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Sabato 10 Dicembre 2016 - Aggiornato 09/12/2016 19:54 - Online: 244 - Visite: 41394385

 

19/11/2016 22:47

Notizia letta: 3018 volte

Un Cristo di Burgos sul Lago di Como

Una scoperta del prof. Paolo Militello

Un Cristo di Burgos sul Lago di Como Un Cristo di Burgos sul Lago di Como Un Cristo di Burgos sul Lago di Como
 
 

Scicli - Nel ramo settentrionale del lago di Como (da Virgilio celebrato come il “Lario massimo” o, più semplicemente, dall’Huffington Post dichiarato come “uno dei laghi più belli del mondo”) si trova il paese di Gravedona. Si tratta di un elegante centro turistico, ma anche di un insediamento dalla storia millenaria: popolazioni liguro-celtiche e Romani si collocano alle origini di questo paese che, nel Cinquecento, entrò a far parte della monarchia iberica insieme ai regni di Napoli, Sicilia e Sardegna, ai Paesi Bassi e ai domini spagnoli nel Nuovo Mondo.
Proprio nel Cinquecento, da Gravedona iniziò un’emigrazione “al contrario”, che da Nord scese verso Sud: operai, artigiani, artisti, commercianti, andarono a cercar fortuna dal Lago di Como giù in Sicilia (soprattutto a Palermo) dando vita a un flusso di scambi e rapporti che durarono fino al XIX secolo. È lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo a ricordare queste vicende in alcune pagine del suo Retablo, laddove, parlando del “rettorato della Nazione Lombarda” a Palermo, descriveva le strade del rione Kalsa “dove erano molte botteghe di mercanti, osti, cantinieri, panettieri, orefici, marmorari, setaioli, di gente di Milano o dell’alto lago del comasco… di Rezzonico, Dongo, Gravedona… qui emigrati, loro o gli antenati, per bisogno, per la penuria di colture, d’attività e di commerci”.
A Gravedona, nella seconda metà del Seicento (e, quindi, nello stesso secolo - e nello stesso lago - in cui Manzoni ambientò i suoi Promessi Sposi) venne edificato un piccolo oratorio dedicato alla Madonna de la Soledad (Nostra Signora della Solitudine). Fu il celebre Giambattista Giovannini (originario del paese e diventato, a Madrid, chirurgo personale di Don Giovanni d’Austria e del Re Carlo II di Spagna) a voler edificare questo oratorio e a farvi collocare, nel 1688, una statua lignea della Madonna Nera (la Vergine “nigra”).
In questo oratorio è presente anche un dipinto raffigurante il Cristo di Burgos, certamente di provenienza spagnola (come la statua lignea della Madonna) e quasi sicuramente donato dallo stesso chirurgo Giovannini. Un dipinto di grandi dimensioni, apparentemente non firmato né datato, con il crocifisso rappresentato secondo la serie tipologica del pittore spagnolo Mateo Cerezo el Viejo. Il quadro presenta, infatti, uno sfondo buio sul quale si staglia, con un leggero chiaroscuro, Gesù in croce: un Christus patiens vestito solo di un panno bianco, impreziosito da una fascia di merletto, che lo copre dai fianchi fin quasi alle caviglie. La testa è reclinata, il capo coronato di spine. Sul viso, gli occhi sono ormai chiusi. Le mani, aperte, trafitte da chiodi; le braccia e il torace coperti di ferite e di gocce di sudore e sangue. I piedi, uniti, trafitti da un chiodo al quale è appeso un uovo di struzzo. Sopra l’uovo, due misteriose sfere di metallo.
È un dipinto simile al Cristo di Burgos di Scicli: nel modello (spagnolo, cereziano), nel percorso (dalla Spagna all’Italia) e nell’attuale collocazione (esposto sulla parete di una chiesa barocca).
Con l’aiuto della studiosa Pieralda Albonico Comalini e del ricercatore Francesco Pellegrino, ci ripromettiamo di ricostruire meglio le vicende di questo Cristo di Burgos di Gravedona, così come abbiamo fatto per quello di Scicli. Per il momento ci limitiamo a una considerazione e a una proposta. Siamo di fronte a due dipinti simili e, soprattutto, unici nel territorio italiano, che si trovano in due paesi (Scicli e Gravedona) dalla forte vocazione turistica e in parte legati dalle stesse vicende storiche (tutt’e due appartennero alla monarchia iberica e tutt’e due furono caratterizzati, anche se in periodi diversi, da importanti flussi migratori, da Nord a Sud e viceversa).
Con questi punti in comune, perché non avviare un gemellaggio culturale tra le due città? Perché non istituire e sviluppare “legami di stretta fraternità” a scopi culturali e turistici?
In fondo, è la Storia stessa che ci suggerisce di farlo.
Nel nome – anche – del Cristo di Burgos.

Riferimenti bibliografici
Francesco Saverio Quadro, Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi, oggi detta Valtellina... In cui degli uomini illustri di essa valle è trattato, vol. III, Milano 1756, pagg. 393-394
Pieralda Albonico Comalini, Giuseppina Conca Muschialli, Gravedona paese d'arte, Gravedona, Nuova Editrice Delta, 2006
Gaetano Nicastro, L’emigrazione alla rovescia dal Lago di Como alla Sicilia, in “Mediterranea Ricerche Storiche”, a. V, n. 13, agosto 2008, pp. 225-280
Paolo Militello, Sulle rotte del Cristo di Burgos, in www.ragusanews.com , 30 aprile 2016 (http://www.ragusanews.com/articolo/65784/sulle-rotte-del-cristo-di-burgos)

Ringraziamenti
La segnalazione del Cristo di Burgos di Gravedona mi è stata fatta da Moira Fiorilla della cooperativa Triskele di Scicli. Ringrazio Giovanna Tonelli e Guglielmo Scaramellini, docenti presso l’Università degli Studi di Milano, per avermi messo in contatto con Pieralda Albonico Comalini (docente, poeta e storica appassionata nonché direttrice della rivista “Bollettino della Società Storica Altolariana”), la quale mi ha fornito preziosissime informazioni sul Cristo di Burgos di Gravedona.

Nelle foto, il dipinto, seconda metà XVII secolo, dipinto su tela (Gravedona, Oratorio Santa Maria de la Soledad); Gravedona e l’oratorio di Santa Maria de la Soledad a Gravedona (seconda metà XVII secolo), oggi proprietà della famiglia Motti di Gravedona. 

Paolo Militello

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