Attualità Scicli 18/08/2016 10:58 Notizia letta: 6 volte

Magico quotidiano. Sonia

Il testo critico di Elisa Mandarà
  • http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/18-08-2016/magico-quotidiano-sonia-420.jpg
  • http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/18-08-2016/1471511425-1-magico-quotidiano-sonia.jpg&size=340x500c0
  • http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/18-08-2016/1471511425-2-magico-quotidiano-sonia.jpg&size=714x500c0
  • http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/18-08-2016/magico-quotidiano-sonia-100.jpg
  • http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/18-08-2016/1471511425-1-magico-quotidiano-sonia.jpg
  • http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/18-08-2016/1471511425-2-magico-quotidiano-sonia.jpg

Scicli - Non possono essere scientifiche le finalità di questo mio nuovo testo per Sonia Alvarez. Non vogliono scandagliarne analitiche l’opera, le mie poche parole, come hanno tentato in altre occasioni, per altre esposizioni.

È un altro lo spirito che muove il Brancati e me, nel mio piccolo contributo, con lo storico Movimento Culturale di Scicli, a dedicare a Sonia una mostra, che viaggia certo su desideri estetici e ragioni di apprezzamento verso l’artista, ma che si propone anche come testimonianza di amicizia e gratitudine verso la sua persona umana, come riconoscimento a una personalità culturale forte quanto ricca di originali fascinazioni.

L’affetto deve giustificare questa licenza dello scritto in prima persona (anche questo niente affatto professionale), dovuto al privilegio della consuetudine con l’artista, che non può non sollecitare moti emozionali personali, forse, per certi versi, questi moti del sentire acquisibili quale via favorita della conoscenza pure razionale; tali interferenze del cuore non negano ma completano la stima obiettiva verso il magnifico corpus dell’opera, che la pittrice ha composto in un arco temporale lungo e intenso, corrispondente esattamente alla sua intera vita.

Ama da sempre la pittura e i pittori Sonia, secondo una affermazione propria, come mi ricorda un suo caro amico artista, e questa dedizione totale, pensata e sentita e rafforzata giorno dopo giorno, con la cultura, il gusto e il sapiente artigianato, si riverbera netta in ciascuno dei trentacinque quadri che oggi presentiamo a Scicli, in questa patria d’adozione per la pittrice cosmopolita, entro un contesto che ha avuto modo di apprezzare anche le timidezze autentiche e la modestia pulita di Sonia, il suo schermirsi ironico di fronte a ogni celebrazione del suo genio creativo.

Trentacinque i lavori, tra oli e pastelli – è presente anche una bella matita –, di formato vario, che hanno la forza di rappresentare il mondo di Sonia, i temi che hanno accarezzato la sua ispirazione, la cifra che ne ha segnato il tratto stilistico inconfondibile.

Autoritratti, Dormienti, Figure e luce tra le cose, Interni, Letti coperte cuscini, Sedie e stoffe, Finestre, Fiori e nature morte, L’icona, La maschera, La luce: una galleria densa si corporizza, disegna sinteticamente, in ideali spaccati tematici, l’indole asciutta e poetica di Sonia Alvarez, il suo rigore virile e le mille femminili morbidezze, la fermezza e l’abbandono, la veglia e il sonno, la voce e i silenzi, la partecipazione al movimento della vita e le malinconiche stasi, l’istante e l’eterno, le vibrazioni e l’immobilità.

Quanti stati esperienziali sedimentano nel cosmo di Sonia, quanta verità esistenziale! È questa autenticità che oggi addensa di memoria e satura di luci lo spazio breve del Brancati, che Sonia ha voluto quale sito per questa mostra, senza dubbi, con la determinazione che è del suo temperamento, scartando a priori ogni altro ambiente la città avrebbe potuto offrire, perché anche questo piccolo spazio di via Mormina Penna numero quattordici è stato vissuto, dalla pittrice d’interni per eccellenza, come una sorta di casa, come un luogo non neutrale ove compartire un sentore di famiglia – per lei così lontana dalla sua patria prima –, con la misura scelta della cultura figurativa e letteraria.

