Cultura Scicli 09/01/2017 20:51 Notizia letta: 508 volte

La grotta dei Marinero, il presepe tutto l'anno

Amelia Cartia su La Sicilia
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Scicli - Scende dalle Stelle, il Re del Cielo, come tutti abbiamo cantato da bambini. E, come tutti abbiamo cantato, viene in una grotta, al freddo e al gelo.
Devono averla presa molto sul serio, gli abitanti di Scicli, questa tradizione musicale della Natività. Tanto sul serio da celebrarlo ogni giorno dell'anno, il Natale del Verbo fatto carne. E da celebrarlo dentro una grotta, come si conviene.
La grotta, manco a dirlo - come i fiabeschi antri abitati da creature mitologiche, come la caverna del tesoro dove Aladino trovò una lampada, un genio e la sua fortuna - contiene un mistero per niente segreto e una storia affondata nel tempo. E, naturalmente, un tesoro. Anzi, più d'uno.
Un tesoro, tanto per cominciare, è la grotta stessa. Scavata dall'uomo e dal tempo nella pancia del colle, la cavità rocciosa si trova in via Dolomiti, nel quartiere di Santa Maria La Nova. A ricavare spazio e passaggio nella pietra, gli sciclitani stessi che - in un tempo che ormai si perde tra la storia antica e l'immaginifica leggenda - scelsero di usare proprio il ventre della montagna come unica via che consentisse l'accesso dalla sommità di San Matteo, dove in epoca antica si sviluppava il centro fortificato dell'abitato, fino al letto di un fiume carsico, sotterraneo, dove gli abitanti della città potevano rifornirsi d'acqua senza uscire allo scoperto, esponendosi così al rischio di venire intercettati dalle frequenti scorribande dei pirati saraceni. La Grotta delle Cento Scale, si chiama, e veramente sono cento e più di cento i gradini che partendo dalla sommità del monte continuano a scendere, come nelle caverne dei nani dipinte in lettere da Tolkien, fino a perdersi, annegando nell'acqua di una sorgente.

Un tesoro è il luogo, un altro è quello che c'è dentro. Un paese in miniatura, Betlemme, o forse Nazareth, o chissà, magari è Scicli, cristallizzata in un tempo che fu. Un paese piccino, arrampicato come il paese più grande che lo ospita, sulle pareti rocciose scavate nel colle, un paese vivo, illuminato e abitato, anche se ad abitarlo sono le statuine di un presepe perenne. Al centro, una grotta nella grotta, e Chi ci stia dentro, a questo punto è superfluo dirlo. Un tesoro più per il valore estetico che per la toria che lo ha portato a ripetersi lì, immobile, sempre identico a se stesso da decenni, più che per l'effettivo valore economico degli oggetti in terracotta che lo compongono.
Piccole case, piccole persone e piccole bestie, piccole cose e piccole pietre, un piccolo fiume e un piccolo Figlio di Dio, tutto è lì per un motivo. Ed è il motivo, il terzo tesoro. Il più grande, a ben vedere. Il motivo è una promessa. Di un fratello, a un altro.

Tutta Scicli lo conosce come il Presepe dei Marinero, e sono loro i protagonisti di questa storia. Un fratello maggiore che, come spesso accade, segna il passo e traccia il solco lungo il quale camminerà poi il minore. Così è successo con i Marinero: nati e cresciuti nel quartiere e nella parrocchia di Santa Maria La Nova, i fratelli hanno dedicato la vita al lavoro e alla fede, e a un'idea. Leggenda narra che nel 1977, durante una cena di San Martino, i due fratelli abbiano discusso circa la realizzazione di un presepe in una grotta. L'anno dopo, nel ventre della collina Spana, il presepe era realizzato. Negli anni, parrocchia e istituzioni hanno benedetto la cosa, fino a formalizzarla nel 1985, quando venne concesso l'uso esclusivo della grotta delle cento scale al maggiore dei Marinero. Come in tutte le fiabe però, qualcosa va storto, e il maggiore dei Marinero, forse ilmotore principale di tutta l'iniziativa, viene presto a mancare. Senza prima avere, però lasciata un'eredità al minore che, raccoltala, la onora. E onora lui, nella memoria e nella materia.

Ed è quella, la gemma della corona. Il ritratto, staccato dal muro come tradizione popolare impone per le persone scomparse, e illuminato da una luce votiva. Il ritratto, il nume tutelare che abita, adesso e sempre, un sacrario più grande, che del suo non è che lo scrigno. A lui, al ritratto e alla memoria che lo fa vivo, il fratello minore tributa da vent'anni la vita e la devozione, nel prendersi cura, ogni giorno e per sempre, di ciò che il maggiore ha lasciato. Con un'offerta e una preghiera, da parte del visitatore che viene a vedere il presepe. E con un ricordo. Per lui.

La storia

Nel 1982 il parroco Don Salvatore Patanè propose ai Marinero di organizzare la scena della Natività in chiesa per poi portare il simulacro del Bambino in processione fino al presepe che allora si faceva nel colle Spana, con l'accompagnamento della bada del paese. Da quel giorno il presepe divenne a pieno titolo parte della tradizione locale del quartiere, fino a diventarne parte integrante e attrazione turistica.

La Sicilia

Amelia Cartia
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