Cultura Silvana Grasso su La Sicilia 14/05/2016 15:28 Notizia letta: 1993 volte

Bentornato latino, Cicerone val più di una lingua

La folle idea che sia inutile
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E' un omaggio a quel nobilissimo Latino, di cui stiamo per dire. Nell’ante quem, i millantatori tacciono, mentre a cose fatte, a evento prodotto, nel «post quem» dunque, escono improvvisamente fuori, numerosissimi come le lumache dopo la pioggia. E questo branco di millantatori o simili si autocertifica «Profeta»!

Noi che lo fummo nell’«ante quem», ci siamo sempre e solo affidati alla scrittura per dimostrare quanto grande e irrinunciabile sia, soprattutto in tempi d’osannata tecnologia, la Virtù del Latino, quanto insostituibile sia crescere nella placenta del Latino per una tridimensionalità d’azione e d’interpretazione, per una mappamondica visione di etikà ed officia.

CROCIATI ALLA CONQUISTA DEL SANTO LATINO

A pieno titolo possiamo, dunque, dire d’essere stati Profeti e, prima che Profeti, soldati in trincea, crociati alla conquista del Santo Latino, contro quanti, ignoranti supponenti e avventurieri, lo avevano, con tanto di leggi e decreti, cacciato dalla Scuola media inferiore, spacciando per riforma un assassinio, più o meno come si spacciò per incidente aereo la morte di Mattei.

Ogni manomissione operata contro il Latino è da considerarsi un Je confesse d’ignoranza buia insanabile inestinguibile imperdonabile. E’ da considerarsi un attacco Isis all’Intelligenza, alla Padronanza dell’Io, alla Gnosis, alla Doche e potremmo ripercorrere, con migliaia di parole, la magnificenza della Cultura, in senso etico, morale, giuridico, del Latino.

La notizia, tema della nostra riflessione, realizza dunque l’aspettativa e l’attesa di quanti hanno pure, in anni di scempio oscurantismo barbarie ed epilessia culturale, sperato che in Italia non ci fossero solo mausolei di Potere latino deficienti, usi a chiamarsi tra loro, in seduta Parlamentare, col fischio con cui il pastore, a sera, richiama capre e pecore all’ovile. Ed è successo.

Le aziende ritengono, oggi, elemento qualificante, nel curriculum professionale, la conoscenza del Latino, in quanto altamente formativo. Il «nuovo» richiesto oggi dalla produzione è, dunque, proprio quel Latino, seppellito in quanto inutile, se non nocivo, alla managerialità. Almeno tre generazioni, devastate da questo manicomiale presupposto, hanno allertato, massima allerta, sulla pericolosità sociale dell’assenza del Latino che Forma oltre che Informare.

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UN CERTIFICATO SUL MODELLO DEL “CAMBRIDGE”

Sul modello del “Cambridge” inglese, dopo adeguato esame, viene rilasciato agli esaminati un certificato di conoscenza del Latino, verificato su quattro livelli. La consulta universitaria degli studi latini in Lombardia, di concerto con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, cui si deve l’iniziativa, ha organizzato, nei giorni scorsi, il primo test in dieci sedi lombarde. Si sono presentati in 750, ma la crescita delle richieste è già virale, per dirla con il linguaggio dei social.

Grande sostenitore e testimonial del Latino in Azienda è Giuseppe Bruno, general manager di Info Jobs, portale di ricerca lavoro specializzato, un uomo di business e progettualità, non un professore ordinario di Lingua e Letteratura latina.

Il Latino e, ancor più il Greco, non sono un modus, ma il modus attraverso cui Logica Filosofia Etica Umanesimo, tracciano la strada per qualsivoglia attività, senza quell’approssimazione o, peggio, improvvisazione, che si autobattesima «sperimentazione».

Per chi possiede il Latino, in lingua e spirito, questo che noi diciamo è res venialissima, e noi per primi ne siamo convinti, ma per chi, leucemico di globuli latini, pensa che il Latino sia una fastidiosa declinazione, una infìda coniugazione, una molesta sintassi, la nostra apologia di sempre, la ratifica di oggi con certificazione, si configurano come reato grave, come golpe all’ignoranza di Stato. Ma è bene ed è tempo che tanti bisonti, con la corona dare, si vedano, infine, nudi come sono.

