Cronaca Racconto di Natale 05/12/2016 19:39 Notizia letta: 38 volte

Ultimo tango in Ortigia

Oblivion
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- Lo incontrai a Siracusa. –
Maria fece una pausa, sfilò gli occhiali e pulì i vetri strofinandoli in un morbido golfino di cachemire.
Le sue mani tremavano come la sua voce. I capelli ormai grigi, elegantemente raccolti sulla nuca, inquadravano una bellezza non convenzionale. Gli occhi intelligenti appena ritoccati dalla matita.
- Quell’anno ero stata convocata dall’INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico, per far parte del coro di una tragedia greca. Era il 1972 e davano Medea di Euripide nel Teatro Greco di Siracusa con una strepitosa Valeria Moriconi nei panni di Medea, Orso Maria Guerrini, grandissimo attore, nella parte di Giasone, e Glauco Mauri, già bravissimo ed emergente, nel ruolo del messaggero. Un cast di prim’ordine.
Tutta la giornata ero impegnata nelle prove.-
La donna mi guardò dritto negli occhi, come se volesse sfidarmi a indovinare la fine della storia.
Abbassai lo sguardo per metterla a suo agio.
- Erano le ultime prove prima del debutto. Nella cavea deserta dell’imponente teatro greco, l’eco perfetta amplificava naturalmente i lamenti e le voci contribuendo a creare un effetto scenico che ci coinvolgeva fino a sconvolgerci.
D’un tratto apparve un minuscolo gruppo di spettatori. Si accomodò in posizione centrale sulle prime gradinate prospicienti l’orchestra.
Quasi tutti portavano cappelli di paglia, vestivano abiti leggeri nell’imminenza dell’estate.
Aspettarono compassati e seri che finisse la recita. Uno di loro, forse il capo del gruppo, si avvicinò alla Moriconi, si tolse il cappello e, molto galantemente, le baciò la mano. Presentò all’artista a uno a uno tutti gli altri amici.
Si scambiarono convenevoli e, infine, si salutarono.
Ebbi modo, dunque, di notarlo da lontano.
Un uomo sui cinquant’anni, dal portamento distinto, signorile. Stempiato ma non calvo. I capelli, leggermente ondulati, pettinati all’indietro e laccati, e il pizzetto erano entrambi di un biondo oro. Gli occhi chiari, un fisico robusto ma non tozzo, elegante direi nei movimenti. Una pelle anch’essa chiara, arrossata dal primo sole di giugno. Le mani paffute attirarono soprattutto la mia attenzione per un anello d’oro, impreziosito da un diamante, all’anulare.
Per un attimo i nostri sguardi s’incrociarono. Si era accorto, forse, di me che lo puntavo.-

Maria nel descrivere l’uomo fissava un punto indefinito della stanza, quasi a volerne materializzare la figura.
-Avevo affittato una camera con uso di cucina in una vecchia pensione di Ortigia, – riprese – un alberghetto nei pressi di Piazza Duomo.
Dopo qualche giorno, rividi l’uomo seduto, questa volta da solo, in una delle terrazze di un bar nei pressi della cattedrale.
Stesso cappello, stesso abito. Gustava con lentezza un gelato nella stregata e profumata atmosfera di quella sera di giugno.
Non resistetti alla curiosità di guardarlo più da vicino.
Mi sedetti a un tavolino dirimpetto al suo, in una posizione strategica da cui potevo vedere senza essere vista.
Era molto più interessante di quanto non credessi, pensai.
Gli cucii addosso una storia. M’inventai, per quell’anello al dito, una moglie e dei figli. Lo immaginavo nel suo quotidiano, in una fredda e lontana città tedesca. Forse era un aristocratico.
Dovetti perdere il controllo delle mie fantasie perché capii da un movimento del suo viso che si era accorto di me.
L’uomo ora mi scrutava attentamente. Con molta probabilità si sforzava di ricordare il tempo e l’occasione nei quali mi aveva incontrato.
Finì il suo gelato. Ma non si alzò. Pagò il conto e rimase là a farsi guardare e a guardarmi. –
-Molto bello e intrigante questo gioco di sguardi.- La interruppi, non riuscendo a contenere l’emozione.
Lei sorrise. Accese una sigaretta e la guardò avidamente mentre il fuoco la consumava. Le ricordava forse la sua vita.
- Non mostrava segni d’insofferenza? – Domandai.
- No. – Rispose. – Perché mai? Anche lui mi guardava.-
Maria spense la sigaretta, stropicciandola su un portacenere che prese da un tavolino vicino e, rinfrancata dalla nicotina, continuò la sua confessione.
-L’uomo si alzò, si avvicinò al mio tavolo. Con fare molto discreto e in un italiano impeccabile marcato, comunque, da un forte accento tedesco, mi porse la mano e disse:
“Ci conosciamo? Dove ci siamo visti?”
Dovetti balbettare qualcosa perché capì il mio imbarazzo e sorrise.
Mi guardò da vicino con curiosità e attenzione.
“Al Teatro Greco, durante una delle prove generali.” Risposi timidamente.
“Ah, ecco!” – Fece lui di rimando. – “Ora ricordo. Lei era una delle ragazze del coro. Senza trucco è molto più carina, sa?”
Questo complimento inatteso scatenò in me un turbinio di sensazioni.
“Ma è come se la conoscessi da sempre. ”– Si affrettò a precisare. – “Tanto il suo volto e la sua figura mi sono familiari!” – Fece una pausa. – “Che cosa ha preso?” – Chiese. – “Posso invitarla?” - E mentre io, confusa, assentivo col capo, fece un cenno al cameriere che portò subito il conto. Mise sul piattino una banconota da diecimila lire.
“Facciamo due passi, le va?” – Propose poi. Senza aspettare la mia risposta e il resto, si alzò e, con un gesto garbato, m’invitò a seguirlo.-
- E allora? –Incalzai Maria, al limite della discrezione.
-Era un uomo molto affascinante. –Riprese lei. – Aveva annullato completamente la mia volontà. Mi fece tante domande alle quali non seppi sottrarmi. Di lui mi disse appena che alloggiava a Villa Politi, l’albergo più celebre e antico della città. Un austriaco, ho potuto capire. Vivevo come rapita una storia a rovescio, simile a quella che diede vita alla splendida Villa Politi poi trasformata in Grand Hotel.
A volte il folle amore fa di questi miracoli. Maria Teresa Laudien, infatti, una ricca nobildonna dell’aristocrazia austriaca, aveva fatto costruire nell’Ottocento quello splendido gioiello architettonico, mossa da una passione incontenibile per il pittore siracusano Salvatore Politi.
Che dirti? Mi sentivo il suo stesso fuoco dentro, mentre a braccetto, senza neppure accorgermene, rifacevamo insieme la strada della mia modestissima pensione.

