Attualità Ragusa 09/06/2016 09:55 Notizia letta: 1605 volte

Lucia Sardo, tra antico e moderno, al teatro Donnafugata

In occasione della festa di San Giorgio
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Ragusa - Lucia Sardo è stata in scena al teatro Donnafugata proprio in occasione della festa di San Giorgio, nella cornice di Piazza Duomo gremita di gente e con quel sottofondo musicale che solo la banda sa creare.

-  Le processioni sono un asse portante della devozione e del folclore in Sicilia ma hanno anche un aspetto molto teatrale, che riesce a coinvolgere tantissima gente. Come se lo spiega?

Sono atti teatrali veri e propri. Riti e rituali, bande e tamburi scandiscono da sempre il tempo in Sicilia: ci fanno rendere conto che è già passato un anno, ci costringono a una ricapitolazione dell’anima. Il teatro ha un linguaggio intellettuale e un linguaggio dell’anima: le processioni usano il secondo. La sapienza antica l’aveva capito: far traballare il corpo di Cristo portato in processione rifletteva quel tremore interiore, quel movimento che segna l’attimo che precede le lacrime. Il teatro deve commuovere, cum-movere, muovere assieme: deve produrre un movimento collettivo dell’anima, come avveniva nel teatro greco.

-Il teatro moderno non riesce più a commuovere mentre le processioni sì?

Oggi a teatro spesso ci si annoia: anche a me capita. È tutto molto intellettuale, c’è una sorta di manierismo, una costante esibizione di bravura di chi invece si cura troppo poco di entrare in contatto col pubblico. Ci si preoccupa di avere una dizione perfetta e si trascura il sentimento. Le processioni hanno le stesse radici del teatro tant’è che noi studiavamo e copiavamo l’arte di strada, compresa quella straniera. Ho passato un sacco di tempo sui trampoli!

-Come si spiega nel 2016 una così alta partecipazione di gente a manifestazioni che mantengono tradizioni antichissime?

Gli antichi erano più collegati all’essenza, avevano più tempo per farlo. Oggi la partecipazione è alta perché si avverte il bisogno di riscoprirla, magari all’inizio inconsapevolmente ma poi si può avere una visione più sottile.

-Quanto è netta la divisione tra chi organizza e chi assiste a una festa o a uno spettacolo?

Per quanto ne dicano i grandi esperti, la comunicazione è sempre un’azione comune. È un percepire la gente, un respirare assieme. Il personaggio di un mio spettacolo dice “il mio respiro tira il vostro e il vostro tira il mio”. Si capisce molto più ascoltando il respiro che le parole: se proviamo un’emozione il nostro respiro cambia. Allo stesso tempo si può innescare il processo inverso: se controllo il respiro posso anche provocare un’emozione.

-Il suo è uno sguardo da Siciliana innamorata della Sicilia eppure ha lavorato molto fuori dall’isola. Perché?

Prima il teatro era di tutti, ora soprattutto al sud è diventato d’elite. In Sicilia non entro nei teatri perché non sono “amica di amici” e neanche voglio diventarlo, non fa parte della mia natura. Un politico siciliano una volta mi disse “credi che la bravura basti?” ma io solo quella ho! Un tempo questa gestione privata dei beni pubblici mi addolorava molto ma ora non mi interessa più, ho rinunciato. L’età porta molta leggerezza.

-“Essenze” è lo spettacolo che porta in scena stasera. Quali essenze salgono sul palco?

Sono gli odori della Sicilia, del ricordo e della nostalgia. L’olfatto è il senso dell’anima, percepisce ciò che è impalpabile. Quando sono partita avevo dato per scontato l’odore, io che a Francofonte mi affacciavo alla finestra e vedevo l’Etna, gli agrumeti, il mare, il canneto e il grano. Credevo che quei profumi fossero normali e invece, dopo averli persi, ora me li godo. Sul palco racconto storie attraverso i profumi, come quelli dei vestiti di mamma, delle dispense di una volta, del giardino di mia zia in Costa Azzurra.

-Molte delle sue ricerche hanno scavato e recuperato testi inediti ma ha anche studiato a lungo il teatro di strada, come le feste di funerale in Tailandia. Cosa la colpisce in queste forme di teatro popolare?

Se rinasco studio antropologia, il perché siamo qui. Non filosofia perché strizza troppo il cervello e a volte bisogna fermare le domande e andare col corpo. L’antropologia è più vicina alla terra e io sono più vicina ai piedi che alla testa!

La Sicilia

Anna Terranova