Economia Scicli 21/08/2016 21:57 Notizia letta: 3517 volte

Andare oltre Montalbano

(a chiosa di un servizio del TG2)
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Scicli - Ricollegare l’improvviso e iper-rapido sviluppo turistico di Scicli alla fortuna televisiva del commissario Montalbano è certo giustificato. La serie inizia nel 1999 e prosegue poi negli anni successivi con straordinaria continuità fino ad oggi: certamente Scicli, come ricordato da Peppe Savà anche nel suo intervento a TG2, conosce anche di conseguenza uno sviluppo turistico esponenziale, al quale nessuno in fondo era veramente preparato.
Ma a voler scrivere la storia di Scicli di questi ultimi anni con uno sguardo più attento anche agli aspetti meno ‘televisivi’, dobbiamo ricordare che contemporaneamente, ma indipendentemente all’epopea montalbaniana, da parte di due giovani amici, uno in particolare, venne avviata un’opera di risanamento di uno dei più antichi e preziosi quartieri della vecchia Scicli, quella abbarbicata alle pendici di San Matteo, consentendo così alla città di proporsi come borgo antico, suggestivo e per molti versi unico. Ora, mi pare che di questa operazione vada ricordato un aspetto di qualche interesse: l’acquisizione, una a una, da parte di un giovane venuto da lontano, delle vecchie case di San Matteo (rincorrendo eredi sparsi per tutto il mondo, comprando ruderi talmente diroccati da esporsi persino al ridicolo da parte di chi, scettico, non capiva cosa stesse accadendo), è stata una realizzazione che merita di essere studiata: vennero acquisiti gli immobili non sulla base di particolari pregi architettonici, ma tenendo conto del tessuto edilizio nel suo insieme, costituito da immobili di maggior o minor pregio architettonico che rappresentavano comunque ciò che restava di un centro abitato per dei secoli. Lo stato di degrado in cui versavano gli edifici, i tetti sfondati, le mura crollate, erano la conseguenza dell’abbandono iniziato vari decenni prima; lo stesso abbandono che stava interessando un po’ tutti i vecchi quartieri, isolati ormai dal resto della città perché non raggiungibili o quasi con le automobili, come Santa Maria la Nova a San Bartolomeo.
Quello che va segnalato è che, una volta acquisiti gli immobili, venne avviata una sapiente opera di restauro (filologico, direbbero gli esperti) che ebbe come protagonisti gli acquirenti (scelti uno per uno personalmente dal venditore sulla base di requisiti di ‘sensibilità’ più che per censo, sensibilità al fascino segreto del luogo); i professionisti progettisti e direttori dei restauri; le imprese. E’ stata la meravigliosa convergenza di questi ‘attori’ che ha consentito a Scicli di essere restaurata con gusto, con intelligenza, con dispendio di mezzi non indifferenti, con l’utilizzo delle antiche tecniche costruttive, senza esibizioni fuori luogo, senza eccessi di piscine e di terrazze, o di tutte quelle altre comodità fuori luogo quando si ha a che fare con centri storici antichi e di pregio.
Sempre negli stessi anni, il riconoscimento Unesco al Val di Noto poté, grazie all’azione intelligente dell’amministrazione comunale di allora e all’appoggio fattivo (determinante) di un gruppo di intellettuali, aggiungere Scicli al club prestigioso di cui facevano parte le più note Ragusa, Modica e Noto. Un riconoscimento, una patente ‘culturale’, che, va ricordato a chi sembra non saperlo o se ne è dimenticato, non è stata data alla città nel suo insieme, ma ad alcuni suoi monumenti e spazi specifici, i quali, pertanto, andrebbero salvaguardati e protetti con maggior attenzione.
Abbiamo avuto quindi a Scicli due strade, due indirizzi di sviluppo. Quella di una residenza (stabile o temporanea che sia) avvertita, attenta alle esigenze della città, innamorata e curiosa della sua storia, cui si aggiunge un turismo, anche estivo ma presente un po’ tutto l’anno, interessato ai più diversi e autentici aspetti che caratterizzano Scicli e quindi a ogni tipo di manifestazione di livello; e quello di un turismo televisivo, nazional popolare, spesso mordi e fuggi, che fa la sua comparsa soprattutto ad agosto e che può anche facilmente accontentarsi (ma per poco, poi si stanca) di quell’aria un po’ paesana e grossolana che caratterizza spesso l’estate di tanti centri minori della nostra Italia.
Due anime che qualcuno dovrà ben cercare di tenere assieme, perché se il commissario Montalbano dà da vivere oggi alle decine di bar e di case vacanze che sono nate in questi ultimi anni, bisognerà pensare che di Montalbano non si vivrà in eterno.
E in effetti Scicli è molto di più di Montalbano. Scicli è il suo tessuto urbano, i suoi quartieri segreti e austeri, le sue chiese barocche, la sua storia di fede, di fatica, di miseria, di arte, di tenacia, di coraggio; Scicli è i suoi artisti, i suoi abitanti che hanno con tanta passione tenuta alta una bella tradizione di cultura, il suo paesaggio, le sue cave che sono come miraggi, il suo mare.
Come sono rimasti in pochi quelli che ci ricordano e ci fanno conoscere tutte queste cose! (Dove sono finite le attività culturali che caratterizzavano le estati sciclitane fino ad alcuni anni fa?).
Chi scrive certo, dapprincipio, è stato attirato qui anche da Montalbano (anche se a colpire la fantasia erano più la colata di case e chiese di Ibla e i palazzi di Modica che non la stanza del sindaco di Scicli), ma se poi è tornato e si è fermato è per tutto il resto. E’ per Scicli.
Quindi, grazie a Montalbano. Facciamo di tutto perché Montalbano continui, certo, ma bisogna anche saper andare oltre Montalbano.

Sandro Foresto