Davanti al portone mi fermai, scostandomi.
“Io abito qui.” Dissi, abbozzando un timido sorriso.
Lui fece qualche passo indietro, come a volere ammirare la facciata del palazzo.
“Posso salire, vuoi?” – Domandò con una leggera emozione nella voce.
Annuii col capo. Era irresistibile. -
- E poi?- Chiesi ormai senza freni, non riuscendo a contenere la morbosità.
Maria allargò le labbra in un sorriso malizioso, anticipatore. Accese un’altra sigaretta.
- Tu cosa avresti fatto al posto mio, incontrando l’uomo della tua vita, quello che si sogna la notte quando le malinconie del giorno hanno bisogno di erotici esorcismi e vivi storie che sembrano vere solo perché le hai immaginate così?-
Diventai rosso in viso. Non dovevo spingermi a tanto.
- Facemmo l’amore. – Riprese a raccontare, serena.- Non ero invaghita di lui, ero autenticamente stregata, pazza. Vivevo finalmente il mio sogno erotico, quel sogno che aveva riempito e scaldato tante mie notti fredde. E quell’uomo era ora tra le mie braccia. Sentivo sulla guancia il suo respiro, il suo affanno. Accarezzavo la sua testa che mi frugava tra i seni, mentre cavalcavo come una menade il suo corpo di dio greco. Già lo sentivo dentro vivo, caldo, palpitante e vero. Non andò in albergo. Rimanemmo tutta la notte a fare l’amore fino a estenuarci.
Solo dopo quel momento comprendevo e giustificavo la passione di Medea per Giasone. Non so che cosa avrei dato e fatto per trattenere lo sconosciuto per sempre nel mio letto.
A giorno inoltrato, si rivestì. Volevo preparargli una colazione ma lui rifiutò. Mi diede un bacio.
“Ti rivedrò?” Supplicai con un affanno e un’infinita pena nella voce.
Mi guardò a lungo, volse le spalle e scomparve nel corridoio dell’alberghetto, lasciando socchiusa la porta della mia camera. –
- Come mai non lo cercasti, in seguito?- Domandai.
-Figurati se non lo cercavo! Andai diverse volte a Villa Politi ma quando qualcuno della Reception mi chiedeva il nome del cliente non sapevo rispondere. Io non conoscevo il suo nome. Me ne fecero alcuni, di nomi. Provai a descrivere il tipo. Alla fine smisi di cercare e mi rassegnai.
Ritornai a Modica. Nella primavera dell’anno seguente, davano un film che aveva suscitato un autentico scandalo, Ultimo Tango a Parigi, di Bertolucci.
Spinta dalla curiosità più che dal rumore mediatico, andai a vederlo.
Non seppi trattenere le lacrime. Io quella storia l’avevo già vissuta in un anonimo alberghetto di Ortigia.
Un ragazzo, seduto nella poltroncina vicina alla mia, si accorse del mio pianto e sentì i miei singhiozzi.

- Cos’ha da piangere? – Domandò, impertinente. – Si stanno divertendo da pazzi. –Insinuò con una risatina maliziosa, alludendo ai due protagonisti mentre facevano l’amore.
Non risposi e continuai a piangere.-
Maria fece una lunga pausa.
- Ecco è tutto. – Concluse.
Si alzò. Aveva già spento con rabbia l’ultima sigaretta sul portacenere.
Andò alla finestra con vista sull’imponente Duomo di San Giorgio. Il sole già era basso sull’orizzonte e illuminava con preziosi raggi d’oro la facciata austera.
- Modica ha per me il fascino di un sogno proibito ma Ortigia ha saputo avverarlo con la magia della sua complicità. – Mormorò quasi soprappensiero. Si giustificò, poi, quasi sussurrando:
- Ogni giorno, a quest’ora, il suo ricordo mi visita perché uno strano incantesimo m’impedisce di dimenticare…-
Ci salutammo. Uscii.
Da un locale vicino, mentre per strada ripensavo a quella strana avventura di Maria, Astor Piazzolla suonava il suo celebre Oblivion.

Tutti i diritti riservati. La foto è di Chiara Ficili.  

 

Un Uomo Libero.