Cultura Scicli 04/08/2016 10:06 Notizia letta: 2413 volte

L'antico corso San Michele

Che fine ha fatto la mattonella?
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Scicli - Il 21 febbraio 15ª Ind. 1707 per gli Atti del not. Girolamo Miccichè il Decano Don Giuseppe, il Barone Don Domenico e il fu Don Pietro De Carthia, fratelli, con la maggior fidejussione del loro padre Don Giovanni, in solido, sottoscrissero in favore del Monastero di Santa Teresa sotto il titolo di Santa Chiara, nella persona dei suoi rappresentanti legali, Priore e Procuratori, un censo bollare (1) di onze cinque con rendimento annuo del 5%.

Il censo fu imposto su molte proprietà dei Cartia (terreni, vigne, case) tra cui:

“super quodam tenimento domorum nouit/ edificato post ruinas horribilis terremotus successi 11 Januarij 1693, palatio consistente in pluribus corporibus coniunctis et collig/ sito et posit/ in hac Civitate Siclis in q/ta Cursus San/ti Michaelis conf: cum domibus Simeonis Cassarino  Cursu pp/co S/ti Michaelis via que dividit dictum tenimentum domorum à Ven/ Mon/rio S/ti Joannis Evangeliste et vanella pp/ca ex parte retro.”

Il 4 gennaio del 1721 14ª Ind. questo censo è redento dai Cartia come risulta dalla scrittura stipulata dalla Rev/ma Suor Teresa ex pietate, priorissa, per il Monastero e dal Rev/do Sac. De Sammito, “uti procurator eiusdem Monasterij electus per J/tonum donum Episcopum Siracusanum vigore litterarum patentium Dat/ Siracusis die … Xbris 1720.”

La scrittura in sé non sarebbe così importante se non ci descrivesse minuziosamente un palazzo antico oggi indicato come Porcelli/ Veneziano, a quel tempo, invece, residenza del Barone Don Giovanni Cartia, uno degli artefici più importanti della Ricostruzione della città di Scicli dopo il terribile terremoto del 1693 che l’aveva distrutta.

Questa descrizione ci fornisce anche notizie sui suoi confinanti: Monastero di San Giovanni Evangelista dal quale è separato da una vanella pubblica che lo delimita anche nella parte posteriore (sarebbe la via Spadaro, ndr), Corso San Michele, case di Simeone Cassarino, altro grande protagonista della Ricostruzione.

Questo documento, però, aggiunge un’ulteriore tessera importante al mosaico della rinascita di Scicli.

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Qualche mese fa ho scritto già su quest’argomento, annunciando il ritrovamento di un atto che datava al 1694 il Palazzo Spadaro e lo indicava come il primo palazzo costruito dopo il nefasto evento del terremoto del 1693.

Quel documento era, infatti, una scrittura stipulata tra il murifaber Pietro Lupo e M.ro Guglielmo  Miccichè il 4 marzo terza ind. 1710 con la quale il Lupo dichiarava “in anno 1695 et in mense maij dicti anni, habuisse et recepisse à M.ro Guilelmo Miccichè...uncias octuaginta tarenos viginti et granos decem in pecunio...et sunt pro alijs tot idem per dicto de Lupo expensis et de proprijs pecuneis eiusdem de Miccichè erogatis in edificattione illarum quatuor domorum coricent...et coll...sit et posit in hac Civitate Siclis in quarterio Cursus Sancti Michaeli conf. cum domibus Gregorij Spataro et alijs confinantes.”

La scrittura continua elencando tutte le voci di spesa che contribuirono a formare l’importo transatto.

La scrittura è importante perché ci rivela due cose, come già ebbi a scrivere nel mio articolo “Palazzo Spadaro fu il primo a essere ricostruito dopo il terremoto” apparso su Ragusanews il 28 aprile 2016.

La prima riguarda la presenza accertata di palazzo Spadaro alla data del 1695.

