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Venerdì 09 Dicembre 2016 - Aggiornato 09/12/2016 13:00 - Online: 619 - Visite: 41365130

 

16/09/2016 11:08

Notizia letta: 2528 volte

La paura della morte e l'arte

Il sepolcro della Consolazione di Scicli

La paura della morte e l'arte
 
 

Madrid - Gli effetti devastanti del terremoto del 1693 a Scicli produssero, non solo nell’immediato ma anche nel medio e lungo periodo, delle autentiche fobie collettive che trovavano nella devozione alla Madonna e ai Santi la forza necessaria per superarle e sconfiggerle.
Una prova inconfutabile la forniscono alcuni documenti da me ritrovati presso l’Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica.
Il 27 gennaio 1732 X ind. il canonico Giuseppe Di Fede della Collegiata di Santa Maria della Consolazione di Scicli sottoscrive un contratto di prestazione d’opera nel quale i mastri Adriano e Ignazio de Massa, fratelli, e il mastro Sebastiano Signorelli di Siracusa s’impegnavano a:
“Intagliarci ed’assittarci tutto il pavimento della nave d’Inmezzo tantum della Venerabile Collegiata Insigne Chiesa di Santa Maria della Consolazione di questa città (Scicli, ndt), secondo il designo consignatoci à ditti di Massa et partes bene e magistralmente secondo richiede l’arte, con dever il detto Rev. Di Fede consignarci in detta chiesa tutto l’attratto necessario per detto pavimento dal principio sino al fine con darci pure la calcina impastata necessaria pel medesimo; e la pianta limpea dall’11 febbraro p.v. 1732 innante, e detti di Massa et partes devono spedirlo magistralmente ut supra per tutti li 29 marzo p.v. 1732 ”
E i maestri aggiungevano poi:
“Con patto però che le sepolture attualmente situate nella nave d’inmezzo tantum, delli quali si devono trasportare le bocche, tale trasporto delle medesime si deve fare à spese di detto di Fede di patto.
Infine allistendo in pace.”
Tutta l’operazione venne a costare onze dodici di cui cinque in contanti e sette in frumento utilizzando come riferimento il prezzo del cereale stabilito dalla meta di quell’anno.
Il preposito della Collegiata era il Dr. Don Ignazio Zisa “jacens in lecto infirmus, corpore sanus tamen per Dei gratiam mente, sensu, iusu, auditu...(costretto a letto dalla malattia ma, per grazia di Dio, sano di mente, ecc...).
I maestri ancora lavoravano a montare il pavimento e già l’11 marzo 1732 Xª Ind. arrivano al Capitolo le prime richieste di nuove sepolture.
Antonio de Stefano, benefattore dell’insigne Collegiata della Chiesa di Santa Maria della Consolazione, devotissimo della Vergine Maria, venerata sotto questo titolo, brama di ottenere per lui e i suoi discendenti una “fovea” nella sopraddetta Chiesa di fronte alla Cappella di San Crispino.
Il Capitolo, riunito “ad sonum campanelle” esaudisce il suo desiderio.
Il sepolcro dovrà avere le seguenti caratteristiche: “palmorum novem longitudinis et palmorum septem dilatitudinis, ac palmorum octo ut dictum di fondo ad effectum de ea uti et se letari...”
Il clamore suscitato in città dal nuovo artistico pavimento della navata centrale della Consolazione dovrà essere stato considerevole se, a due mesi esatti dalla sua consegna (25 maggio 1732), il mastro Ignazio Cicero firma una liberatoria al canonico Giuseppe di Fede avente per oggetto la fabbrica di una sepoltura all’interno della Chiesa.
Il canonico aveva pagato al mastro “pro faciendo rem gratam infrascripto Guilelmo Peralta” onze due, tarì tredici, grani cinque, di cui onza una tarì quattro e grani due in contanti, il resto in frumento prendendo a riferimento il prezzo fissato nell’ultima meta.
Guglielmo Peralta, secondo quanto scrive il Carioti nel suo libro di memorie a pagina 557, volume II, fu un erudito che aggiunse ciò che rimase della sua biblioteca dopo il terremoto del 1693 alla biblioteca del padre di Paolo Sammito altro “eruditissimo... con la condizione da servirsene i paesani”. Da molti atti di quel periodo ho potuto capire che trafficava anche in frumenti, era il gabellotto delle Casse e Dogane della città, in effetti.
A quanto pare, il Peralta avrebbe poi dovuto rimborsare in frumento il prezzo di un solo loculo al canonico che intanto aveva anticipato, come già scritto, in contanti l’importo complessivo dei lavori al maestro.
La liberatoria firmata dal Cicero al Di Fede contiene un elenco dettagliato di tutte le spese inerenti alle sepolture.
“Onze due tarì tredici e grani cinque expense hoc est, per giorni dui di ditto di Cicero fatti per voltare il dammuso d’essa sepoltura e fare l’infossi della medesima tarì sei.
Per altri giorni dui d’un manuale tarì tre.
Per salmi dui di calcina tarì sei.
Per salmi quattro di rina sottile tarì quattro.
Per impastare suddetta calcina grani quindici.
Per tummini tre di gisso per la bocca d’essa tarì due.
Per un valatone di sotto tarì tre.
Per dui valati per la bocca di sopra tarì sei.
Per’una canna di valati neri con il sminuzzo d’essi tarì sette.
Per porto delli medesimi da Ragusa in questa tarì quindici.
Per palmi quattro di valati bianchi incluso il smenuzzo d’essi tarì dui grani dieci.
E per assittatina dell’istessi valati neri e bianchi tarì diciotto che in tutto compongono dette onze due tarì tredici e grani cinque.

