Cultura Libro 23/01/2017 11:11 Notizia letta: 433 volte

Silvana Grasso: Solo se c'è la luna

Lo scontro fra la natura e il moderno in un romanzo pieno d’immaginazione e con l’estro di una lingua febbrile
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Notte di lunapiena era stata, e un incendio di luce albina, spaventosa, magnifica, aveva furiosamente rovistato tra rami di ciliegio maturi, anche loro ormai prossimi al parto. Ma i ciliegi non soffrivano come le femmine, quando partorivano. 
Non ce l’aveva fatta Gelsomina a farla nascere durante la notte, la sua creatura, e ormai erano passate più di ventiquattr’ore dai primi dolori che l’avevano, già all’alba, attraversata tutta, come quando un lampo sparava dall’alto sulle pecore e le ammazzava, una a una, né faceva differenza stare più in alto, o più in basso. Morivano comunque.
Era tutta dolore, dal petto alle spalle alle dita dei piedi, che tremavano e, spaventosamente, facevano sussultare il letto grande, dove giaceva ormai stremata, tra spasimi disumani.
Gelsomina ne sapeva poco del parto, quasi niente, non si trattavano mai quegli argomenti in casa, e ogni ragazza lo scopriva poi da sé com’era partorire, solo al momento di farlo nascere, il figlio.
Per quel poco che ne sapeva, lei pensava al dolore del parto come a un dolore concentrato, dall’ombelico a scendere, per una decina di centimetri, o poco più, se chi partoriva era alta di statura. Com’era concentrato anche il dolore dell’appendicite, un quadratino di carne nel fianco destro, incovato al confine con l’osso.
Ormai, dopo un giorno e una notte di dolori, non ce la faceva più a gridare, forse non era più neanche viva, forse era morta. Il silenzio era sceso, già dalla mezzanotte, come una museruola sulla sua gola, premonitore d’un silenzio più grande e definitivo. Quello di chi muore. E per sempre tace, con l’ultimo grido moribondo strangolato in gola.

Gelsomina era una semplice, una che non aveva studiato, che solo do- po la varicella, fatta a tredici anni, per miracolo sopravvissuta quando ormai, quasi morta, le avevano somministrato l’estrema unzione, aveva imparato a mettere la firma. Ma solo la firma «Gelsomina Caltabellotta». Imparare a scrivere del tutto, no, troppo difficile, era già una grande fatica scrivere le lettere del suo nome. Che nome lungo il suo, ma poco a poco, esercitandosi sui tronchi degli alberi, con piccole incisioni di coltello, aveva imparato a scriverlo giusto, senza saltare nessuna lettera, nemmeno una delle due elle del cognome, Caltabellotta. Comunque, per esserne certa, contava le incisioni, se non erano 22, quanto le lettere del suo nome e cognome, c’era stato un errore e bisognava capire dove, ricominciando pazientemente a contare.
Armata di coltello, per imparare a scrivere perfetto almeno il suo nome, non aveva risparmiato castagni né querce né noccioli, né alberi da frutto che, sulla viva carne della corteccia, muti, nella parola del silenzio che non faceva rumore, avevano ricevuto la ferita della lama, come ricevevano la tempesta di vento o la grandine quando, pazziando, ne accecavano le gemme della fioritura.
Più che a scrivere, a furia d’esercitarsi, aveva imparato a intagliare e, poco per volta, a scolpire. Tutto da sola. Dono di natura.

