Cultura Silvana Grasso su La Sicilia 05/06/2016 16:25 Notizia letta: 12 volte

Euripide misogino?

L'Alcesti
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Da sempre diamo la caccia e sfrattiamo i topoi, luoghi comuni frutto d'imperizia ignoranza e codardia. Intollerabili sempre, ma ancor più quando a perpetuare il maligno contagio della contaminazione, siano Letteratura e Filologia. Uno di questi secolari topoi riguarda Euripide, tragico greco (V a.C) contemporaneo di Sofocle, la sua presunta misoginia, che una generazione consegna all'altra, senza avere il coraggio, lo diciamo in greco il thumòs, della sconsacrazione. Si perché certi topoi, assunti come sacri, non possono non passare dalla dissacrazione.
Il nodo è che nessuno o quasi, portato a operare nel senso della dissacrazione, alla fine se la sente di fare mattanza dei luoghi comuni, luoghi comuni che legittimano la verità dell’Autore, consegnata al testo e dal testo consacrata.
Per esorcizzare il topos della misoginia euripidea ci serviamo della tragedia in cartellone quest’anno al Teatro greco di Siracusa, assieme all’Elettra sofoclea e alla Fedra senecana.
Anticipiamo, col procedimento dell’ysteron-proteron, la conclusione del nostro esame.

Alcesti è un’ode alla Donna, al suo eroismo, alla sua personalità, declinata con meditazione e premeditazione, e questa lauda alla regina, giovane sposa di Admeto, Re di Fere, è firmata Euripide!

Qualcosa non torna dunque in quell'accanimento secolare che vuole Euripide detestare la Donna, che vuole a tutti i costi mantenere il cancro della presunzione misogina, oltre il testo, nonostante il testo. Brutta bestia la pre-sunzione nell'accezione latina del termine, brutta e contagiosa, oltre ogni buonsenso e imperio di filologia.
La crociata per liberare il sacro testo euripideo dalla presunzione di misoginia è in realtà assai semplice se il testo vene letto nella sua patria linguistica, il greco, nella sua patria letteraria, La Tragedia, nell’irrinunciabile opera di collazione con i tragici Eschilo e Sofocle.

Il 'metodo' è imprescindibile ove non ci si voglia avventurare in un testo di Letteratura come in una caccia al tesoro!

La fabula, in brevitas, è questa.
Alcesti, giovane sposa e madre di due bimbi in tenera età, offre la sua stessa vita perché la Morte risparmi il suo sposo Admeto e lo lasci vivere. Condizione che Tanato accetta, conducendola con sé agli Inferi «mi trascina uno che non so, mi trascina alla casa dei Morti». Detto così, Alcesti rischia d'affogare nei luoghi comuni (tòpoi) della sposa fedele, innamorata, devota. Rischia anche di restare in ombra il vero movente, che spinge questa giovane donna al sacrificio della vita, che è, senza possibilità di contraddittorio, il testo greco non lo consente, l'affermazione di sé, la celebrazione di sé, la "divinizzazione" di sé. Il suo gesto è la liturgia attraverso cui Alcesti celebra e consacra il suo "femminismo", è lo strumento attraverso cui si sfratta il patriarcato e si fa posto al matriarcato. Alcesti è il traghettamento, dunque, da una femmineità suddita a una femmineità imperante imperativa dispositiva e costruttiva. Euripide sa bene che il Teatro era utilizzato dal Potere politico come cassa di risonanza, che lo spettacolo tragico veniva finanziato dalla Polis, in quanto "educativo" per i polites. In questo delicatissimo equilibrio Euripide deve agire con estrema cautela, rispettando, nelle apparenze, la tradizione ma di fatto disarcionandola. Alcesti deve, dunque, in una prima fase mantenere quelle caratteristiche di sposa servile, che interpretano perfettamente il pensiero dell'ordine sociale, secondo il patron-sponsor della Tragedia, che è la Politica ateniese. L'Autore, fingendo di ricalcare il modello-donna della tradizione, in realtà si garantisce così di poterlo trasformare.

L'Autore, fingendo di ricalcare il modello-donna della tradizione, in realtà si garantisce così di poterlo trasformare. E questa metamorfosi è a totale danno del maschio, dell'uomo, debole, querulo, nient'affatto eroico, tale che, come nel caso di Alcesti, permette alla propria moglie-donna di morire al posto suo, dopo il gran rifiuto di suo padre e di sua madre.

C'è, nel testo, una verità apparente, «Admeto ti ho onorato, muoio, avrei potuto non morire, ed è per te». In questo enunciato di Alcesti, è quell’«avrei potuto non morire» la chiave di lettura per non cadere nell'inganno della verità apparente. Che una donna decida per suo arbitrio è fatto "rivoluzionario" ad Atene nel V a.C. Lo fa Clitennestra (Eschilo), uccidendo lo sposo-re Agamennone, appena tornato ad Argo, vittorioso da Troia. 

