Cultura Libro 24/01/2017 22:50 Notizia letta: 465 volte

Il fiore del cappero, un romanzo

L'opera di Un Uomo Libero.
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“L’amaro fiore del cappero” racconta una Sicilia post-unitaria eroicamente rappresentata da Virginia, la figlia di un’aristocrazia tradita e delusa dall’epopea garibaldina. Il romanzo ha per sfondo non più Palermo e il protagonismo della sua classe politica ma il Sudest più provinciale dell’Isola, perso in un isolamento storico millenario, immerso in una solitudine mediterranea struggente e malinconica.
Gli intrighi, gli amori e le passioni che diedero vita e corpo all’ultimo tentativo della classe baronale di rendersi autonoma e indipendente sono qui narrati con il pessimismo che da sempre accompagna i siciliani che scrivono sulla loro terra.

-oo0oo-

La duchessa di Villalta riceveva il sabato sera in un palazzo ricco e magnifico.
Un casato antico e nobile, il suo, i cui domini si estendevano fino a lambire i dintorni di Palermo.
Un latifondo sterminato che attraversava il cuore dell’isola.
Confini che si perdevano nella memoria e nella storia del tempo.
Dopo di quella della duchessa di Villalta, la famiglia dei Sambuca sicuramente era la più importante del paese.
Ma non aveva avuto mai il marchese, per una parsimonia che era nata con lui, smanie di ostentare le sue grandi fortune.
Le sue erano solo chiacchiere.
Nessuno, in paese, ricordava più il ricevimento dato negli splendidi saloni del palazzo Sambuca in occasione delle cresime dei ragazzi. Molti non avevano visto mai gli interni del palazzo.
La famiglia era vissuta in una riservatezza esagerata che non trovava nessuna giustificazione logica in un paese dove molti ostentavano il poco che avevano.
Né si era preoccupata Virginia di cambiare le cose.
Cresciuta alla filosofia del padre, si era ancora di più rinchiusa fra le sue stanze silenziose e solenni, abitate ormai solo da dolorosi fantasmi.
Le morti inaspettate di Francesco Paolo e Neli avevano distrutto un equilibrio che si reggeva esclusivamente sulle loro presenze e sui loro affetti.
Virginia, elegantissima, scese dalla carrozza, aiutata dal cocchiere.
Sanvitale si era particolarmente azzimato per stare all’altezza di una così affascinante giovane dama.
Non era giovane, non era vecchio. Possedeva quell’età indefinibile degli uomini maturi e non belli.
Le pomate, la lunga frizione della pelle del viso e del corpo, aiutavano, per un’arte consumata e complice, nell’inganno del tempo.
Elegante nei modi da sembrare leggermente affettato, la sua bassa statura gli conferiva un non so che di comico e al tempo stesso di solenne, pedante, burocratico.
Le si avvicinò con premura e lei ne cercò inutilmente il braccio.
Salirono l’imponente scalone, presidiato dai servitori in livrea, splendente di lumi.
La duchessa e il marito accoglievano gli invitati sulla soglia del grande portone che immetteva nella sala d’attesa.
-Oh, mia cara, che gioia avervi qui, stasera, tra noi.-
La duchessa nutriva un vero e proprio affetto per lei.
Più volte aveva manifestato il desiderio di vederla al braccio di un nipote di Caltagirone.
Invano aveva tanto brigato in passato che ancora non si decideva a darsi per vinta.
Richiuse uno splendido ventaglio con il quale civettava e si lanciò in un abbraccio sinceramente tenero.
Il marito, un buon uomo, di rango meno nobile, li salutò con un magnifico sorriso.
-Il Signor Domenico Sanvitale.- Disse loro Virginia, presentandolo, e aggiunse:- Alto funzionario del Banco di Sicilia di Palermo, intimo amico di zio Federico. Tra noi per motivi inerenti alla sua alta carica…-Si avvicinò alla duchessa e, sfiorandole il viso, le sussurrò: - un giro per acquisire
conoscenze, tra le importanti famiglie di questo circondario e, in seguito, andrà a Noto. Nell’attuazione di una nuova politica che vorrebbe fondare in alcuni centri dell’isola nuove e decentrate filiali…-
La duchessa guardava con occhi interessati l’uomo e andava annuendo sapientemente col capo.
-Onorata della sua importante presenza, signore.- Si rivolse a lui, interrompendo Virginia.
La duchessa aprì il ventaglio e ritornò a celare il viso, stendendogli la mano.
L’uomo si curvò in un lungo ossequio e gliela baciò. Strinse forte la mano del marito che già aveva capito a volo chi fosse.
Fecero loro segnale di passare perché arrivavano altri ospiti.