Queste mura del Brancati cingono amorevolmente la storia siciliana di Sonia, il suo legame centrale, fondamentale con Piero, la posizione precisa di Sonia in seno al Gruppo di Scicli, nel quale la pittrice ricopre una ‘funzione’ estetica suggestiva, importando motivi fiamminghi nel più clamoroso Sud, esercitando una lingua pittorica analitica che poeticizza il dettaglio, parlando una narrativa americana, oltreché francese, che non respinge ma discute, con lucidità di dialettica, il carico iperbarocco di emblemi e figuralità, di marca squisitamente isolana.

In seno al Gruppo Sonia dispiega i tasselli della quotidiana frequentazione delle cose, innestando la poetica della casa tra artisti che coniugano il paesaggio, che declinano l’infinito, che astraggono dal reale l’informale, che muovono onde monumentali, che modellano, con la pietra del Mediterraneo, la sua anima più arcaica.

Sonia parla altro, parla i suoi continenti, parla le sue tangenze con le atmosfere vermeeriane. Sonia condivide i suoi reportage, affila la lente interiore nella maschera e nel ritratto, si muove in una raffinata tavolozza di toni naturali, medi, nei quali guizza talora un gusto gaugainiano. Sonia porta nel suo letto il catalogo di Bonnard, ne rifà originalmente la misura spaziale, in una poetica del frammento che, limitandoci all’area italiana, potrebbe avere raffronto in Gnoli o in Sarnari: ma in Sonia non c’è il grado di realismo del primo né pulsano le implicazioni Pop o da Nuova Figurazione del secondo, piuttosto si respirano effusioni di ascendenza ancora vermeeriana. Sonia guarda alle stoffe toccandone col pennello ciascuna tramatura, posa con struggente levità la camicetta sul cuscino e riassume il foulard sopra la sedia. Sonia canta il sapore dolceamaro dei giorni, si misura con la sensibilità novecentesca usa alle attese, alla doppiezza della visione, alle implicazioni simboliche dello specchio. Sonia storna la malinconia nella boutade, sperde le domande esistenziali nel calore indicibile dei suoi drappi, camuffa la sua tenerezza profonda con la sagace ironia.

È verità di soggetto, quella di Sonia, ma mai fredda oggettività, piuttosto emozionalità sobria, attitudine a vestire ogni cosa di una speciale carica evocativa. Anche il suo volto diventa ‘cosa’, nel celebre Autoritratto del 1985, che non indulge a nessun tipo di narcisismo, carico di dignità morale e d’una forza quasi medianica, spietato ben oltre la voglia di sincerità, museale, che dice in controluce la predilezione per l’austerità di Holbein e la sostanza del dramma di Freud, in un quadro degno del dialogo con la migliore ritrattistica tedesca, psicoanalitico. Oggi diremmo profetico.

Filtra la ‘sua’ Sicilia Sonia, per la quale il celeste non può essere incondizionato cielo o direttamente mare e i gialli non devono essere il sole. Il mare va colto nella metafora visiva del letto, il sole interpretato nell’artificio della luce elettrica, che esercita sulla pittrice «un fascino particolare – me lo diceva in un’intervista del 2012 –, sembrando l’immagine dell’uomo, della nostra presenza sulla terra». Sono faccia a faccia, in un superbo olio datato ’90-’91, La luce della lampada e quella del giorno, capitolo cardinale dell’artista, che conduce qui uno studio monografico sulla pittura di luce, disperdendo la figurazione in una astrazione quasi totale, ove il soggetto è pretesto periferico e il fuoco è tutto nelle mirabili modulazioni luministiche.

E trafigge col sentimento che c’è in quel bisogno di filtrare, la luce di Sonia, con l’argine imposto alla pienezza aperta della luminosità naturale. Filtro che si coniuga anche nella poetica della finestra, o della persiana, schermi intimisti e compositivi tra interno ed esterno, tra l’io e il mondo, tra le coordinate rassicuranti domestiche – capaci di sedare pure quel ricordo della guerra, che non sa tacere – e un fuori che, partendo dall’affaccio nel giardino, fugge fantasticamente verso insospettabili segretissimi orizzonti.