Il 23 novembre 1733 XIIª Ind. (quindi un anno dopo la collocazione del pavimento) mastro Simeone Lupo sottoscrive un contratto d’opera a favore di D. Giovanni Papaleo, procuratore della venerabile Collegiata di Santa Maria della Consolazione di Scicli. In esso s’impegnava a:
“fari tutti quelli pezzi d’intaglio spezzati della affacciata di detta Chiesa con insitarci suddetti pezzi, e spedirci il finimento della medesima affacciata secondo il desegno dell’istessa, con darci detto di Papaleo dicto nomine tutto l’attratto necessario per sudetto effetto cioè calcina pezzi d’intaglio, rina, gisso legname cordi et altri, et hoc detto de Lupo se obligavit allestire servizium predictum per totum mensem Januarij p.v. 1734.”
L’importo del lavoro fu quantificato in onze quattro e quindici tarì da corrispondere due in contanti e le restanti due e quindici tarì in frumento facendo riferimento alle quotazioni ultime fissate per quell’anno dalla meta.
Tale spesa era sostenuta proprio da Antonino De Stefano in riconoscenza della “grazia” ricevuta dal Capitolo della venerabile Collegiata di Santa Maria della Consolazione l’11 marzo 1733. La grazia consisteva, ovviamente, nel poter far seppellire il suo cadavere e quelli dei suoi aventi causa nella fossa autorizzata davanti all’altare di San Crispino. Il contratto fu firmato, come ho già scritto, non più dal Di Fede bensì dal procuratore della Collegiata Papaleo.
Il primo gennaio del 1738 il capitolo della Collegiata autorizza ancora un’altra sepoltura del Can. Grazio Bonelli “à frontespizio Janue Maioris seù versus à parte sinistra propé fontem Aque Benedicte” ma in questo caso specifico il Di Fede ormai non figura più tra i canonici.
Il pavimento è stato uno dei tanti gioielli sottovalutati della città.
Oggi mi pare che giaccia tutto smontato e accatastato. Non saprei dire quando la Soprintendenza si deciderà a ricollocarlo.
Se i primi “piastrellisti” ante litteram impiegarono nel Settecento appena alcuni mesi per “intagliarlo e assittarlo”, non capisco gli indugi della Soprintendenza oggi che le nuove tecniche snelliscono di parecchio il lavoro degli uomini. Meno ancora capirò un’eventuale giustificazione relativa all’endemica e cronica mancanza di fondi.
Nel cantiere della ricostruzione post terremoto Simeone Lupo rappezzò, dunque, la facciata del tempio che non dovette essere eccessivamente danneggiata dal sisma e, a quanto pare, la completò per pochi spiccioli.
Già l’ottimo Paolo Nifosì in “Scicli una città barocca”, a proposito della Chiesa della Consolazione, aveva intuito questa verità indicando anche modi e tempi della ricostruzione.
Questi miei ritrovamenti non fanno altro che confermare, dunque, ciò che già lui stesso affermava usando sapientemente un condizionale d’obbligo.
Resta comunque forte e incancellabile nello sciclitano e nel siciliano in genere la paura della morte che si rivelerà un ottimo detonatore per fare esplodere l’estro creativo di chi riuscì a sopravvivere.
Ma questo accade sempre, anche nei luoghi più disparati e remoti, per l’intima ed eterna magia che possiede l’arte di sublimare la memoria e il dolore.

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa sezione di Modica
Antonino Carioti, Notizie storiche della Città di Scicli, edizione del testo, introduzione e annotazioni a cura di Michele Cataudella, Comune di Scicli.
© Tutti i diritti riservati all’Autore

Un Uomo Libero.

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