La seconda ci fa la storia della rinascita del Corso San Michele di Scicli.

Quattro corpi di case, infatti, sono costruiti da Pietro Lupo nel 1695 per ordine e conto di Guglielmo Miccichè per una spesa di ottanta once circa, liquidata probabilmente in via definitiva dopo un lungo contenzioso soltanto nel 1710.

Le case confinavano con quella di Gregorio Spadaro e con il Corso San Michele.

Ergo, il Miccichè in seguito vendette con certezza le case costruite dal Lupo o comunque  esse passarono di mano.

Dalla scrittura del censo sappiamo, invece, che di una parte di queste costruzioni proprietario era Simeone Cassarino, la parte restante, la più vicina al Monastero di San Giovanni Evangelista (oggi Palazzo Veneziano), invece, era divenuta nel frattempo la dimora della famiglia Cartia.

Il Corso San Michele di Scicli già nel 1695 era perfettamente delineato ed esistente, dunque!

Non sappiamo ancora in quale epoca la casa di Simeone Cassarino sia stata demolita per fare posto all’attuale Palazzo Conti ex Barone Mormina.

Basta però guardare attentamente Palazzo Spadaro e palazzo Veneziano per capire che entrambi riflettono uno stile molto simile che fu tipico degli anni della loro costruzione.

Non ancora così ben definita era, purtroppo, l’altra ala del Corso caratterizzata in prevalenza da “orrei”, magazzini dove si stoccava il grano.

Il 15 dicembre 14ª Ind. 1720 si procede, allora, a un inventario dei beni relitti dal Barone Don Giovanni Cartia, passato intanto a miglior vita.

“Hodie post horam vespertinam vig/ma p/ma comparere debeant in domibus eius solite habitattionis posit in hac Civitate Siclis in q/ta Cursus Sancti Michaelis conf. Cum domibus D. Simeonis Cassarino vijs publicis et alijs ubi predict/...”

Si apre così la successione, cui seguirà la compilazione dell’inventario dei beni relitti.

Il notaio elenca nel documento tutti gli eredi e le parti in causa. È un atto solenne compiuto alla presenza del barone don Filippo La Rocca, Giurato della città, che presta giuramento e, poi, firma con un segno di croce.

Il primo bene a essere inventariato sarà ovviamente il palazzo.

“Un tenimento di case consistente in più corpi solerati sito e posto in questa Città in trato del Corso di S. Michaele conf. con case di D. Simeone Cassarino numerose strate pubbliche et altri confini con il carico però di pagare oz venti in denari di giusto peso dovuti al Rev/do Decano Don Natale La Rocca di questa suddetta Città per ragione di censo bullale una con li soi decorsi come appare per pubblici qonti e scritture.”

La famiglia Cartia farà di questo palazzo il cuore della loro presenza a Scicli.

Ma ritorniamo a seguire le vicende che hanno coinvolto la casa nel tempo.

Il 15 luglio 8ª Ind. 1730 Mastro Hieronimo Jacitano stipula un contratto d’appalto col barone Don Domenico Cartia, il figlio che l’aveva ereditata assieme al titolo baronale.

Nel contratto lo Jacitano s’impegna di

“farci il complimento del cornicione del suo Palazzo existente in questa Città nella strada del Corso di S. Michele giusta li soi confini/ con fari la canalata d’intaglio con li pezzi ammiciati con la colla secondo l’arte riceuta, e ciò stasse stagno, con la sua imbocatura infine del medesimo cornicione, con il suo mascarone giusto il disegno, e consimile a quello fatto in detto palazzo, come ancora d’abianchiarci il resto dell’affacciata dell’istesso palazzo, con metterci tutti quelli pezzi d’intaglio che necessitano per complimento del medesimo, calcina, gisso, manuali, zappa, pala e tutto quell’attravo e materiale chi sarà di bisogno, con far restar il tetto della camera dove si farà detto resto di cornicione, deve restare nella forma ch’esiste con darci il spandente dell’acqua libero, non ostante che detto tetto restirà più basso di detta canalata del cornicione da farsi, e questo d’oggi innanti sino per tutti li 10 agosto p.v. 1730 che dovrà finirsi tutto il travaglio.”