CONOSCERE CICERONE È PIÙ CHE CONOSCERE UNA LINGUA

Conoscere Cicerone, che scriveva senza word, è assai più che leggere una Lingua. Le sue parole hanno il sacro peso della Storia della Filosofia della Politica. Il suo modus agendi et intelligendi ha cambiato, irreversibilmente, il Pensiero, e l’Umanità, che pensa e non ruba, gli è riconoscente.

Ininterrottamente all’estero, con sciagurate interruzioni in Italia, la sua patria, dopo 2000 anni l’arpinate Cicerone è un modernissimo classico, un indiscusso magister, sempre e per sempre. Il suo pensiero è attuale, la sua morte, fu ucciso dai sicari di Antonio, è motivo di riflessione e rimpianto, ovunque nel mondo.

Ma può mai l’universa odierna politica, intercettata indagata condannata, rea d’ogni tipo di reato, dottoressa in laurea specialistica e masters, quanto a corruzione, adottare come modello quel Cicerone che poneva al centro dell’agire politico (De officiis, De Legibus, De re publica, Tusculanae Disputationes, De finibus bonorum et malorum) la Virtus, in senso etico e militare, sinonimo di «valore»?

Cicerone fu e resta la magnifica «testa pensante» di un periodo storico in cui la res publica, esautorata da libido corruzione depravazione, spirava sotto i colpi della dittatura d’un generale, che era anche un intellettuale, un poeta, uno scrittore, Cesare.

La lettura e la decriptazione di questo caravaggesco periodo storico possono essere illuminanti per la nostra azzoppata storia attuale, sol che ne mutui spirito e metodo. Cicerone, l’homo novus di Arpino, inquilinus urbis Romae, come di sé diceva, sa ancora, come nessun altro, parlare al mondo intero di Virtù e Politica, nel suo periodare, maestoso come il Nilo maestoso, magniloquente, fluente, senza incrinature mai.

Alle incrinature riservò le Lettere, uno spazio d’intimità, non controllata, dove parlare era confidare, confidarsi, e le confessioni sottendono toni lievi, metriche sobrie, una sintassi comune, affrancata dall’Ufficialità e dall’Ornato.

Non è facile affatto scegliere ora quali excerta proporre di questo Grande, di cui più volte, in latino, abbiamo riletto l’opera tutta, ma poiché la Felicità è al primo posto nei desiderata di tutti gli uomini, abbiamo pensato alle Tusculanae disputationes, libro V. Cicerone, tirando le somme dei precedenti 4 libri, arriva alla conclusione che solo la Virtù genera Felicità, e che dunque vita beata e vita honesta non possono che coincidere e solo in quest’amplesso garantire agli uomini tutti la Felicità. «Quello spartano a un mercante che si vantava con lui d’avere molte navi in mare, dirette a ogni lido, disse non te la invidio per davvero questa tua fortuna legata alla gòmena delle navi. E’ chiaro che nulla va posto nella categoria delle cose che danno felicità, se è possibile perderlo».

LA FELICITÀ DEL SAGGIO NASCE DALLA VIRTÙ

Dunque la Felicità non è affatto un momento ma una condicio permanente, garantita da alcuni rigorosi presupposti del modus vivendi e cogitandi, come la convinzione di essere del tutto autonomi rispetto a ogni condizionamento esterno «Gli Spartani, quando Filippo scriveva loro minacciando d’opporsi a tutte le iniziative che avessero preso, gli domandarono se avrebbe impedito loro anche di morire: ora se un tale carattere l’ha dimostrato il popolo di tutta una città, non sarà molto più facile poterlo riscontrare in un uomo? E quando oltre al coraggio, di cui stiamo parlando, c’è anche la temperanza, a moderare tutti gli impulsi, cosa può mancare al raggiungimento della Felicità?

Dunque le passioni producono infelicità, mentre la calma genera Felicità, dunque solo il saggio è libero da ogni schiavitù, quindi il saggio è felice sempre». Sempre.

Silvana Grasso
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