Cultura Scicli 29/07/2016 09:36 Notizia letta: 3947 volte

L'orologio civico di Scicli

Un orologio alla spagnola
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Scicli - L’università di Scicli, nelle persone di Don Antonino Carpinteri, Don Francesco Xifo, B.ne Don Filippo La Rocca e B.ne Don Domenico Cartia, il diciassette dicembre Iª ind. millesettecentoventidue interviene come parte committente in un contratto col quale si dà mandato al Signor Mariano Gambino di Caltagirone: “di fare l’Orologio di questa Città (Scicli, ndr) tutto nuovo, restando per conto di Di Gambino tutto l’Orologio vecchio di questa medesima Città servendosine però il sudetto Di Gambino in detta fabrica d’Orologio nuovo del’tolaro vechio tantum quale Orologio fiando deve essere, e sonare alla Spagnola cioè di sei ore, in sei ore con la replica, che deve consignare accavallo, et atto à sonare per totum mensem februarij 1723.

Pro pretio vero oz duodecim pecuniam ultra ferramenta dicti Orologij veterij.”

Il Gambino si accordò col prezzo di dodici onze, dunque, e chiese un anticipo per tutto il lavoro corrispondente a onze otto, le rimanenti quattro i Giurati le trattennero come penale nel caso in cui l’artigiano non avesse, come si era impegnato, consegnato l’orologio già montato a regola d’arte e perfettamente funzionante (atto à sonare).

“Con patto però, che detto di Gambino s’obliga di dare detto Orologio per anni tre continui da contarsi dal primo mayo p.v. 1723 atto à sonare senza nessun’impedimento tanto di rottura di ferramenti, ed’altro difetto, sia che rompendosi il sudetto infra detti anni tre, in tal caso il detto Di Gambino allora, che sarà notiziato da detti Spettabili SS.ri Giurati di tale difetto, o rottura di ferramenti sia obligato conservare in virtù del presente s’have obligato, ed’ s’obliga d’abassare in questa Città (Scicli, ndr) per conciarlo à suoi proprij spesi, con questo però, che la Città in tal caso sia obligata di darci l’accesso, e recesso tantum toties, quoties che verrà in questa Città per conciare il medesimo orologio infra di anni tre di pacto.”

I testimoni dell’atto pubblico furono Giovanni Gerratana e M.ro Geronimo Cannata.

Dopo aver letto attentamente questo contratto, la prima domanda che mi è sorta spontanea è stata: “che cos’era un orologio “alla spagnola”?

Gli orologi meccanici, molto diffusi nel Seicento, in effetti, si dividevano in due grandi categorie: “alla romana” e “gli ultramontani (o francesi)”.

I primi avevano un’unica lancetta che misurava il tempo su un quadrante fatto solo di sei ore indicate da numeri romani. Per questo si chiamavano anche a “ore italiche”.  La lancetta, la cosiddetta “sfera”, per ben quattro volte le indicava nell’arco del giorno. A ogni passaggio corrispondeva uno speciale rintocco di campana.

I secondi invece avevano l’attuale quadrante con indicate le dodici ore.

I primi erano molto antichi e rispettavano le ore canoniche. Per questo il giorno si computava prendendo come riferimento il sole, da mezz’ora dopo il tramonto a quello successivo.

Essi scandirono per secoli il tempo di Dio, cioè il tempo della preghiera (Mattutino, Angelus, Avemaria). Questi orologi avevano il pregio di essere visibili da grandi distanze e capiti dal popolo ignorante che era aiutato anche dagli speciali rintocchi delle campane.

I secondi dividevano (e ancora dividono), invece, il giorno dalla notte che cominciava e comincia dopo le prime dodici ore.    

Non esisteva, dunque, un modo “alla spagnola” come erroneamente indicato nel contratto, bensì un modo “alla romana”, che era stato largamente impiegato in Spagna.

Questo prezioso documento, custodito presso l’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, ci pone due grandi interrogativi.

Il primo riguarda l’ubicazione del marchingegno. Quasi con certezza l’orologio, prima del terremoto del 1693, era inserito nella svettante torre campanaria la cui base ancora oggi è possibile individuare attaccata all’abside del Duomo di San Matteo.

Crollata la torre, il Genio della Ricostruzione pensò bene di progettare un’elegante torretta nella quale rinchiudere il complicatissimo ingranaggio.

Il Duomo di San Matteo è la prima struttura religiosa della città a risorgere. La sua ricostruzione data al 1704 ma sarà, seguendo il destino di tutte le cattedrali dell’anima, una ricostruzione infinita che coinvolgerà il popolo, fatta di demolizioni e di scempi sacrileghi, di ricostruzioni e di pietose restituzioni al Signore.

Nel 1723 i lavori erano ormai quasi ultimati ma non si era tuttavia trovata una soluzione per il campanile.

Da qui nasce, infatti, il bisogno di coniugare il folle capriccio barocco (che diede nuova fisionomia al tempio) con il ripristino dell’antica torretta austera dell’orologio (già vagamente presente nella pala d’altare dipinta da Antonino Manoli raffigurante san Guglielmo).

L’orologio sigilla, in effetti, per sempre il periodo del lutto e, ritornando perfettamente funzionante, scandisce il tempo della vita nella valle. Quel tempo che il terremoto del 1693 aveva sospeso e ora la tenacia e l’industria dei sopravvissuti fanno proprio e rimettono in moto.

Il secondo interrogativo riguarda la data 1738 incisa sull’architrave della porticina posteriore della torretta dell’orologio che non trova riscontro alcuno nei documenti da me trovati.

Dopo una recente ricognizione dei luoghi da me fatta, è apparso subito evidente che quella porticina è stata aperta in epoca successiva alla costruzione della torre e alla sistemazione dell’orologio, forse resa necessaria da una migliore ispezione interna del meccanismo stesso. Prova ne è la qualità scadente della pietra utilizzata nell’architrave e negli stipiti. Una pietra di colore molto diverso dall’altra usata nel monumento stesso e incastonata a forza nelle fabbriche.

Oggi l’orologio ha smesso di funzionare. E non si sa se potrà continuare a farlo.

Resta, comunque, la conclusione amara di aver perso un autentico tesoro grazie all’incuria di chi non ha saputo capire e valutare il dono che i Padri ci avevano fatto.

Gli Sciclitani, sia quelli di ieri (che nell’Ottocento ereditarono la città e la Terra), sia quelli di oggi che vorrebbero esprimere una contemporaneità culturale più sensibile e illuminata, tutti indistintamente hanno praticato l’ingratitudine come un esercizio necessario, virtù negativa che è stata ed è cancro della Storia. Ingratitudine verso un passato che ci lasciò in eredità un autentico smeraldo troppo spesso scambiato da ignoranti per volgarissimo fondo di bottiglia.

CREDITI

La misteriosa storia degli orologi a sei ore, Nicola Severino, 1ª edizione 5/2011

Archivio di Stato di Ragusa, sez. di Modica

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