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Venerdì 09 Dicembre 2016 - Aggiornato 09/12/2016 00:07 - Online: 470 - Visite: 41346414

 

26/11/2016 17:00

Notizia letta: 682 volte

Fidel, l'ultimo rivoluzionario

Un visionario

Fidel, l'ultimo rivoluzionario
 
 

Ieri, 25 novembre 2016, a mezza notte ora europea è morto a Cuba Fidel Castro.
A dare l’avviso ufficiale del decesso, la voce commossa del fratello Raúl, dal 2008 ormai a capo del governo dell’isola.
Scompare con lui l’ultimo visionario, l’ultimo idealista, l’uomo che volle incarnare il socialismo leninismo, diventando un punto di riferimento non solo della guerriglia americana ma della guerriglia di tutto il mondo.
Vincolato fortemente al mondo ispanico –suo padre era di origine gallega- crebbe educato agli ideali di riscatto dell’isola.
Cuba, infatti, sottratta all’influenza spagnola dallo strapotere egemonico statunitense, fu dagli USA trasformata nella discarica più abietta di vizio e d’illegalità di tutto il continente americano, foraggiando ad arte il Governo dello spietato dittatore Batista. Lo stesso governo che Fidel abbatté in una storica rivoluzione, pianificata, durante l’esilio in Messico, con l’altro grande mito del secolo El Che Guevara.
Da stamattina, filmati di repertorio rimandano in continuazione, nelle reti televisive spagnole, la sua storica entrata trionfale nella capitale dell’isola, La Habana.


Il mondo si è, tuttavia, risvegliato diviso.
Da una parte i dissidenti americani che, non appena appresa la notizia, si sono riversati nella strada principale di Miami, in Florida, nei pressi del mitico caffé Versailles, storico centro d’incontro della dissidenza cubana.
In una festa incontenibile, con mortaretti e lacrime di gioia, alcune centinaia di migliaia di persone brindavano –come qualcuno sottolineava- alla scomparsa del Dittatore e non alla morte dell’uomo Fidel.
Dall’altra le lacrime di chi, invece, ha creduto in lui e l’ha sempre ammirato e amato in altre parti del mondo.
Anche qui, a Madrid, ci sono stati gravi disordini al Paseo de la Habana, sede dell’Ambasciata di Cuba, nonostante la pioggia insistente e il freddo.
L’organizzazione dei dissidenti cubani “Cuba democracia, ya!”, molto numerosa in città, aveva convocato in un lampo i suoi adepti per una manifestazione di giubilo.


La scomparsa di Fidel arriva in un momento difficile per la politica internazionale.
Alla Casa Bianca c’è un nuovo inquilino, Donald Trump, che già aveva promesso durante la sua campagna elettorale un blocco del disgelo politico degli Usa verso Cuba, avviato in questi anni da Barak Obama.
Il suo tweet, col quale annuncia di aver appreso la morte di Fidel senza nessun commento aggiunto, è molto indicativo.
Nel suo ultimo discorso ufficiale, Fidel, abbastanza indebolito e carico d’anni, aveva anticipato la sua prossima uscita di scena. Lo aveva fatto con parole serene, convinto che il suo tempo era quasi scaduto.
Non ho ancora sentito carissimi amici cubani. Lo farò sicuramente nei prossimi giorni.
So però che molto hanno sofferto a causa sua.
E anch’io ho sempre rifiutato i loro inviti a visitare Cuba, adducendo come scusa la presenza di un dittatore che non mi ha mai convinto appieno per le violente campagne repressive messe in atto contro la sua gente.
Anche se ho apprezzato la coerenza della sua lotta, la forza irriducibile che lo opponeva al colonialismo americano, il bisogno di una giustizia che livellava il profitto per aiutare il più debole.
Dal dire al fare, si sa, c’è sempre di mezzo il mare.
Il sistema di Fidel alla fine si rivelò utopico e imperfetto.


Secondo me, il dittatore è più pericoloso ora che è morto di quanto non lo fosse stato da vivo.
Il rischio di una sacralizzazione della sua memoria è latente e, forse, scontato.
Io voglio solo ricordarlo qui per i suoi pregi, i difetti li lascio ben volentieri all’oblio della memoria.
Hasta la victoria siempre, Comandante!

Un Uomo Libero.

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