-Virginia, mia cara, non dimenticate di prendere i vostri biglietti…- Le ricordò, mentre si allontanavano, la duchessa, facendo gli onori di casa a un’altra coppia.
Entrarono in una magnifica sala, dove un maggiordomo in livrea e con una strana parrucca bianca, impassibilmente, distribuiva a un tavolinetto biglietti staccandoli da una matrice.
-Sceglietene uno e affidatevi alla sorte. -Lo istruì Virginia.
-Che cosa sono e perché?- Chiese Sanvitale.
Virginia prese il suo e sorrise.
-I sabatini, - spiegò- splendide feste date dalla duchessa. Sono soprattutto per questo famosi e diversi da tutti gli altri ricevimenti che si danno non solo in paese ma nel circondario e anche fuori distretto.
Il biglietto che abbiamo ricevuto è legato a una lotteria. Una trovata stravagante e ricca, inventata da lei per dare vita e movimento alla nostra annoiata esistenza di provincia.
Nell’intervallo, quando i concertisti riposeranno e le danze cesseranno, sarà la lotteria il momento più interessante e magico, il più aspettato e il più chiacchierato.
Vedrete quanto vi divertirete! Rappresenta l’apice della serata.
I premi sono a volte banali e curiosi, ma ve ne sono anche di preziosi e rari.-
L’uomo la guardò stupito.
Neanche nell’elegantissima Palermo aveva visto tanto sfarzo e tanta opulenza. La provincia lui l’aveva sempre pensata povera e arretrata, chiusa e malinconica.
Si ritrovava in mezzo a una società che nulla aveva da invidiare a quella della capitale.
Si sentiva quasi a disagio, colpevole di un pregiudizio lontano le mille miglia dalla realtà.
Anche il rinfresco era eccezionale. Curato nei minimi particolari. Le pietanze risaltavano fra gli argenti preziosi e le porcellane dei piatti ed il vetro scintillante dei bicchieri.
I concertisti, ospitati in un palchetto a un lato del salone, incominciarono a suonare ballabili e le coppie, numerose e allegre, si lanciarono in incredibili gare.
Virginia sedette in un divano, in una saletta attigua al salone, sorseggiando un profumato liquore.
-Ma la vita, qua, è sempre così?- Chiese meravigliato l’ospite.
-La duchessa dà i suoi sabatini da novembre a Natale e da Pasqua a quasi metà di luglio, praticamente fino alla Madonna del Carmine. Dopo questa festa si parte per la villeggiatura. In quaresima la duchessa si sposta in un’altra tenuta e così per l’estate.- Fece una pausa. - Mi concedete il prossimo ballo?-
-Volentieri ballerei con voi, però non riesco, perdonatemi.-
Si avvicinò il baronello Motta.
-Oh, contessina, che magnifica serata, questa, con voi qui…-
Virginia gli presentò Sanvitale e, dopo, gli fece segno di sedersi sul divano accanto a lei. L’uomo le obbedì. Virginia gli si avvicinò all’orecchio.
-Avete sgomberato la grotta?- S’informò subito.
-Il lunedì stesso, nella notte. - Le rispose.- Tutto già è andato a destino.-
-Bene!- Concluse, soddisfatta, la contessina.
Facendosi scudo col suo ventaglio, mormorò, indicando l’uomo: -E’ l’amico di cui vi parlavo.-
Colse al volo il notaio e si fece invitare per il ballo successivo.
Il baronello Motta si avvicinò all’uomo e rimasero a bisbigliare a lungo.
Il baronello Motta era l’anello di congiunzione tra il distretto di Noto e il circondario di Modica, in più aveva conoscenze importanti dalle parti di Favara.
Si era molto speso per la causa che riteneva necessaria e giusta.
Più giovane di Francesco Paolo, ne aveva subìto da sempre il fascino e l’entusiasmo.
Esercitava la professione di avvocato con la quale copriva il suo impegno politico.
Sanvitale veniva a chiamare a raccolta tutte le forze disponibili.
Chiese che cosa pensasse sull’opportunità di una sollevazione in pieno agosto o ai primi di settembre quando il caldo è afoso e la capacità di resistere delle truppe piemontesi scarsa, dopo la lunga estate.
Il baronello condivise questa idea.
Avrebbe fomentato la rivolta, incitando le classi più deboli e povere con le quali continuamente era a contatto.
Aveva instaurato amicizie e complicità con capipopolo e antichi patrioti i quali non aspettavano che un suo segnale.
Sanvitale gli confidò che doveva sentire altre persone e che, da Malta, molti esuli dichiaravano di essere pronti a rientrare, nel caso sperato di un successo del moto.
Si lasciarono con l’accordo che Virginia avrebbe fatto da tramite.
La musica intanto cessò.
I ballerini assaltarono i camerieri con i vassoi dei rinfreschi.
