Cultura Libro 15/01/2017 15:35 Notizia letta: 259 volte

Pierpaolo Pasolini e l'Etna, Il deserto e il grido

Un tremendo paesaggio lunare
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Palermo - Il volume "Pier Paolo Pasolini e l’Etna, Il deserto e il grido", pubblicato dalla 40due edizioni di Palermo, è un atlante bilingue (in italiano e in inglese) che documenta scrupolosamente l'amore pasoliniano nei riguardi della Sicilia, da lui esplorata per la prima volta nella sua zona orientale in occasione del reportage (“La lunga strada di sabbia”) commissionato dalla rivista “Successo” nel 1959. Non a caso l’appendice del libro è costituita da una galleria fotografica che testimonia la presenza di Pasolini all’edizione 1967 del Premio letterario Brancati a Zafferana Etnea. Come ricorda Sebastiano Gesù, fu tale occasione a segnare una tappa importante dell’ «avvicinamento all’ Etna» da parte dello scrittore diventato regista, che già nel 1964 aveva scelto le falde della montagna per ambientarvi una scena del Vangelo secondo Matteo, quella delle tentazioni di Cristo nel deserto.

Difficile è stabilire quale insieme di ragioni motivasse la speciale attrazione di Pasolini per quello che egli stesso una volta definì un «tremendo paesaggio lunare». Si può supporre, come fa Silvana Grasso nelle pagine introduttive del libro, che egli sia andato incontro al “Vulcano/Madre” alla ricerca della Parola risanatrice di «ferite invisibili e non per questo meno dolenti», ma è sicuramente la volontà di trasformare quel teatro mitologico in un simbolo ad aver dato valore memorabile allasua scelta.

Per Pasolini, dunque, l’Etna diventò uno dei privilegiati paesaggi simbolici dei suoi film, il luogo dove far brillare la sua poetica visione del vuoto e dell’urlo. E a testimonianza di questa predilezione provvedono le immagini prima delle parole. Nella scena finale di Teorema, lacerante apologo del 1968 sul mistero del mondo contemporaneo che si è desacralizzato al punto da respingere la necessità stessa di una nuova “rivelazione”, quello etneo è un orizzonte mistico e al contempo nullificante nel quale si consuma la straziata perdizione di Massimo Girotti, padre di una famiglia eroticamente visitata da un angelo dell’Apocalisse e poi padrone borghese in cerca di ascetica redenzione. Un uomo nudo che fugge, inscritto in un deserto lavico dove il tempo e lo spazio si sciolgono predisponendo un miraggio d’infinito: per Pasolini è solamente in un set come quello, così reale e così astratto, che può adeguatamente consumarsi il gesto epocale (e intimamente autobiografico) di «un urlo in cui in fondo all’ansia si sente qualche vile accento di speranza, oppure un urlo di certezza dentro a cui risuona, pura, la disperazione» (come scrive egli stesso).
La conferma dell’ossessiva predilezione per l’Etna, in quanto espressione di un paesaggio fuori dalla Storia, avviene quando Pasolini vi ritorna a girare l’episodio mitologico-ancestrale, che si mescola a quello moderno ispirato a Grosz e Brecht, di Porcile, il suo film più rabbiosamente cupo e nichilista girato subito dopo Teorema quasi come se fosse una sua grottesca chiosa.
Seguendo l’utile atlante critico di Sebastiano Gesù, arricchito da una folta galleria iconografica, arriviamo così alla meta dell’esperienza “vulcanica” di Pasolini, all’episodio dantesco de I racconti di Canterbury. Per quel film del 1972, che appartiene alla cosiddetta Trilogia della vita poi abiurata dallo stesso regista, l’Etna fu trasformato in un teatrino di posa degno dell’originario cinematografo di Meliès, dove si anima la blasfema rappresentazione di un “giudizio universale” sotto il segno di Bosch, con schiere di peccatori sodomi zati da demoni alati e decine di monaci dannati. Nient’altro che uno sberleffo malinconico, un triviale quanto affettuoso omaggio a quel set siciliano nel quale Pasolini seppe rintracciare uno dei crocevia più visualmente fertili del suo fare anima attraverso il cinema.

Redazione
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