Clitennestra, “bipede leonessa”, lo uccide fisicamente il suo sposo «Ahimè, trafitto sono al cuore da una ferita mortale... ahimè ahimè un'altra ferita ancora» (Agamennone, Eschilo) e di quella morte si risana, si ristora “su lui caduto un terzo colpo aggiungo... irrompe dalla ferita un getto violento di nero sangue e mi percuote e mi sembra uno spruzzo di rugiada, e ne gioisco, come di una gioiosa pioggia un campo di grano negli aperti calici delle sue spighe in fiore. (Ibidem) Uccide lo sposo Clitennestra ma, a conti fatti, anche Alcesti lo "uccide", seppur d'un delitto solo concettuale. Morire per lui è l'arma con cui ne uccide la personalità opaca, inconsistente, tremula dinnanzi alla Morte. Due figure in apparenze antitetiche.

Clitennestra e Alcesti, sono assolutamente simili nell'"assassinio sociale" dell'uomo-eroe. Diverse le modalità, l'una ammazza fisicamente, l'altra metaforicamente, ma il presupposto e l'esito sono medesimi.
 

Admeto potrebbe, con uno scatto di virilità, salvare la sua sposa, madre dei suoi figli, che resteranno orfani “La mamma è andata sotterra/ci ha lasciati e sono/orfano ora, per la vita./..Odimi dammi ascolto, ti prego/ mamma, io io ti chiamo/qui in ginocchio, con la mia bocca sulla tua/ io il tuo bambino... Non sono che un faciullo. O padre, e da solo il mio cammi no dovrò farlo senza madre, crudele la sorte che ho avuto... ora che lei è morta anche la casa è morta..”

Si congeda, invece, da Alcesti con la promessa di non dare mai ai figli una matrigna «non ti sposare, non dare una matrigna a queste creature... tu non devi farlo sono io che te lo chiedo». La richiesta d'Alcesti è in realtà un ordine tassativo, di cui il verbo dovere è emblematicamente espressivo. La sua morte ne segna subito la consacrazione, come subito segna la esacrazione-dissacrazione del marito che, per lei, dispone un anno intero di lutto «suono di flauti e battito di lire/per la città non s'oda, ove trascorse/dodici lune non saranno piene. Ché persona più cara nel sepolcro/io non porrò già mai né a me più amica/E degna è che io l'onori, poi che sola/al mio posto ebbe il coraggio di morire» (Alcesti. Il epis.) Morire coraggiosamente, al posto del marito Admeto, accende il faro su Alcesti che, in virtù di questo inusuale gesto, conquista per sé quell’eternità», da sempre esclusivo appannaggio degli eroi.

La demitizzazione eroica, tratto distintivo di Euripide, viene suggerita dall'adesione alla Sofistica, che «centralizzando» l'uomo, non può ignorarne limiti e difetti. Il passaggio dall'eroe all'uomo è esso stesso “tema", pur in forma di fabula, nella tragedia euripidea, basti ricordare Agamennone nell'Ifigenia in Aulide o Ulisse nell'Ecuba. Destoricizzare i personaggi euripidei equivale a delegittimarne la cultura sofistica e la metabolè che tale cultura aveva provocato. Alcesti si pone modello per la figlia femmina che resterà orfana: «Sposa non ti farà la madre tua, né all'ora/di partorire ti sarà vicina a rincuorati quando non c'è amore/che valga quello di una madre. Io devo morire. (Ibidem).

Come si pone modello per tutte le donne di Fere, che vedono in lei, una donna, il nuovo modello. La percezione che Alcesti ha del rovesciamento del ruolo è chiarissima «Gloriare, mio sposo, ti puoi/che la migliore donna un giorno hai sposato/ ed anche voi, o miei figli, d'averla avuta per madre». Solo morendo Alcesti può conquistare per sé quel kléos che, nella tradizione omerica, l'eroe si guadagnava duellando, vincendo o morendo, ma sempre con gloria.

Il finale della tragedia, con ritorno alla vita d'Alcesti, premia proprio la virtù guerriera di questa regina, che mai in vita toccò spada né lancia, ma fortissimamente volle, più di tutto, essere gloriosa morendo.

L'animo sempre rivolto ai figli che dalla sua veste aggrappati piangevano, questa virile madre li affida ad Estia, dea del focolare 'Signora, orfani li lascio, abbine cura al primo dà una moglie che l'ami, fa che l'altra sposi un uomo che nobile sia/e non muoiano giovani, negli anni/ in cui immaturo è morire, come io/oggi perisco. che li ho partoriti/ma sian felici e lieta nella terra/ dei padri intera vivano la vita. (ibidem). Tornò viva alla vita Alcesti, Donna e Madre indimenticabile.


 


 

Silvana Grasso