Cronaca Scicli 17/12/2016 22:11 Notizia letta: 131 volte

Addio, Carmelina

La Camera del Lavoro e il circolo dei cavalieri
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Scicli - Tempo fa, mentre la Camera del Lavoro di Scicli traslocava negli attuali locali di Palazzo Montalbano, a solo qualche metro dal Palazzo Municipale di Scicli nei bassi del quale per tanti anni era stata ospitata, ebbi un vivace alterco con Carmelina.
Ci trovavamo, infatti, negli storici saloni del Circolo di Conversazione poi, in epoca fascista, ribattezzato Dopolavoro Comunale, nel Dopoguerra diventato, infine, sede storica della Camera del Lavoro.
Il trasloco aveva attirato la mia attenzione e, passando per Via Nazionale, mi ero fiondato dentro come spesso succede quando tira aria di cambiamento e di nuovo.
Carmelina mi adocchiò. Le bastò un attimo per capire che quel trasloco io lo avevo desiderato tanto.
- Contento? – Mi chiese.
- Sì. – Risposi, con un’intonazione cattiva nella voce. – La Camera del Lavoro, qui, era proprio fuori posto. – Aggiunsi, con aria supponente.
-È stata una conquista, il Circolo, che voi, generazioni nuove, non avete saputo apprezzare e capire. – M’incalzò.
-No. – La rintuzzai. –Ospitare la Camera del Lavoro in questi locali è stata solo un’inutile presa della Bastiglia, una delle tante cose sbagliate fatte da un popolo esasperato e costretto all’ignoranza da una classe borghese e ladra che aveva trovato nel Fascismo la giusta ricollocazione storico-ideologica.
Spesso –continuai – a Scicli con l’acqua sporca è stato gettato anche il bambino. La fontana, per fortuna oggi seppellita dal ricostruito Palco della musica proprio al centro della Piazzetta Municipio, è il simbolo di una novità che non sempre ha saputo interpretare l’antica vocazione al bello di Scicli. Non voglio, poi, parlare dell’orribile nuovo Palazzo Miccichè, sorto sulle macerie dell’antico Collegio Gesuitico, crollato sotto ingenerosi colpi di carta bollata sferrati da un’Amministrazione molto compromessa e discussa. Una stagione politica triste per una Città che aveva lottato contro la mafia baronale, inalberando una bandiera rossa che spesso era sventolata, finalmente libera, sulla vetta più sacra, anche se sconsacrata, del Duomo di San Matteo.-
Carmelina non aveva argomenti da oppormi. Nella sua onestà intellettuale, sapeva che non avevo tutti i torti a rimproverarle gli errori di un passato che ancora scotta.
Stavano portando via le poltroncine del salone delle feste.
-Perché portate via anche le poltroncine dal salone? – Domandai.
-Perché sono nostre. –Rispose lei con orgoglio e fierezza.- Le abbiamo fatte tappezzare noi, i Compagni. Quelle del Circolo di Conversazione erano diventate troppo sporche.-
- Sì, infatti, sporcate da quanti arrivavano le sere nelle quali si ballava al suono di un triste grammofono, senza neppure cambiarsi d’abito. Dalla stalla al salone. Per questo era necessario aerare l’ambiente il giorno dopo, per un puzzo di stalla che ammorbava fin anche l’aria di Via Nazionale. – Replicai, insolente.
-Chi te le ha raccontate tutte queste sciocchezze? – Esplose quasi con rabbia. –La gente non si cambiava d’abito perché non ne aveva un altro di riserva. Chi abitava nelle grotte di Chiafura appena riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena. –
-Mio padre m’informava. Fu un vecchio compagno, come lei ha lottato il regime fascista ma amava la Città e disapprovò spesso molte scelte oggi contestate dalla Storia.-
Carmelina non mi rispose. Si allontanò quasi fuggendo. La sua fede cieca non ammetteva sconfitte. Custode irriducibile, rimase prigioniera del sogno proletario dal quale mio padre, invece, dolorosamente si era risvegliato in tempo.
Seppi della sua malattia e fui spesso tentato più volte di andarla a trovare.
Carmelina è morta. È diventata lei stessa Memoria. La Storia la riconobbe protagonista, icona rossa di una Città che troppo in fretta ha dimenticato il suo grande passato.
Ho voluto qui ricordarla con un aneddoto non convenzionale ma importante per capire la natura e la sincerità della sua lotta.
Addio sciclitana onesta, grande Compagna di una Sinistra che, purtroppo, oggi è diventata solo mito e ricordo.

Nella foto, Carmelina è la donna col cappotto nero che tiene per braccio Maria Antonietta Macciocchi, con un cappotto più chiaro. 

Un Uomo Libero.
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