Attualità Ragusa 12/08/2016 10:52 Notizia letta: 42 volte

Dieci anni di Baciamolemani

Parla Piero Pizzo
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Ragusa - Dieci anni di musica, di passione, di tournée, di cambiamenti. Dieci anni di onorata attività per una delle band ragusane più amate dal pubblico che ha fatto ballare, cantare e divertire una generazione di ragazzi. Ma dieci anni sono serviti anche a maturare, a capire, a voltare pagina. In occasione del decimo compleanno della banda Baciamolemani Piero Pizzo, frontman del gruppo, voce e chitarra acustica, racconta gli albori, la crescita, i sogni e perché no? Anche le delusioni, di un gruppo di ragazzi che crede fermamente in una professione che in Italia non esiste: il musicista.

Com’è nata la banda Baciamolemani?

“Io sono arrivato dopo. Il gruppo è nato nel 2006, ma forse il battesimo è arrivato con il nostro primo disco, nel 2007, ma sicuramente siamo uniti a livello artistico da 10 anni.  La banda Baciamolemani è nata da una formazione precedente che si chiamava Under House. Ad un certo punto arrivò il momento fatale: continuare a fare musica, o andare all’università? Metà formazione si sciolse e i membri proseguirono per la loro strada, gli altri invece si riunirono. A quell’epoca avevamo la sala prove a Ragusa Ibla in via del Mercato. Io ero stato sostituito per un periodo da un altro cantante, ma poi mi hanno richiamato. Diciamo che in quel periodo c’era una formazione ancora in embrione. Poi sono arrivati, man mano, tutti gli altri ragazzi e il gruppo ha cominciato a delinearsi”.


Perché avete scelto questo nome?

“Dunque, in quel periodo ascoltavamo moltissimo Ska e in particolare Roy Paci che all’epoca era sulla cresta dell’onda. Il nome è una citazione e un omaggio a lui, a quel genere musicale. Posso affermare che il vero inizio della nostra avventura è stato il lancio del primo disco, “Ballacazziz”, che in dialetto vuol dire “traballante”.


Il pubblico ha subito risposto con grande affetto e con grande interesse. Come spiegate questo successo?

“All’inizio ci portavamo il nostro pubblico, fatto di amici e amici degli amici. Ma sin dai primissimi concerti abbiamo notato che il pubblico rispondeva molto bene. Abbiamo voluto instaurare un rapporto con loro, ma in realtà non c’è una spiegazione univoca. Possono essere un insieme di cose: l’energia, lo spettacolo. Nel 2009 abbiamo suonato per la prima volta a Catania, in un locale storico,  e siamo riusciti a riempirlo di gente. Quello è stato l’inizio del periodo catanese ed è stato importante. Ci piace avere pubblico, naturalmente, ma non deve essere un fattore determinante. Bisogna imparare anche a esibirsi senza tanta gente”.

Quando avete iniziato a suonare fuori da Ragusa?

“Prima dell’uscita del primo disco abbiamo suonato a Zocca, città natale di Vasco Rossi, dove viene organizzato un Festival Hard Rock. In realtà noi non eravamo in linea con il target musicale ma siamo andati lo stesso, a 19 anni, con il nostro furgone ford transit bianco. E’ stato bellissimo. Ed è stata in assoluto la prima esperienza fuori Ragusa. Poi, è arrivato il viaggio in Spagna che ha preceduto l’uscita del secondo disco e lì abbiamo creato amicizie importanti e abbiamo iniziato a suonare in posti seri”.

Il secondo disco come e quando è arrivato?

“Nel 2011 è arrivato l’Albero delle seppie. E’ un disco che racconta di una grande metafora: la dimensione del mare e la dimensione terra. Nei nostri viaggi non possiamo non portarci dietro l’idea di un gruppo che racconta e raccoglie storie di mare e terra”.

