Attualità Ragusa 02/08/2016 10:42 Notizia letta: 1367 volte

Renata Ferri, una vita per la fotografia

Intervista al Ragusa Foto Festival
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Ragusa - In occasione del Ragusa Foto Festival, Renata Ferri - caporedattore photo editor di Io Donna, il femminile del Corriere della Sera, e del mensile Amica – è stata uno dei tre esperti di fotografia a mettere occhio allenato e giudizio onesto a disposizione dei tanti accorsi alle letture portfolio. Tra domande, consigli e suggerimenti non poteva che affiorare una visione precisa, rafforzata dall’esperienza, della fotografia contemporanea.

La fotografia che ruolo riveste oggi nella stampa?

Il nostro è una paese di parola, manca una vera cultura visiva e i giornali stessi usano malamente la fotografia, superati dai social, al contrario affamati di immagini. Ancora oggi le maggiori energie vengono impiegate per il cartaceo e l’online viene considerata stampa di serie b quando invece dovrebbero convivere ma con funzioni diverse: il primo di approfondimento, il secondo per la prima informazione. Tra le 23.00, quando si chiude il giornale, e le 8 del mattino del giorno dopo il mondo è già cambiato e ci sono già milioni di nuove immagini in rete: un tempo erano fondamentali i giornali, oggi il wifi. La fotografia è in un momento positivo, di espansione, ma non è filtrata, è fuori controllo quindi si ritaglia spazi tutti suoi, come questi festival.

La stampa fa scarsa attenzione alle immagini perché non arrivano quelle adatte?

No, esattamente il contrario. Fotografare ormai è per tutti, ci sono macchine perfette e tutti scattano e postano. Si tende all’abuso, ci sono troppe immagini e i giornali non riescono ad assorbire tutto ciò che viene prodotto. Non sono sicura che serva tutta questa fotografia per l’informazione, serve più al fotografo: se vuole avere una possibilità è fondamentale che si specializzi e approfondisca, che dia contenuto al progetto che ha scelto.

Il linguaggio della fotografia come si adatta alla velocità di cui si parlava?

Prima bastava catturare l’attimo, oggi è cambiato il mondo e quindi anche il linguaggio. Tuttavia ci sono delle regole formali a cui bisogna attenersi e, a prescindere dal soggetto, ci deve sempre essere una precisa ricerca estetica nonché un’attenzione alla punteggiatura e alla composizione del racconto in modo che le immagini si concatenino, con pause e rumori, e siano raccordate. Il ruolo della fotografia nel reportage non è brutalizzare ma accompagnare chi guarda: è un mezzo per costruire altro, è ciò che unisce le immagini in un tema.

Durante una lettura portfolio ha detto che “la fotografia parla per sottrazione e per emozione”. Cosa intendeva?

C’è la tendenza oggi a fare una fotografia alterata, soprattutto nel reportage, quando invece non c’è bisogno di artificio: andrebbe tolta tutta questa “cinematograficità” per un ritorno verso immagini meno elaborate ed edulcorate. Andrebbe recuperata una freschezza che abbia la pretesa di verità, onestà intellettuale per ottenere la fiducia del lettore e rispettare il patto col pubblico. Oggi si ha una totale sfiducia nei media, si dubita di tutto e la fotografia - che è inevitabilmente ambigua perché fissa un solo istante - può dare un’immagine facilmente manipolabile. È una responsabilità quella nei confronti dei media ed esiste anche un’etica della fotografia, che oggi ha perso la sua funzione di testimonianza e dovrebbe invece, travalicando perfino l’informazione, ambire ad essere utile alla conoscenza.

La Sicilia

Anna Terranova
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