Cultura Scicli 16/10/2016 21:17 Notizia letta: 5592 volte

U Pripissùri

Angelo Aprile
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Scicli - Conobbi "u pripissùri" come lo conobbero tutti. Al suo primo comizio. Basso, gli occhi vivi, intelligentissimi.
Onesto e visionario.
Attaccato con fierezza alle pietre della storia come un tralcio d'edera.
Viveva con la vecchia madre che era la sua unica risorsa.
Passava giornate intere sui libri o a scrivere i suoi libri per un'incredibile scommessa con la vita. Una sorta di rivincita per chi come lui, privo di mezzi e nato povero, non aveva potuto farlo nell'età giusta. E quest'ostinazione gli era valsa l'ammirazione dei semplici, il disprezzo dei colti, la derisione degli stolti e dei mediocri.
U pripissùri fu un uomo buono, un grandissimo sciclitano. Uno sciclitano vero.

Lottò disperatamente contro un malaffare di cui solo ora s'intravvedono i contorni e i guasti. Si rovinò in questa lotta impari, crudele, che lo rese profeta inascoltato, scemo del villaggio, demone temuto e calunniato.
Lungimirante, astuto, tuttavia non capì che la verità poteva imporsi sull’inganno solo nel tempo.
Troppo tardi per lui.
Morì povero, dello stesso destino degli uomini grandi.
La classe politica che lo derideva affossò la città. Cammina indisturbata per le vie rese mute e squallide dall'avidità del suo potere. Rispettata, dirige ancora i giochi e vive d’intrallazzi.
Lui, il nostro caro Angelo, se ne andò, un giorno, solo e dimenticato. Né mai qualcuno ricordò più il suo nome.

Trovai, per caso, anni fa, i suoi scritti, aventi per tema i contributi di Scicli e Modica all'Unità d'Italia, citati in una vasta e rispettata bibliografia, fra gli atti del convegno che ebbe luogo nel 1968 a Palermo, in occasione delle celebrazioni per il centenario dell'impresa dei Mille. Il suo nome si confondeva con quello dei più prestigiosi studiosi della storia risorgimentale. Mi meravigliai. Richiesi gli atti per curiosità, per sapere ciò che sull’argomento il Nostro scriveva. Leggendolo, spesso lo trovai condivisibile. Lo rividi, comunque, nelle sue parole. L'andatura frettolosa e ansimante, prigioniero di un eterno e logoro pastrano grigio a spina di pesce. Lo riascoltai, nel silenzio austero delle solenni stanze della Biblioteca Nazionale, con voce alterata proferire le sue satire mordaci, le sue invettive, come spesso faceva nei comizi. Pensai a quanti avevano con supponenza bocciato i suoi scritti e ingiustamente riso delle sue parole e un ghigno beffardo in risposta mi fiorì spontaneo sulle labbra. Una smorfia consapevole, dolorosamente liberatoria, che voleva essere, soprattutto, un risarcimento postumo alla sua persona dalla mia memoria.

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Un Uomo Libero.
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