Per tutto questo lavoro il Barone verserà allo Jacitano oz.  quattordici  e tarì quindici, somma rapportata al prezzo corrente del frumento fissato nella meta della città di quell’anno presente.

Come possiamo notare, il Corso San Michele ha visto cambiare spesso i nomi dei proprietari dei palazzi che lo costeggiano, ma sostanzialmente ci è pervenuto quasi intatto nel suo primitivo tracciato.

Nel tempo ha cambiato nome anch’esso. Da Corso San Michele a Via Francesco Mormina Penna subendo, a metà del Novecento, un declassamento storico che, grazie al giusto riconoscimento Unesco sopravvenuto, è stato fortunatamente vanificato.

Resta comunque il problema del cognome “Mormina”, continuamente storpiato da guide turistiche e operatori culturali in Mormino, ignorando che quest’ultimo cognome fu assunto da quella famiglia solo in epoca molto tarda e, dunque, inadatto e impreciso a indicare il celebre mazziniano Francesco Mormina Penna alla memoria del quale l’antico Corso San Michele si volle intestare.

Per un nostalgico della Storia come sono io, una delle strade più belle e più antiche di Sicilia non ha cambiato mai nome, in effetti! Prova ne era, fino ad alcuni mesi fa, quella mattonella di maiolica, stracotta dal sole, che la indicava ancora, ostinatamente, come Corso San Michele.

La mattonella oggi purtroppo è stata rimossa, con mio grande disappunto e amara sorpresa, da chi ha restaurato, immagino, il palazzo nei bassi del quale Nerina ha il suo negozio di calzature. Trattandosi di uno storico reperto pubblico e non privato chi ha fatto questo avrebbe dovuto chiedere il dovuto permesso al comune e, poi, consegnarlo. Voglio anche pensare e credere che la sostituzione dell’antica maiolica con un’anonima targa di marmo su cui è scritto il nuovo nome della strada (Via F. Mormina Penna) sia stata regolarmente chiesta e autorizzata.

Faccio, comunque, un appello accorato a chi detiene l’antico reperto perché lo ripristini dove si trovava, a ricordare ai posteri l’antico nome della Via, o lo restituisca, se ancora non l’avesse fatto, alle Autorità competenti.

Questo gesto a Madrid sarebbe stato punito con una pesantissima ammenda. Solo per restaurare e rimuovere una delle antiche maioliche che indicano ancora le strade del centro storico occorrono permessi e permessi e autorizzazioni speciali non facilmente ottenibili. Copie moderne di queste mattonelle si vendono addirittura nei negozi di souvenir e sono molto ricercate dai turisti.

Ma siamo a Scicli e a nessuno può importare se, nel frattempo, qualcuno, per leggerezza o per ignoranza, ha deciso autonomamente di fare scomparire l’ultima testimonianza silenziosa della storia della Città, testimonianza di un Passato segnato da Uomini che la fecero grande.

     

(1) Censo bollare (dalla bolla del 1568 di Papa Pio V, che disciplinò definitivamente la materia): era la prestazione annua e perpetua cui si obbligava il proprietario di un fondo nel ricevere un capitale: il fondo restava gravato da un onere reale e perpetuo. Il capitale costituiva il prezzo pagato per conseguire le prestazioni periodiche. (v. I Vincoli sulla proprietà terriera: usi civici, Censi, Livelli, Decime, Enfiteusi – Loro Estinzione (Relazione)

 

CREDITI

Archivio di Stato di Ragusa sez. di Modica

 

Relazione del Notaio Dott. Casino Michele Arcangelo – Sala del Consiglio Notarile di Matera. Addì 23 settembre 2013

 

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