Pirri.
Di lui il Carioti ancora scrive a pag. 521 del testo sopra citato:
“il Maestro Angelo Rizzone, insigne nella santità e molto più che mai pretese o accettò menoma carica della religione, con tutto che più volte ne’ Capitoli volutolo eleggere Provinciale, sempre ne ricusò con somma esemplarità l’offerta. Insigne ancora lo fu nella dottrina, mentre in un giorno dava più lezioni speculative di scienze... fu mio maestro in teologia e prima di me lo fu dell’Abate ...Statella de’ Marchesi e Principi di Spaccaforno, poi dissesi nella Religione della Riforma.”
Figure di primo piano, queste. Elevavano il livello culturale cittadino che doveva essere per forza di cose alto.
Un’ultima curiosità.
I Cerratón facevano un regolare uso di cioccolata. Soprattutto Madre Teresa alla quale la prescriveva il medico.
Non abbiamo fonti documentali certe che attestino l’introduzione della cioccolata nella Contea di Modica già nella seconda metà del Seicento.
I rapporti tra la contea di Modica e Madrid erano frequenti e, soprattutto, intensi a causa della diretta dipendenza militare della Sergenzia (la sede della quale era a Scicli) dal Governo Centrale della Corona.
In verità, sue nomine e provvisioni erano decise scavalcando le autorità isolane, viceré compreso.
La cioccolata era considerata nel Seicento un vero e proprio farmaco e, per questo, era prescritta da un medico. (2)
Va ai gesuiti il merito di aver diffuso la nuova bevanda in tutta Europa a cominciare dalle élite spagnole.
Se arrivò anche nella Contea di Modica prima del terremoto del 1693, con certezza si deve a loro.
La loro presenza nella seconda metà del Seicento tanto a Scicli quanto a Modica fu, infatti, importante, numerosa e significativa.
La coppia Cerratón, aveva vissuto a Valenza, a Cartagena e a Madrid, con un tenore di vita elevatissimo e in ambienti molto raffinati e importanti. Apprezzava sicuramente gli effetti benefici di questo nuovo prodotto proveniente in parte da una zona dell’America Centrale, Veraguas, di cui il suo protettore Pedro Manuel Colón era stato insignito del titolo di duca e nella quale conservava importanti possedimenti.
L’arciprete Carioti a pag. 473 delle “Notizie storiche della Città di Scicli” Vol. II scrive testualmente a proposito della scelta di povertà fatta dalla Madre Teresa della Concezione (al secolo vedova Cerratón):
“Avvezza alla delicatezza de’ cibi non schifò le rozze bevande della comunità, avendosi riserbato solamente tra tutte la cioccolata, che a consulto de’ medici ne mantenne l’uso.”
Una notizia certa, questa del Carioti (3), considerando la grande amicizia che aveva legato, già dal suo arrivo a Scicli, la “Sergentessa” alla zia dell’Arciprete, Anna Impera.
Se non vogliamo ammettere che il Cerratón abbia portato la cioccolata da Palermo a Scicli già al suo arrivo nel 1699, subito dopo il catastrofico teremoto, tuttavia non possiamo più negare il consumo di questa a Scicli nel gennaio del 1704, data ufficiale dell’arrivo della moglie e dei figli.
A distanza di quasi trecento anni, comunque, il Cerratón si fa ancora vivo attraverso dei documenti.
Non sappiamo, purtroppo, che fine abbia fatto l’orologio. Sappiamo, invece, che fine hanno fatto le lapidi.
Le due lapidi (che chiudevano la tomba con le spoglie mortali del sergente e quelle dei figli), rotte e sporche, aspettano un dovuto restauro e, come previsto dall’atto che riporto qui di seguito e da me trascritto, il loro rigoroso ripristino.
Voglio sperare che altri sposino questa mia pietosa e lodevole battaglia nel sollevare il velo dell’indifferenza sulla vita di un uomo che ci amò come figli e ci lasciò le sue sostanze.
Domingo de Cerratón ci scelse, soprattutto, come suoi unici veri eredi. Lo fece per dare ali a un sogno che aveva attraversato tutti i mari del Mediterraneo occidentale e i monti della Vecchia Castiglia per trovare finalmente pace e riposo eterno in mezzo a noi.

(1) Pedro Manuel Colón de Portugal, VI duca di Veraguas. Veraguas oggi è una delle nove provincie nelle quali è diviso lo stato di Panama.
Anche se i duchi di Veraguas rinunciarono ai loro possedimenti d’oltremare in cambio di un congruo appannaggio versato dalla Corona spagnola fino agli inizi del secolo XIX, il loro legame con i luoghi e i prodotti tipici di quelle terre fu fortissima.
(2) Carlo II di Spagna faceva un uso smodato di cioccolata e, da ragazzo, erano famose le sue incursioni nelle cucine del Palazzo Reale durante le quali obbligava i cuochi a preparargliela.
