Attualità Modica 02/07/2016 14:50 Notizia letta: 3463 volte

In ricordo del professor Saverio Terranova

Strettamente personale
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Modica - La prima volta che conobbi il prof. Saverio Terranova fu al Liceo fu per caso. Ero al biennio mentre lui insegnava storia e filosofia al triennio in una sezione differente. Fece un’ora di supplenza nella mia classe. Sembra ieri.

A differenza dei professori che sono già spaesati nella gestione delle loro ore ordinarie, che devono prepararsi il pomeriggio prima per fare lezione l’indomani, il prof. Terranova non ebbe alcuna esitazione, nessun disorientamento, nessuna indulgenza verso la possibilità di dedicare un’ora all’indolenza lasciando gli studenti al facile bivacco. Intavolò con noi una conversazione di cui si fece moderatore; il tema: quello delle rivoluzioni che hanno cambiato la storia. Discutemmo di quella industriale e di quella francese e l’ora volò via.

Fu tutto un passare da una disciplina all’altra. Tutto un gioco di rimandi legati l’uno all’altro dalla mano sapiente del sarto che modella e cuce. Questo fu  Saverio Terranova professore.

 

Lo ritrovai vent’anni dopo. Venne ad ascoltarmi al Palazzo della Cultura di Modica quando presentai la mia raccolta di ritratti d’imprenditori italiani del 900. Mostrò un notevole interesse verso quello che avevo scritto, anche se, rispetto a quanto lui aveva approfondito nell’ambito della storia economica e dell’economia d’impresa, fosse ben poca cosa.

È con quel tipo d’interessamento e con quella curiosità intellettuale che trasmetteva alle nuove generazioni passioni e stimoli. Sapeva farlo con grande entusiasmo.

Da allora ho avuto la fortuna di intrattenere con lui un dialogo continuo. Telefonate, mail, incontri. Alcuni anni fa, quando era ancora Presidente del Centro Studi della Confartigianato di Ragusa, volle che scrivessi un capitolo del suo ultimo lavoro “Una provincia in Sicilia”. Una ricognizione sull’economia della provincia in cui aveva operato e profuso il suo impegno politico per una vita intera. Ricordo che leggemmo le bozze del capitolo sulla terrazza della sua casa di Pozzallo. Che vista di fronte quel mare, di fronte a quel porto.

 

Nel 2014 completò la stesura di “Una formica nera in una notte nera”. Da storico, già ottantenne, aveva voluto cimentarsi nel romanzo. Attraverso le vicende di due giovani amanti, aveva trovato il modo di raccontarsi prima ancora di raccontare un pezzo della sua vita, quella cui probabilmente guardava con maggiore nostalgia.

Saverio Terranova è, nel romanzo, il laureato alla Cattolica che non trovando un’immediata opportunità di lavoro che gli permetta di mantenersi a Milano, lascia il nord e torna nella sua Modica. Qui, diventa il rappresentante dei “berretti”, di quel tessuto contadino e piccolo borghese che fino a quel momento non era mai stato rappresentato politicamente. Sono i primi anni 60. I “berretti”, per la prima volta, sconfiggono i “cappelli”. Hanno finalmente un loro sindaco e possono sperimentare l’ebbrezza del potere. Dall’altra parte la classa agiata, ricca e possidente, discendente dagli aragonesi passando attraverso l’epoca dei podestà, sconfitta al turno elettorale è colpita da una serie di lutti. Muoiono i più belli e innocenti dei suoi rampolli.

Il presente non conosce il fato né le Erinni. E di certi fatti non sa, dunque, darsi spiegazione. Era questo che affascinava Saverio Terranova. Questo oscuro parallelismo tra l’ascesa al potere delle classi più umili e l’attuarsi del più terribile dei contrappassi che colpiva quella che un tempo si sarebbe definita l’aristocrazia.

In quel parallelismo probabilmente aveva celato qualcosa di intimo. Lui stesso era stato colpito da alcuni lutti dolorosissimi proprio in concomitanza dei suoi più importanti successi politici. E forse, attraverso questo romanzo storico, aveva cercato di liberarsi da questo magone, quasi fosse un senso di colpa.

 

Nato in una famiglia umile e numerosa, si è fatto da sé dimostrando che, attraverso lo studio, è possibile il riscatto sociale e umano dell’individuo. Ha per tutta una vita applicato il precipitato delle riflessioni cattolico-liberali di Dossetti.

Da uomo politico locale si è inventato Marina di Modica e lo sviluppo edile di un pezzo di costa iblea. Ha lottato per sviluppare il porto di Pozzallo in cui vedeva illimitate potenzialità. Ha coltivato uno scambio e un approfondimento continuo con il tessuto produttivo della provincia di Ragusa. Fu politico di visione e di cultura.

 

L’estate scorsa mi ha regalato i due volumi della sua storia di Modica. Dovessi mettergli qualcosa vicino in questo ultimo viaggio sceglierei Le Confessioni di Sant’Agostino e un pezzo di pietra di Comiso.

Chissà se la città di Modica accenderà un faro là sopra il superbo sperone dove sorge il Castello dei Conti. Di quella cultura e visione c’è sempre bisogno per illuminare il futuro. 

 

Michele Fronterrè