E’ stato un disco molto fortunato…

“A livello discografico, non ha mai avuto una collocazione netta, ma ci ha portato fuori. L’abbiamo spremuto bene e siamo stati in Olanda, Belgio, Spagna. Ci sono tre o quattro brani che hanno molto piglio sul pubblico. Uno di questi è “La corriera”, scritto e cucito addosso alla “Pegatina”. Grazie a questa collaborazione li abbiamo seguiti in Spagna, nei paesi Baschi, Catalogna e Castiglia. Ma è stato anche un disco che per certi versi ci ha portato sfortuna. Ci siamo talmente attaccati a questo lavoro che pensavamo fosse una pentola inesauribile di idee, invece (e per fortuna), la professione del musicista ti obbliga a creare. Ed è così che da un anno e mezzo abbiamo iniziato a sperimentare idee nuove, con il piglio dei trentenni”.

E’ difficile collocare il vostro genere musicale. Come lo definireste?

“La vita di un artista è inesorabilmente legata alla vita personale. Io a 20 anni ascoltavo Roy Paci e facevamo Ska, Reggae, caraibico. Era un periodo in cui andava forte la Giamaica. C’erano gli Africa Unite e  Mister T-Bon. Ma già nel primo disco c’era una vena un po’ rock, pur essendo in stato embrionale. Passano gli anni e cominci ad ascolta Rumba, Calipso, pur conservando quella vena sbarazzina. Conta moltissimo la gente che frequenti. Dal 2007 al 2011 abbiamo stretto tanti legami coi madrelingua, spagnoli, artisti latini, ci siamo interessati al folk. Sono passati cinque anni e la vita artistica di una persona cambia. Si ascolta più musica indipendente, underground, intimistica se vogliamo. Ciò non significa che si diventa un intellettualoide di sinistra da cretino col sorriso che eri. Ma si cambia. Le età sono differenti. E’ cambiato ciò che diciamo, c’è più attenzione sul palco. Più chitarre, più distorsioni, una batteria più moderna. Diciamo che siamo passati dagli anni ’50 agli anni ’80, come ambiente musicale di riferimento”.

Avete mai pensato di fare un talent? O Sanremo?

“Uno può pensare che il talent è come se fosse sbagliato da un punto di vista deontologico. Non è mai democratico perché non conta quanto tu hai fatto. Ma non è quello il punto principale, in realtà. Noi vogliamo rimanere autentici, senza scendere a compromessi. E il talent è una parabola che dura sei mesi. E’ come la favola di Pinocchio: il gatto e la volpe ti promettono di tutto, ma in realtà  ti permettono di avere visibilità stagionale, il classico quarto d’ora di celebrità. Sanremo no. Sanremo, se avessimo la possibilità, lo faremmo”.


Prima eri solo voce. Adesso hai iniziato a suonare anche la chitarra acustica. Come mai?

“Diciamo che nasce da una necessità. Lo strumento ti permette di concentrarti sulla voce e ti dà meno spazio per il movimento. Sul palco sei meno esaltato e nel complesso, a livello sonoro, tutta la band ne guadagna”.

Qual è il vostro rapporto con la città di Ragusa?

“Inizialmente tendevamo a nasconderci. Ultimamente, però, il gruppo si è ben inserito nel tessuto provinciale: c’è chi fa il dj, chi organizza eventi, chi suona nella Tinto Brass. La priorità è questa: staccarsi dalla provincialità, nel senso artistico del termine, ma allo stesso tempo non dimenticare mai che il territorio è casa tua, da cui trai linfa vitale. Non vogliamo passare per un gruppo provinciale  questa è l’etichetta  che stiamo cercando di scrollarci di dosso. Altrimenti, a livello artistico, come si cresce?”


Il prossimo album?

“Uscirà prima della fine dell’anno. Stiamo creando un lavoro omogeneo, con tante sfaccettature diverse che alla fine convergono in un unico poliedro”.

Foto: Federica Vero

Irene Savasta
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