Che meraviglia quando aveva capito che, solo con un pezzo di legno, solo un pezzo di sughero e un coltellino, poteva farci una testa d’animale, un gatto una civetta un maialino, ma anche una testa d’uomo, di bambino o d’angelo, per le tombe dei morti, al Cimitero.
Per molto tempo lo aveva pensato che fossero gli angeli in persona a scolpire le statuine per le tombe. Alcune bellissime, che sembravano vere, sul punto di parlare ridere piangere tossire, persino camminare, altre brutte. E che magari il criterio tenuto dagli angeli, nella distribuzione della bellezza e della bruttezza, era proprio quello dell’essere stati buoni o cattivi nella vita.
Gelsomina non pensava mai alla morte con pensieri filosofici, complicati, pensieri di chi aveva studiato e tanto. Pensava, invece, alla morte come a una vicina di casa, cui chiedere un pizzico di sale, se non ce l’aveva al momento, o uno spicchio d’aglio, una cipolla fresca, strappata dall’orto mentr’ancora s’allattava alle radici della terra.
La faccia tonda della Luna, nel delirio dei dolori, le era sembrata la Madonna, accorsa in suo aiuto, anche se la faccia della Madonna, dai santini che aveva in casa, la ricordava magra sfilata, con gli zigomi alti ossuti. Magari, vista da vicino, era proprio così la Madonna, magari aveva una faccia grassoccia tonda simpatica. Umana. Una faccia da contadina, una contadina come lei, fino a un anno prima, quando, a sedici anni, aveva sposato Girolamo Franzò. Un manovale bracciante che, tornato ricco dall’America, si faceva ormai da tutti chiamare Gerri l’americano.
Ma poteva morire, giusto ora che a- veva imparato a scrivere il suo nome da dio? Poteva morire solo per met- tere al mondo un figlio che non aveva voluto mai, lei che al matrimonio non ci pensava proprio, che non avrebbe voluto sposare nessuno mai, fosse giovane o vecchio, bello o brutto.
Questo pensiero da quando, bravissima ormai a scolpire, s’era fatta visi d’uomo bellissimi, che in natura non esistevano, e non sembravano affatto di questa terra. E di qualcuno s’era pure pazzamente innamorata. Per ultimo di Toni, scolpito, in tre giorni e tre notti. Senza mangiare mai né dormire mai, per paura di perderla la magia delle mani e del cuore che scolpivano al posto suo, e non trovarla mai più.
Una volta finito, bellissimo lì davanti a lei, proprio nelle sue stesse mani, se l’era baciato tanto il suo Toni, da procurarsi lividi enormi sulle labbra. Piccole conche di sangue quagliato, stimmate per come furiosamente se l’era sbattuto sulla bocca, il suo Toni di legno, a rischio anche di rompercisi i denti, nell’illusione della carne, nell’illusione della lingua, nell’illusione di scoprire, infine, che fosse proprio un uomo.

Gelsomina non si credeva capace d’un simile talento, eppure erano, inconfutabilmente, opera sua quei ragazzi magnifici di legno o sughero.
S’era ammazzata a piangerlo il suo Toni, scolpito nel legno, quando, come fosse uno straccio per pulirci le botti, due gatti l’avevano martoriato, a morsi e unghiate, sfregiando il suo magnifico visodangelo, solo per gioco. E lei che, ancora una volta, lo aveva perso il suo uomo ideale, che ancora una volta restava vedova del suo vero amore, lo piangeva disperata, si strappava i capelli, se lo baciava, pezzo a pezzo, raccogliendolo da terra, ormai irriconoscibile, maciullato.

