Cultura Scicli 17/06/2016 23:22 Notizia letta: 5675 volte

Il duomo di San Matteo di Scicli

Simbolo della ricostruzione settecentesca della città
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Scicli - La Ricerca storica a volte riserva sorprese ed emozioni.
Nel desiderio di verificare in ambito locale alcuni importanti documenti da me scoperti tra i fondi dell’Archivo Histórico Nacional di Madrid, mi sono felicemente imbattuto nella problematica della ricostruzione di Scicli devastata dal terribile terremoto del 1693, nella fervorosa devozione a San Guglielmo, nella necessaria ricostruzione del Duomo di San Matteo, raso al suolo dal sisma.
Appena lo sciame sismico si acquietò, i privati, impiegando risorse proprie, sotto la stimolo di una disposizione del Governatore della Contea di Modica, iniziarono a riedificare le abitazioni distrutte.
La scoperta recente di un atto da me ritrovato nel quale il “murifaber” Pietro Lupo rilascia quietanza a Guglielmo Miccichè per quattro case che gli costruì tra il 1694 e il seguente, confinanti con casa di Gregorio Spadaro e il Corso San Michele (v. art. del 28/4/16 “Palazzo Spadaro fu il primo a essere ricostruito” pubblicato su questo giornale on line Ragusanews), è una preziosa testimonianza della rapidità della ricostruzione post terremoto a Scicli.
L’edilizia religiosa stentava, invece, a decollare.
Ricostruire il Duomo era, comunque, un imperativo della coscienza prima ancora della fede.
Purtroppo non si poteva chiedere un contributo alla Corona di Spagna perché l’Almirante di Castiglia, conte di Modica, si era talmente indebitato offrendo come garanzia i suoi Stati da non coprire neppure gli interessi dei debiti.
Bisognava, allora, escogitare un sistema per ricostruire la Matrice.
L’idea fu di smantellare la vecchia arca di argento nella quale erano custodite le reliquie di San Guglielmo per reperire fondi. Fu venduta all’incanto, infatti, e il ricavato servì come fondo iniziale per cominciare i lavori di ricostruzione.
Scegliere un altro sito che non fosse quello dove giaceva in macerie il Duomo, come vorrebbe far credere il Carioti, non fu un’idea neppure negoziabile.
A proposito dello smantellamento dell’arca, si strappò un “ni” a Don Antonio Negri, che aveva sostituito il La Grava nell’amministrazione della Contea, mandato a Modica dal Tribunale del Real Patrimonio di Palermo a valutare la possibilità di un eventuale inglobamento della contea nel patrimonio dell’Isola.
Com’è noto il Negri sconsiglierà a Filippo V quest’operazione.
La furbata dell’arca, autorizzata dal Governatore, grazie alla quale si pretendeva di accelerare tutti i tempi scavalcando il Tribunale del Real Patrimonio, evitando così le sue lungaggini amministrative, non passò inosservata a quest’ultimo che rigettò l’istanza finale per “vizio di forma”. Si obbligavano così i giurati e il sindaco di Scicli all’osservanza delle procedure e si richiedeva una nuova votazione all’unanimità del Magistrato Municipale, dimostrando così a tutta la contea che il tempo allegro dell’Almirante era davvero tramontato.
La debita autorizzazione arriverà puntualmente, porterà tra le firme quella di Baldassarre Arezzo di Sanfilippo, una mia vecchia conoscenza, il vero machiavellico ideatore della truffa ordita dall’Almirante ai danni della Corona spagnola, quando già quest’ultimo sapeva di avere le ore contate e un giudizio sulle spalle per lesa maestà.
L’arca così smontata sarà venduta a un’asta pubblica col metodo della candela vergine. L’acquirente sarà Scolaro di Modica.
Il dettaglio di tutta quest’operazione e la storia della ricerca dei fondi per la ricostruzione sono contenuti in un libro giornale che abbraccia il primo quarto di secolo. In esso figurano annotati scrupolosamente oltre agli introiti i pagamenti a capi mastri che lavorarono nel cantiere di San Matteo, i pagamenti per i materiali e per il loro trasporto.
Furono nominati, infatti, dei deputati che avevano come scopo di controllare il tesoriere, incaricato di custodire il ricavato della vendita dell’arca e le elemosine che liberamente i cittadini devoti elargivano a un comitato civico creato ad hoc da notabili della città.
Fra i più attivi figura proprio Gregorio Spadaro.
La scritta che ancora oggi campeggia, scolpita nella pietra del frontespizio della Matrice: “Cum elemosinis civium restituta D.O.M .”, fu, in effetti, il motto di tale comitato.
Il libro dei conti è fatto di molte pagine, alcune scritte in italiano, altre in latino.
Trascrivere questo materiale richiede da parte mia molto tempo e molta pazienza.
Spero, comunque, che, al ritorno da Madrid, possa avere tutto pronto per la pubblicazione e così contribuire, con Paolo Nifosì e altri studiosi di storia patria che si sono egregiamente occupati dell’argomento, ad aggiungere un’altra tessera al mosaico del nostro passato.
Il Duomo di San Matteo fu un monumentale ex-voto innalzato “nemine discrepante” dai sopravvissuti al loro santo Protettore.
Purtroppo le vicende ottocentesche raccontano, come tristemente sappiamo, un sacrilegio che pesa ancora sulla coscienza della Città.
Eppure San Matteo, il Duomo, l’antica venerabile Matrice, è ancora là, a dispetto di chi lo sfregiò, a ricordarci quella vergogna e quella infamia.
A forza fa parte della nostra vita. È forse l’ultima e unica cosa di un glorioso passato che oggi ancora ci resta: tangibile, ieratico scrigno di una memoria collettiva che neppure il terremoto ha saputo seppellire mai completamente o completamente distruggere.

Un Uomo Libero.
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