Ne guadagna il complesso atmosferico, straordinariamente coeso, ove la pittrice perviene a una completa restituzione della esattezza dei tessuti, delle forme, imbevuti dei valori attivi delle ombre, ove è sensibile la lezione dell’Olanda secentesca, ma dove è soprattutto tangibile la sensazione percepita dall’artista, mentre si perdeva tra i raggi pulviscolari della luce entrati dalla finestra, a vivificare un panno, a fare di un copriletto una marina, di un plaid scozzese la geografia di luoghi visitati in un’altra vita.

Quella contingenza di realtà, con la melagrana, la tovaglia, le orecchie di cuscino, si appropriano di un loro mistero, che, è vero – lo ha fatto presente tanta dell’ottima critica che ha studiato Sonia Alvarez – conserva il sapore del mistero di Vermeer, come il velato simbolismo – torna in mente Moreau – e la lezione degli Impressionisti, ma che è soprattutto il risultato di uno sguardo contemporaneo sulle superfici, di una disinvolta proprietà dei mezzi espressivi, che amano sperimentare la materia e che conquistano solidità, qualità estrema dei colori, virtuosismo stilistico, specie in quella resa così personale del vuoto, o nell’arditezza del taglio che frantuma l’interezza della scena, scorciando quel particolare significante.

La storia della quotidianità magica di Sonia si lega spesso a un sensibile elemento narrativo, anche in forza di quegli oggetti ricercati che la popolano, l’icona, la tazza cinese, i fiori falsi, ma pervade ogni rappresentazione un senso statico di atemporalità, quasi che ogni quadro folgorasse un momento durevole, arrestato nel tempo. Figure riscattate dalla necessità del fluire del tempo sono i Dormienti, monumentali o piccoli, ma sempre accompagnati da un tratto vellutato, immersi in un sonno che non chiede altro che il sonno, la pausa del pensiero, l’assenza del sentire, il deposito fisico e spirituale dell’uomo.

La storia della quotidianità magica di Sonia prende avvio da quell’infanzia già mescidata e arricchita dal movimento dei suoi luoghi, nelle sue origini greche, con una famiglia paterna stabilitasi in Russia e una materna in Francia, a Marsiglia, dove Sonia ha intrapreso la sua prima formazione. Passa per quel profumo di maestrale, esalato dal Rodano, la matrice della pittura di Sonia, per i tappeti e le icone della grande casa della nonna, per la scatola di bottoni scintillanti coi quali giocava nella villa dello zio, per il senso tragico della paura della guerra, dunque per il bisogno del chiuso tutelare della casa. L’atto di nascita della vocazione di Sonia è segnato da quella “linea di luce magica” che la svegliò una mattina, nella dimora in campagna dove si era trasferita coi suoi per fuggire il conflitto, luce che le svelava la natura, fuori dal verde delle persiane, e il desiderio acerbo di dipingere il visibile e l’ignoto.

E dopo i tuoi soggiorni nordeuropei ed esotici, la scelta dell’arte come unica intima compagna, dopo decenni di dialogo con la Sicilia, coi volti e con l’arte, con la tua roccaforte di affetti, qui da tanti decenni, oramai, oggi ti posi nelle stanze del Brancati, Sonia cara, festeggiata come un Ulisse stavolta reduce dalla Francia, dal Marocco, dall’Olanda, dall’Argentina, accolta quale protagonista nella casa, ove contemplare l’arte che hai saputo fare ed essere, con la libertà e la forza di chi è indifferente al giudizio del mondo. E se le pupille offuscate ti negano l’accesso pieno alla tua stessa bellezza, sarà quell’altra strada a mostrarti il sentimento della tua Scicli, racchiuso in questa piccola mostra per te.

Foto e fotocolor di Gianni Mania 

Elisa Mandarà