Cultura Venti anni dalla scomparsa

Bufalino: il racconto è vita, autoritratto, palcoscenico

Il gusto, barocco, della parola

Comiso - Non tragga in inganno il fatto che Gesualdo Bufalino ha dedicato gran parte della sua attività letteraria alla forma del romanzo, della quale è stato uno degli ultimi grandi maestri, in Italia.

La forma del racconto, infatti, gli era tutt’altro che estranea: all’unico volume di racconti – ossia quell’Uomo invaso e altre invenzioni di cui la Fondazione Bufalino di Comiso pubblica ora un’edizione magnificamente illustrata da Velasco Vitali – possiamo sommare i capitoli d’un libro come Calende greche, che spesso hanno la compiuta autonomia del racconto, e anche il “passo” narrativo di molti tra gli elzeviri de La luce e il lutto o di non poche pagine di Museo d’ombre.

Il lettore che apre o riapre L’uomo invaso troverà tanti aspetti dell’universo letterario bufaliniano sintetizzati nel giro di poche pagine (la misura era quella ideale per una prima apparizione su un giornale o su un’elegantissima plaquette): il sapore beffardo della vita che si riverbera soprattutto sulla morte (in Due notti di Ferdinando I o in Morte di Giufà); la vertigine del paradosso come carie dell’esistenza (più evidente ne Il pedinatore ma presente in quasi tutti i racconti); la capacità di “riscrivere”, con aderenza stilistica impeccabile non priva di modernissime malizie, le ambientazioni, i temi e i personaggi più cari a tanta romanzeria ottocentesca di cui Bufalino s’era nutrito (Il ladro di ricordi può valere ad esempio, ma anche Passeggiata con lo sconosciuto); il gusto della piccola commedia umana siciliana, appresa sulle novelle e i racconti di Pirandello e Brancati (evidente, per esempio, ne L’uomo invaso o in La vendetta di Fermacalzone); l’impudica capacità di mettere il cuore (e la coscienza) a nudo sempre ricoprendolo di smalti stilistici equivalenti a tendaggi barocchi (non solo il magistrale racconto finale, Voci di pianto da un lettino di sleeping-car, ma anche un gioiellino come Felicità del bambino punito).
Assai accentuato è poi l’aspetto metaletterario, che si esplicita principalmente in due direzioni: riscrivere le vicende di celebri personaggi del mito o della letteratura (talvolta della storia), svelandone un risvolto nascosto ma importante; celebrare, con variazioni sul tema, l’idea borgesiana dell’universo come biblioteca infinita, del libro come summa dell’essere. Al primo filone appartengono due racconti che considero perfetti, come Il ritorno di Euridice e L’ultima cavalcata di don Chisciotte, ma anche altri, magari meno riusciti ma sempre significativi, come Gorgia e lo scriba sabeo; al secondo è riconducibile un racconto-manifesto come L’ingegnere di Babele, in cui la rappresentazione narrativa della poetica stessa di Bufalino sconfina nell’autoritratto mascherato, ma anche Il guardiano delle rovine e Le visioni di Basilio ovvero La battaglia dei tarli e degli eroi.

I raggruppamenti che ho proposto fin qui sono, certo, passibili di rimescolamenti e incroci: per esempio, Il ritorno di Euridice non è solo una sorridente variazione su un mito fin troppo celebre ma è soprattutto una riflessione metaletteraria sul narcisismo anche distruttivo (ma non autodistruttivo) dell’artista. E Morte di Giufà non è soltanto una storia, ennesima e conclusiva, che si aggiunge al grande serbatoio di narrazioni popolari sullo stolto eroe mediterraneo ma è anche una med tazione, obliqua ma profonda, sui pesanti tributi da pagare al mito del progresso. Vorrei concludere ricordando il racconto forse meno classificabile perché è come una summa di tutte le caratteristiche fin qui elencate: mi riferisco a Ciaciò e i pupi, picaresca narrazione di vita, sangue, lan-guori, turbamenti, dubbi, intrisa di umori pirandelliani ma focalizzata sulla “prospettiva dal basso” d’un ragazzino che s’affaccia al mondo con la significativa compagnia di quei pupi da teatro che spesso ricorrono nella produzione letteraria di Bufalino, segno indelebile d’un vissuto siciliano popolare ormai perduto. Si leggano queste parole, più o meno a metà del racconto: «C’era pace, ora, se non la turbava uno scricchiolio leggero, di piedi scalzi che salissero con cautela una scala. Un soffio da nulla, un respiro guardingo. O non piuttosto un sospiro?»
È, inconfondibile, la prosa poetica di Bufalino, nella sua ricerca di assoluto nel contingente, nello spazio minimo del gesto quotidiano, nel gocciante ed esatto cadere della parola sulla pagina. Il Bufalino dei capolavori Diceria dell’untore e Argo il cieco: il Bufalino che amiamo e che dice ancora molto al lettore di oggi, pur nei cambiamenti epocali che, a vent’anni dalla sua morte, registriamo, un po’ sgomenti ma risanati dalla sua prosa, dal suo pensiero.

La Sicilia 

http://www.ragusanews.com//immagini_banner/1512997998-3-pirosa.gif