(3) Arciprete Antonino Carioti nacque a Scicli l’1 agosto 1683 da Giovanni e da Margherita Impera e morì il 15 dicembre 1780. (Nota all’introduzione a “Notizie storiche della Città di Scicli, a cura di Michele Cataudella”).
CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa, sez. di Modica
Antonino Carioti, Notizie storiche della Città di Scicli, edizione del testo, introduzione e annotazioni a cura di Michele Cataudella, Vol. II, Comune di Scicli, Ediz. La Grafica
Avvertenza
Condivido in toto quanto scritto dal Cataudella a proposito della trascrizione di un testo latino citato dal Carioti:
“Il passo latino non è privo di smagliature. Ne diamo... un tentativo di interpretazione.”
Purtroppo il latino del Not. Miccichè non è quello di Cicerone. Riconosco pertanto alla prof.ssa Cosetta Portelli il grande merito di aver reso, con generosa applicazione e studio, “accettabile” la forma latina del documento.
A seguire la trascrizione degli atti di morte contenuti nel “Libro dei Defunti della Venerabile Matrice di San Matteo Apostolo di Scicli” e la trascrizione dell’atto di Notaio Miccichè.
“A dì ultimo Agosto mille setticento ed otto 1708

Don Pietro Ambrosio nato a Cartagena figlio leg/mo e naturale dal Sergente maggiore del terzo di Scicli Don Domenico Serraton del Regno di Castiglia, e di Dª Teresa Schincosi di Valenza, Iugali, avendo recevuto li Santi Sacramenti in età d’anni sedici rese l’anima a Dio, il di cui corpo fu sepolto nella Ven. Chiesa del Convento del Carmine per me Arciprete P. Don Guglielmo Virderi.

A dì ultimo Agosto mille setticento ed otto 1708
Dª Rosa nata in Palermo figlia leg/ma e naturale del Sargente Maggre del terzo di Scicli D. Domingo Serraton del Regno di Castiglia e di Dª Teresa Schincosi di Valenza, Iugali, avendo ricevuto il Santo Sacramento della Penitenza, in età di anni nove, rese l’anima a Dio, il di cui corpo fu sepolto nella Ven. Chiesa del Convento del Carmine per me Arciprete P. Don Guglielmo Virderi.

Alli Dieci setti Agosto Mille Setti Cento, e Dieci 1710
Don Domingo Serraton Sergente Maggiore pel terzo pella Città di Scicli, nato nella Città di Burgos nel Regno di Castiglia, marito di Donna Tresa Quincosi, avendo ricevuto li S/ti Sacramenti rese l’anima a Dio/ Il di lui corpo fù sepolto nella Ven. Chiesa del Conv/to del Carmine per me Arcipr. P. Don Guglielmo Virderi.”
Archivio di Stato di Modica sez di Rg:
+
Jesus
Die decimo Mensij Septembris Secunda Ind.ne Millesimo sept/mo octavo 1708=
Gratiae gratijs muto, et condigne sunt compenzandae, nec in alijs Gratiarum favor, et dona profluunt, nisi in illis, in quibus corrispondet Gratitudo. Hinc personaliter coram nobis constituti infratti Rev/di Prior, Patres, et Fratres Ven/i Conventus Divae Mariae Carmelitani huius civitatis nempe Pr. S. Ill. Camillus Salonia Prior, Pater S. Ill. Angelus Rizzone, Pr. Ignatius Stracquadanij sub prior, Pr. Nicolaus Allebrio, Pr. Jo: Baptista Aprile, fr. Carmelus Fiacchella, fr. Petrus Alixiandrelli, Antonius Fava, et fr. Marianus Bongiorno m.n.c. congregati ad sonum campanellae in quadam aula magna Conventij, in qua pro illius negotijs congregari solent, devenientes ad haec R/mus Prior, Patres, et fratres dicti Conventij, et dicto nomine tenentes se nimis obligatos Spett: Don Dominico Serraton viro circumspecto equiti Hispano sub habitu S.ti Jacobi hic Sicli residenti in officio Sargentis Maioris Militiae ordinariae huius Tertij, cuius pietas, affectus, et devotio erga eumdem conventum ab initio, quo hic Siclim pervenit, singulares fuerunt, et hisce temporibus ferventiores perdurant, unde Conventui facta fuerunt in dies quam plurima beneficia, et ultimo tandem fecit in donum traditum quoddam horologium extimabilis valoris = centum caret, et viginti septem faldas apparatus coloris creti, et rubri oxidi, et corio contexti sub conditione annua, ut infra spettabiles ven/es rappresentantes esse maiorem partem familiae omnes concordes, et nemine discrepante cum Iuramento presente, et futuros successores in dicto Conventu in perpetuum, et in infinitum in signum gratitudinis donaverint, et donant, et titulo Donationis absolvant et irrevocabiliter ac irrevocabiliter inter vivos, cunctis futuris temporibus valitura quae nulla ex causa Juris, vel facti, nec actio cuiuscumque ingratitudinis in futurum forte committenda, nec pro quavis alia causa etiam urgentissima in totum, nec in partem revocari possit renitentis beneficium legis fine Concorde revocatione: Donatibus et quibus suis alijs legibus per quas haec ipsa Donatio infringi et irritari possit per tactum pennae mei infracti Notari ut mos est, dederunt, et asignaverunt, ac dant, concedunt, et assignant eidem Spett. Don Dominico Serraton Hispano hic Sicli commoranti, me notaro publico eo habitante, et secus legitime stipulante.
