Cultura Silvana Grasso su La Sicilia

Il siciliano, che lingua!

Ciullo, detto Cielo

E' stata dura, a dieci anni appena compiuti, fare la prima media alla Macherione di Giarre, in una classe in cui ad alcune ragazzine di ceto piccolo borghese (papà medico, papà avvocato o funzionario di banca), il mio siciliano scatenava un’infantile spocchia da parlanti “Italiese”.
A loro il mio siciliano meticcio, di madre santalfiota e padre macchioto (nato come me a Macchia di Giarre) sarà sembrato idioma da jungla, simile a quello che, per disprezzo, portò i Greci a chiamare Barbari, quei conquistatori del “mondo” che non parlavano greco, ma solo una strana centifruga di suoni gutturali, abbaianti, riconducibili tutti a un indistinto monosillabo «bar-bar-bar», animalesco più che umano.
Avrei potuto benissimo impadronirmene, in meno d’una settimana, di quell’Italiese delle mie compagne. Italiese malinconico, penoso, insensato, da cui ogni musicalità era stata oggetto di feroce espiantato, ma rifiutai. Già allora, calzini corti e codine rosso fuoco con grande fiocco, scazzottavo, seppur inconsciamente, con la Parola. Già allora mi tentava l’avventura pericolosa nelle rapide d’una Lingua, che avesse metrica, musica, nervi, anima, cuore, ma non sapevo come, non sapevo quale.
Feci dunque le mie prime prove in un luogo pericoloso e solitario, ricco di macerie e pipistrelli, locus ideale per le mie sperimentazioni linguistiche. Al tramonto avevamo quest’appuntamento, i pipistrelli ed io. Loro si disponevano, neri e festosi, come una grande corona sulla mia testa ed io mi sentivo la loro proclamata regina.
Fatto sta che la loro l’approvazione, così stimavo quell’allegro volo d’ali sulla mia testa, fu più forte d’ogni infantile stigma, d’ogni stupida discriminazione, di cui nel tempo ebbi chiara la natura e l’efferatezza.
Il Siciliano andava severamente bandito in quanto, questa la communis opinio piccolo borghese, segno di povertà e di analfabetismo. In quanto lettera scarlatta d’arretratezza sulla pelle di chi non aveva una Professione, ma un mestiere, una manovalanza.
Mi salvai da tanto terrorismo piccolo borghese solo perché vivevo nella case popolari, fortino d’un Siciliano “stretto”, ‘ncarcato, barbaro, ma fieramente tutelato. Mi salvai perché mio padre, seconda elementare, vigile urbano, 5 anni di prigionia in Russia, dove ragazzetto solo per un miracolo aveva salvato dall’amputazione le gambe congelate dal gelo, parlava siciliano e russo, ma non parlava italiese.
Nella mia non conclusa appassionante vicenda con la Lingua, sono stata sempre vestale del Siciliano, anche quando non avevo nessun’arma letteraria con cui proteggerlo da ignoranti miscredenti barbari.
Quando ancora, cioè, non potevo sapere quanta “Grecia” e quanto “greco” ci fosse nel Siciliano, quanti millenni di assimilazioni, apofonie, qualitative, quantitative, e quante metatesi traspositive, avessero, di sillabe, fatto miracolo di suoni.
Oggi che dagli atenei dell’Isola è pressoché scomparsa la dialettologia siciliana, sopraffatta dalla Scienza dei linguaggi virtuali di cui è, invece, ricchissima l’offerta, secondo il principio aziendale del massimo reclutamento delle matricole, costi quel che costi, oggi è motivo di grande consolazione e stupore il fatto che, in Tunisia, la facoltà di Lettere dell’università de la Manouba (Tunisi), dal prossimo settembre, dia avvio alla cattedra di Lingua e Cultura siciliana.
Cattedra fortemente voluta da Alfonso Campisi, d’origini siciliane, professore di filologia romanza e mediterraneista, vissuto sempre tra la Francia e la Tunisia.
Questo conferma un’ipotesi: che per apprezzare, tramandare, esportare la Sicilia, la sua Arte, la sua Lingua, il suo Mito, che ne fa un Mito, bisogna non viverci, bisogna non viverla. Solo la distanza ne ristabilisce il Merito, solo l’assenza di quei miasmi che, in Sicilia, avvelenano giudizio e sentimento.
La Sicilia espatria, dunque, nella prestigiosa università tunisina, non solo con la sua lingua, ma con il suo corredo di tradizioni, riti, miti, il suo patrimonio inestimabile di Poesia e Letteratura.
