Attualità La leggenda

Mina: in memoria di Cassius

Ricordo personale

Non ci riesco. Non riesco a chiamarlo Muhammad Ali. Per me è e rimarrà per sempre Cassius Clay. Quello che mi ha fatto capire la bellezza di un gesto che non sarebbe proprio stato tra i miei preferiti. Ma la boxe è un'altra cosa. Lui non faceva a cazzotti. Lui esprimeva il massimo dello splendore, della poesia, della nobiltà. Sua Maestà Cassius Clay era un gioiello. Era il paradigma sovvertito della boxe. Prima di lui nessuno l'aveva interpretata in quel modo. E nessuno si aspettava che fosse proprio un peso massimo a mettere in scena l'esagerazione della leggerezza, della velocità, della danza, della mobilità. Ray Sugar Robinson, tra i più mitici pugili dell'era pre-Clay, aveva fatto il ballerino di professione, ma sul ring non si era permesso una simile confidenza. Né lui né altri. Quando Cassius Clay vime la medaglia d'oro a Roma tutti si resero conto che non si trattava del solito atleta di colore che, nella boxe, cosi come in altre discipline, esprimeva qualità irraggiungibili. Tutti seppero che lui e solo lui sarebbe stato adottato dal mondo in un Olimpo comune e non relegato in quello alternativo per questioni di parametri anatomici e fisiologici. E, visto che era dotato di una intelligenza acutissima, adottò il proprio stile per una dirompente comunicazione. Destinata a tutti. Non aveva voglia di parlare soltanto agli addetti allo sport. Sapeva di avere una audience planetaria e non rinunciò mai a dire la propria verità. Nessuna soggezione, nessuna paura di non essere ascoltato, nessuna paura di non essere approvato da almeno la metà dell'umanità. A pochi uomini era capitato fino ad allora. A pochi uomini ricapiterà in seguito. Poteva tirare cazzotti alla guerra in Vietnam, poteva teatralizzare le sue rivalse nel campo dei diritti e pagava il prezzo delle sue ribellioni con la tranquillità che solo i miti o gli eroi riescono a produrre. Quando voleva e poteva si dedicava alla sua arte. Quella nobile che lui si era permesso di far diventare più elegante e diversa nella tecnica e del tutto unica nella tattica. Il pugilato, che fino ad allora esprimeva fondamentalmente forza, fatto soprattutto di ganci larghi e rari montanti, dopo di lui è cambiato e, per
fortuna, ci ha dilettato con una serie di suoi epigoni che non potevano rinunciare a citare Camino come un prototipo. Possedeva un colpo che sembrava un miracolo: il jab sinistro continuo, asfissiante, mirato alla fronte dell'avversario come a tenergli alta la testa per guardargliela bene e colpirla meglio. È indimenticabile l'immagine di Frazier, con i gomiti in avanti e la testa bassa come quella del toro, che avanza e deve far capire che non si fermerà. Per tre volte si incontrano. Alla "bella", battezzata da lui e dal suo amico Bundini Brown "Thrilla in Manila" (quella che Camion stesso definì come «la cosa più vicina alla morte» che gli fosse capitata), all'inizio della quindicesima e ultima ripresa l'angolo di Frazier ritirò il proprio pugile perché "distrutto" dal jab di Clay. Ma troppi episodi mi tornano alla mente, troppi. Tutti. L'intera storia di Clay attraversa la seconda metà del Novecento senza mischiarsi con i luoghi comuni del tempo. Cambiamenti culturali o tecnologici, guerre, rivoluzioni all'acqua di rose, tragedie vere e simulate, orrori colpevoli, assassini di Stato. Lui va da solo. E obbliga tutti a pensarlo comunque, ogni volta che c'è o che sta nascosto. Continua a essere bellissimo, anche col suo tremare che commuove e che Io incastona nell'immortalità. Il gioiello di un'era, come dicevo. Ti ho amato molto, Cassius. E ti amo ancora.

http://www.ragusanews.com//immagini_banner/1512997998-3-pirosa.gif