Locum conficiendi in Cappella Maiori eiusdem Venerabili Ecclesiae dicti Conventus, et in cornu Evangelij una sepultura, in qua humari possint cadavera ipsius spett. Don Dominici Donatarij, eiusque coniugis Dominae Theresiae Schincosi nec non cadavera Don Petri, et Dª Rosae filiorum eorumde iugalium qui sub ultimo Augusti pp: unico impiae diei ictu decesserunt, et ambo reperiuntes sepulti in eodem loco donato eo omnes aliorum Consanguineorum, et affinium dicti de Serraton eiusque Coniugis, pro ut eis, et eorum cuilibet placuerit adeoque: sancta donatione praedicta, possit dictus de Serraton quomodocumque ab hodie in antea ei libebit conficere sepultura praedicta latitudinis, et longitudinis proportionatis, cum tumulo et omnibus ornamentis sibi placitis.=
Item partes praedicto concedunt eidem Spett. De Serraton me Notario pro eo et suis iussa stipulante liberam facultatem apponendi in perpetum in eadem Ecclesia prope foveam Arma gentilitia incisa sive in lapide, sive in ligno, nec non cultumm feralem eis cum Armjs domini ipsius de Serraton, ad finem et alij exemplo istorum in exornandis Aediculis Sacris aliisque donandis excitantes, et pariter dictorum insigniorum suorum appositionem dominium sepulturae in perpetum demonstraret, et voluerunt dicti Rev/di Patres, ac se obligaverunt, quod, mortuo dicto Donatario, et eveniente casu quod finiret familia, et iam nullus de eius Domo superesset, dicta Insignia non tollere, vel abradere possint, nec dicta sepultura alijs concedere, et hoc né memoria dicto de Serraton per inpressionem armorum alterius facile confunderet, aut per abrasionem penitus tolleret, et nec per novam concessionem dictae sepulturae ipsi de Serraton iniuria officeret, immo volunt ei dicti Patres prout per se et eorum successores in dicto Conventu in perpetum se obligant, destructo, vel notabilis temporis lapsu, aliquo accidente alterato lapide Armorum de Serraton, illam de novo reficere, et perpetuo tenere collocatam, et appositam in loco, ubi prius posita erat; et in casu contraventionis tam dicta bona donata, quam alia eidem Conventui per ipsum de Serraton donanda statim, et incontinenti transeant, et intelligantur inrevocabiliter donata et acquisita ad Ven: Ecclesiam Divae Mariae Militum extra moenia huius Civitatis, quae vulgo dicitur delli Milichi cum conditionibus in presenti actu appositis, me not. pro Dicta Ecclesia legitime stipulante, et non altero
Totum, et integrum componimentum…
Ad habendumque
Contraentes (se) praedicti Rev/di Patres, et fratres dicti Conventus presentem donationem, et suos componentes superdictum donatum deinceps omni futuro tempore, nomine et proponente eiusdem De Serraton, me not. pro eo et suis jussa stipulante per consortium tenere, et possidere cedereque.
Ut tamen in perpetuum servet voluntas, et conditio sub qua D. de Serraton ad possessionem dicti horologij, et apparatus donavit et aliorum, quae in futurum devotione motus de sua liberalitate donabit dicto Conventui, illa hii (dicti Patres) pro manifestatione veritatis declarare voluerunt, quam conditionem ij dicti Patres: et fratres praesentes et eorum successores in perpetuum observare, et adimplere prout, et se obligant sub pena, ut infra, cioè: d’aver recevuto in dono dal detto di Serraton detto orologio, ed apparato colla proibizione assoluta di non poterli dare et d’ordine del suo superiore supremo à niuna persona di qualsivoglia condizione si fosse per nessuna causa, colore, o formalità, e di non poter nullo modo accommodare detto apparato né in tutto, né in parte, má sempre sino alla loro destruzione e consunzione debbia l’uno, e l’altro restare in Convento e servire per suo solo uso, e commodo, e specialmente in ossequio della Chiesa altrimente facendo, detto orologgio, apparato ed altri che in appresso forse saranno dati dall’istesso spettabile di Serraton al Convento s’intendano, e siano donati inrevocabilmente ed acquistati alla Detta Ven: Chiesa di Nostra S.ra delli Milici, il di cui Procuratore possa liberamente in tal caso senza inperimento d’uomo, e ricorso ad officiali pigliarseli, e detta donazione fatta al Convento sia scrita, e cassa e sotto presente condizione, e pena detti Padri con giuramento per scarico di loro coscienza confessano averli ricevuto, la qualmente promettono sempre adempiere, ed altrimente sono per detta Chiesa delli Milici accettante.
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