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Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato 10/12/2016 12:52 - Online: 842 - Visite: 41407844

 

13/10/2016 18:50

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Mistero buffo. Quando Fo si ispirò all'opera di Guastella

L'opera che gli valse il Nobel

Mistero buffo. Quando Fo si ispirò all'opera di Guastella
 
 

Chiaramonte Gulfi - Era il 9 ottobre del 1997 quando  Sture Allen, il segretario permanente dell’Accademia di Svezia, annuncia al mondo l’assegnazione del Nobel a Dario Fo, “Colui che emula i giullari del Medioevo nel fustigare l’autorità e sostenere la dignità degli oppressi”.  Fo, fino all’ultimo, era stato in lizza con Saramago, che vincerà il Nobel l’anno successivo. Di lui, all’epoca, i n Italia si sapeva poco: veniva considerato una specie di sovversivo. 

Una testa calda se vogliamo. All’estero, invece, il suo “Mistero Buffo”, l’opera che più di tutti gli valse il premio Nobel, era conosciutissimo. In Italia, all’epoca, le reazioni a quella vittoria furono piuttosto negative. Carlo Bo la definì  “una stravaganza”.  Gianfranco Fini parlò addirittura di una “vergogna”.  Nel medagliere letterario italiano la sua premiazione viene per sesta dopo quelle di Carducci, della Deledda, di Pirandello, di Quasimodo e di Montale. Sicuramente, però, la sua è stata la vittoria più “strana”, se vogliamo, visto che Fo non è né un romanziere, né uno scrittore, né un poeta.  Il suo Mistero Buffo, opera definita “una giullarata popolare” è del 1969.

Si tratta di un insieme di monologhi (o di un grande monologo se vogliamo) che descrivono alcuni episodi ad argomento biblico, ispirati a  brani dei vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù. Ma quello che interessa, in quest’opera, è come viene recitata: è un linguaggio inventato, un dialetto “lumbard” che è nato direttamente dalla commedia dell’arte e inventato da Fo. E’ una  lingua  fortemente  onomatopeica, detta grammelot.  Mistero buffo fu un'opera originale che influenzò molti autori e attori, e viene considerato un modello per il genere del teatro di narrazione.

Resta sicuramente l’opera più conosciuta di Fo. Ma ciò che invece pochi sanno è che una parte di quest’opera è stata ispirata da una novella di Serafino Amabile Guastella, tratta della raccolta di novelle  “Le parità e le storie morali dei nostri villani”. E ad ammetterlo è stato lo stesso Fo, molti anni dopo: “Oh si, ho raccolto questa novella a Ragusa, è di uno dei nobili, uno scrittore molto conosciuto nella provincia iblea. Si, è proprio il Serafino Amabile Guastella”. Il contatto  fra Fo e Ragusa avvenne nel 1969 quando con la moglie Franca Rame e Vittorio Franceschi, insieme alla compagnia Nuova Scena, arrivarono in città per rappresentare cinque spettacoli teatrali. Probabilmente, è stata quella l’occasione in cui Fo conobbe l’opera del Guastella. Difficile, è stato capire il legame fra lo scrittore chiaramontano e il grande narratore: il dialetto, infatti, è Lombardo e nell’opera del Guastella non vi sono Giullari. Tuttavia, si parla di contadini oppressi ed è stato proprio questo il legame fra Fo e il Barone Villano.

 

Irene Savasta

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