Ma non era la stessa cosa. L’occhio vivo, bellissimo quand’era intero, era mostruoso ormai spaccato a metà, proprio a centro pupilla, e ci voleva tutto il suo amore, nel ricordo della bellezza d’un attimo prima, a baciarlo ancora ancora e ancora, con inesausta passione cercando la sua lingua, a rischio di rompercisi anche i denti, per miracolo salvati, dopo il calvario delle labbra.
Così erano morti tutti i suoi uomini, di legno e sughero, morti sfregiati, accecati, mutilati, fatti a pezzi. Chi perdeva un occhio, chi il naso, chi un labbro, chi uno zigomo.
Da quando se li costruiva da sé i suoi uomini, come voleva, con gli occhi che voleva, a mandorla o tondi tondi, che sembravano fatti col compasso, o con il naso che voleva, una nascazza da pugile o un naso fino, a sigaretta, da seminarista, le piaceva pensare alla sua vita da sola, senza uomini di carne e, con cuore leggero, fantasticare sull’amore, inseguendo in cielo il volo d’uccelli solitari tra imparruccate nuvole.
Mai uccelli in branco che, visti da terra, sembravano brutti scarafaggi neri e, per qualche minuto, che durava un’eternità, persino il cielo scompariva. E lei tornava a respirare solo quando ricompariva, con le sue lentiggini d’oro di blu d’azzurro, e anche di papavero al tramonto, quando sanguinava come una femmina nei suoi giorni di sangue.
Gelsomina ne era proprio convinta. La Madonna era là, seppure con una faccia strana, da Luna. Era là solo per lei, che non chiedeva il miracolo grande di non morire, ma il miracolo piccolo di non patire oltre quell’inferno. Ci sperava, anche se lei non pregava mai, non tanto per mancanza di fiducia nella Madonna, quanto perché non aveva memoria, aveva la testa dura e non se le ricordava mai per intero le preghiere.
Solo l’inizio ricordava, quattro o cinque parole al massimo, Santa Maria madre di dio, Ave Maria piena di grazia. Poi nulla. Ma la Madonna non era meschina, non gliela faceva pagare per questo, e infatti là era, fuori dalla finestra, solo per lei. Che bella soddisfazione! E per un attimo anche i dolori sembrarono alloppiati, narcotizzati, su comando della Madonna.
Andava avanti quasi da due giorni, il suo supplizio, e il dolore del parto le aveva tanto indebolito la vista, che ormai quasi non vedeva più niente, più nessuno. Tranne lei, la Madonna, che maestosa splendeva sul ramo del grande gelso bianco, appoggiata alla fioritura come se riposasse, stanca del viaggio.
Certo il viaggio c’era dal Paradiso alla Terra, ed era lungo, e la Madonna, che era una creatura di genere umano, di sicuro si era stancata come una qualsiasi donna.
Ah, che sollievo, che conforto, vederla vicinissima. Se le faceva il miracolo, come voto di ringraziamento, avrebbe rincominciato a intagliare alberi, fino a quando non l’avesse scritto perfetto il nome e cognome della Madonna, come ormai scriveva il suo. Un gioco scrivere 12 lettere, Maria Madonna, a confronto delle 22 del suo, Gelsomina Caltabellotta.
«No, signorina levatrice, che fate? me la sbrigo io, che sono pratica di queste cose. Cinque ne ho partoriti figli, e tutto da sola, io so che farne di questa qua. Voi occupatevi solo di mia cognata Gelsomina, che perde troppo sangue, e magari ci perde la vita, con quest’unica partorenza, la prima, la più difficile. Poi, nelle altre, l’utero si apre come un elastico bollito e il bambino scivola fuori subito, di botto, senza problemi.
«Questa non si butta mai dalle no- stri parti» e indicò la placenta, una trippa sanguinolenta, tumefatta, avvolta in una pellicola di sugna, che aveva appena recuperato da un secchio per rifiuti, dove giaceva tra garze cotone e altre pezze, usate per il parto.
«Qua, dopo il parto, quando l’utero la sbotta e finiscono i dolori, la diamo da mangiare ai tacchini del pollaio, che ne vanni pazzi, e gli fa dolcissima la carne per il pranzo di Natale. Ora vi faccio vedere che spettacolo». Disse la donna, cognata di Gelsomina, che aveva assistito al parto. Poi, la gettò, con slancio vigoroso, da uomo, in mezzo al cortile e la placenta, cadendo sul terriccio, fece un gran botto. A morsi, a colpi d’ala, a colpi di becco, due galli d’india se la contesero furiosamente. In un attimo scomparve, lasciando sul becco d’entrambi i duellanti, il sangue dello scempio.

Silvana Grasso
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