Cultura Scicli 18/12/2016 16:26 Notizia letta: 986 volte

Intervista a Carmelina

Della professoressa Giusy Carnemolla
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Scicli - Mi chiamo Carmelina Trovato. Sono nata a Scicli il 22 ottobre 1927, la prima di sei figli .
Quartiere: Chiafura. Lei, signora, conosce le grotte lassù. Lì i bambini venivano al mondo come agnidduzzi, e come si nasceva si moriva.
Ogni giorno era uguale all’altro tra miseria, fame, disperazione. Perché mancava il lavoro.
Il pane e il lavoro solo per chi aveva la proprietà. Gli altri, i senza terra, i braccianti, stavano a guardare, aspettavano la chiamata del padrone per strappare una giornata di lavoro e quel poco da portare a casa per sfamare i figli.
“A casa non c’era nulla da mangiare. Mia madre mi diceva di andare a chiedere a mia nonna una fetta di pane ma io sarei morta, piuttosto; mangiavo sempre e solamente fave, fave e fave”.
Ma io sono forte, dura come la pietra.
Avevo 14 anni quando mi sposai. Mussolini al potere ma per noi del popolo nulla era cambiato.
“Quando nel 43 mio marito fu richiamato come altri sotto le armi , alla sede del Fascio davano un sussidio alle mogli che restavano ; ma per averlo, ti obbligavano a prendere la tessera”. Mi sentii umiliata, costretta dal bisogno ad abbassare la testa.
Nel 1946 entrai nel partito e capì che per cambiare le cose dovevo lottare. Mi impegnai nel sindacato, la strada verso la rivendicazione dei diritti del popolo. Giravo per i quartieri e le case di Scicli , dove la povertà aveva tolto alla gente la forza di sperare.
Dopo la fine della guerra a Scicli, i padroni avevano messo in ginocchio i lavoratori. Ci portarono con le spalle al muro. E noi ci ribellammo, uomini e donne.
La terra doveva ritornare a chi la lavorava. Io, come segretaria di lega, iniziai la mia lotta contro la proprietà terriera , la mafia e la corruzione dei potenti.
Nei comizi in piazza chiedevamo lavoro e dignità di trattamento per i braccianti.
E vincemmo la nostra battaglia.
Imponibile di Manodopera Straordinaria : i padroni, non più a loro piacimento, dovevano assumere un numero stabilito di lavoratori. E questi dovevano lavorare per non più di otto ore a giornata.
Ma i padroni non la presero bene.
“ La mattina dell’8 dicembre del 47 ci furono scontri .Da Ragusa mandarono rinforzi di carabinieri; noi donne, riunite alla Balata, li bloccammo e li portammo con noi in paese per mettere fine agli scontri.
A mezzogiorno fu presa d’assalto la sede del MSI.
Molti fummo denunciati e processati.
Il compagno Speranza, per portare avanti la lotta all’interno del partito, fuggì da Scicli come un clandestino.
Intanto alla Camera del Lavoro le donne e gli uomini venivano per denunciare i torti subiti, per chiedere diritti , forti della loro coscienza politica . Rivendicare, resistere alle provocazioni dei padroni, giorno dopo giorno, avrebbe portato i suoi frutti.
Il compagno Portelli, segretario di sezione del PCI, mi spingeva a parlare nei comizi.
Trovai in me stessa la forza e la passione.
Una donna non avrebbe mai osato tanto. Ma anche per noi era arrivato il momento di alzare la testa e lottare al fianco degli uomini.
“Si lottava per i diritti di tutti, uomini e donne”.
Non mi arresi! E dal palco gridai giustizia insieme alle donne dei magazzini, le stagionali, costrette a salari da fame e prive di diritti per la pensione.
Mia madre era tra quelle donne sfruttate.
Nel 49 il partito mi mandò a Parigi, al primo Congresso mondiale per la pace. Fu per me un onore.
Tornata a Scicli, mi guardai intorno.
Il mio quartiere, Chiafura, fermo all’età della pietra, era la testimonianza del degrado in cui la mia gente viveva.
Accompagnai per quelle vie dirupate Pasolini, Carlo Levi e una donna, Maria Antonietta Macciocchi, e lessi nei loro occhi il turbamento e la pena per la condizione degli aggrottati. Grazie ai nostri appelli ci costruirono nuove case, anzi un quartiere intero, Jungi.
E poi?
Continuai a portare avanti l’impegno politico e l’attività nel sindacato, perché uomini e donne mantenessero viva la coscienza dei loro diritti per la libertà e la dignità.
“Ma oggi nel mio partito si è persa l’attenzione per l’umanità, la solidarietà, l’andare nei quartieri della gente per far capire anche a loro che non ci si può fermare, che si deve sempre lottare; la libertà non deve solo essere conquistata, ma la si deve mantenere in vita.”

Nella foto, la vita in una grutta di Chiafursa, negli anni 40. 

Redazione
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