Patrimonio-Culto che incanterà ragazze col burqa, senza burqa, tutte comunque alla ricerca del Bello Poetico, ovunque sia la sua Patria.
Un investimento emotivo e culturale straordinario, che il governo tunisino ha fortemente promosso, economicamente sostenuto, con convinzione ed entusiasmo, riconoscendo e sottoscrivendo l’innegabile magnificenza artistico-culturale della Sicilia, della lingua siciliana.
Di là dal mare, ove 200.000 siciliani sono arrivati, tra ‘800 e ‘900, e hanno vissuto la natività siciliana non come marchio d’infamia, ma come medaglia di merito da portare in bella vista sul cuore, approda quella Sicilia che non è affatto meritorio oggetto di culto per la Politica siciliana, come per la tunisina, ma intollerabile emorragia di danaro per la manutenzione delle aree archeologiche, per la sopravvivenza dei Teatri, per la salvaguardia della Bellezza infinita, e confida magari che, un giorno o l’altro, possa sprofondare come capitò di sprofondare all’isola ferdinandea!
Studenti tunisini, fra quattro mesi, leggeranno Ciullo d’Alcamo, che noi per “affezione” continuiamo a chiamare Ciullo, nonostante il più filologicamente corretto “Cielo”.
Leggeranno i versi di questo fino “menestrello” magico, vissuto alla corte di Federico II (13°), e chissà quante ragazze tunisine vorranno sentirsi chiamare dal loro amato «rosa fresca aulentissima» o «madonna mia» (Il contrasto).
Non ha pace l’amante rifiutato, non gli dà tregua il travaglio amoroso, non gli dà pace il disìo della fanciulla dispettosa «per te non ajo abento, notte e dia, penzando pur di voi, madonna mia».
Resiste la fanciulla crudele, né si muove a compassione, proprio come nella tradizione del “contrasto”: basti ricordare il notissimo ”contrasto” tra il Poeta latino Orazio e la sua Lidia (Orazio, Odi, III, 9). L’archetipo letterario del “contrasto” è quel canto amebèo, cioè a botta e risposta, già collaudato con successo da Saffo, da alcuni poeti dell’antologia Palatina, da alcuni idilli di Teocrito.
Alla fine di questa magnifica ode oraziana i due amanti ritornano l’uno all’altra, consapevoli che “altrove”, in altro abbraccio, non è vita, non è Amore «quamquam sidere pulchrior / ille est, tu levior cortice et improbo / iracundior Hadria, / tecum vivere amem / tecum obeam libens / anche se quello è più bello delle stelle / tu più lieve della corteccia del sughero e più fumantino / dell’inquieto Adriatico / con te amerei vivere, con te felice morire».
Nel contrasto di Ciullo la riottosa fanciulla è disposta a radersi i capelli e monacarsi piuttosto che cedere allo spasimante, «Se di mebetrabàgliti, follia lo ti fa fare / Lo mar potresti arompere, a venti asemenare / l’abere d’esto secolo tutto quanto asembrare: / avere me non pòteri a esto monno / avanti li cavelli m’aritonno».
Ma secondo il topos del “contrasto”, di cui Ciullo ben conosce le sequenze, alla fine la fanciulla cede, non prima però dell’asservimento totale dell’uomo che, ovunque, ha cercato, senza soddisfazione, una donna come lei: «Cercat’ajo Calabria, Toscana e Lombardia, / Puglia, Costantinopoli, Genova, Pisa e Soria / Lamagna e Babilonia e Tutta Barberia: donna non ci trovai / per che sovrana di meve te prese».
E acconsente alle nozze: «Poi tanto trabagliastiti, faccioti meo pregheri / che tu vada adomànnimi a mia mare e a mon peri / Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri / e sposami davanti da la jente / e poi farò le tuo comannamente».
È arma potentissima la Cultura contro l’oscuramento del terrorismo, che ha cercato, con la sua semina di morte, di spopolare e spegnere le spiagge bellissime della Tunisia, il suo mare che al chiar di luna profuma di scirocco, i suoi musei che parlano la magnifica universale Lingua dell’Arte e del Mito.
La Sicilia nobile della Cultura farà scudo alla Tunisia, sorella d’oltremare, ove uomini come i nostri pescano, tribolano, amano, sognano, faticano, coltivando nell’anima un orizzonte magnifico senza fili spinati. Orizzonte color del Cielo. Color del Mare.

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