Dei servi portarono due splendidi e antichi troni di legno.
Dentro lignee volute d’oro essi racchiudevano preziosi velluti.
Li addossarono alla parete più stretta del salone tra le due grandi porte, dirimpetto al palco dell’orchestra.
La duchessa e il marito si sedettero.
I presenti facevano da elegante cornice.
Il maggiordomo imparruccato portò una piccola urna di vetro che
conteneva tanti biglietti. Le matrici della lotteria ripiegate su loro stesse. Si avvicinò alla duchessa.
Lei rimescolò a lungo i pezzetti, ne prelevò uno e lo diede al notaio col quale tutta la sera aveva ballato Virginia.
Un altro servo mostrava il regalo per quel numero scelto, una splendida pipa.
-Cinquantotto!- Gridò l’uomo con impeto, lamentandosi poi a mezza voce con la duchessa del suo compito ingrato.
Un mormorio, risa. La contessa madre Del Rio si fece avanti, vergognosa e impacciata, a ritirare il premio a lei poco adatto.
Altro giro.
-Ventiquattro!-Gridò di nuovo il notaio. Questa volta si metteva in palio una giarrettiera.
Il mormorio si fece fortissimo e, baldanzoso, scoppiando in una forte risata, il baronello Motta andò a ritirare il suo premio, ringraziando la duchessa che, divertita, annuiva.
Altro giro.
Questa volta il premio era veramente magnifico e interessante. Una splendida spilla in forma di cornucopia, ornata di piccoli granati. Era il vero premio della serata.
-Sessantasei!-Gridò per la terza volta il notaio e aggiunse, stupito: -Il diavolo!-
Il mormorio si fece altissimo e tutti guardarono verso Virginia.
Aveva scelto di proposito quel numero non perché fosse eccessivamente fortunato, ma perché era l’anno della rivolta.
Si diresse verso il maggiordomo a ritirare il premio tra scrosci di applausi.
Fermandosi, fece un inchino alla nobildonna e al marito che la ripagarono col più felice dei loro sorrisi.
-Si riaprano le danze! - Proclamò solennemente la duchessa mentre i servitori portavano via i troni.
I musicisti ripresero a suonare. Le coppie riempirono il salone con le loro giravolte.
Molte donne si contesero Virginia perché mostrasse loro da vicino il gioiello.
-Matri! ‘Chi malaugùrju!- Esclamò per invidia una delle figlie del farmacista.
-Prima u nùmmuru, sissantasiei, ca è u nùmmuru rò riàvulu…e
puoi na spilla…ca ‘na smorfia sta a peni e dispiacìri…e - guardandola e rigirandola fra le mani- ancora u russu re granàta ca a mìa mi fa tantu sensu pirchì mi para sagnu…(77)-
Virginia le prese la spilla dalle mani, la appuntò sullo splendido vestito nero.
-Io non sono superstiziosa come voi.-La rimbeccò. -E questa cornucopia mi porterà fortuna, a vostro dispetto!-
Si allontanò, ridendo, verso Sanvitale che era rimasto tutta la sera sprofondato in un enorme divano rosso.
A notte inoltrata, gli invitati incominciarono ad accomiatarsi.
Sanvitale più che stanco era frastornato. Poco abituato com’era alle feste. Virginia lo intuì e gli propose di partire.
La duchessa salutava nello stesso posto, dove l’avevano trovata all’arrivo.
-Mia cara. -Le disse, quando li vide avvicinare per congedarsi.-Lasciatevi guardare…non potete sapere la gioia che ho provato quando vi siete fatta avanti voi a ritirare il premio. -La strinse a sé e appoggiò la sua guancia alla guancia di lei. Il marito stringeva la mano a Sanvitale.
-Si ferma molto dai Sambuca?- Chiese affabilmente la duchessa al suo ospite, dopo aver raccomandato caldamente a Virginia di portare i suoi saluti alla madre e alla zia.
-Oh, no! Solo qualche giorno ancora…non voglio disturbare tanto! Già tutto questo è bastante…-
-Lei, signore, é il benvenuto da noi, la nostra casa è felice e lusingata di accoglierLa…-
-Grazie!- Rispose il Sanvitale.-Ne sono oltremodo onorato. –Curvandosi e baciandole la mano profferì:- Voglia gradire, signora duchessa, insieme al suo consorte, i sensi della mia più profonda e devota stima.-
La duchessa aprì il suo ventaglio e si avvicinò a un’altra coppia che partiva.
Ridiscesero in fretta tra le lunghe occhiate curiose e invidiose di chi non aveva avuto la fortuna di essere presentato a quell’ospite.
La carrozza li aspettava per riportarli a casa.
-Stanco?-Gli domandò Virginia.
-No. -Rispose l’uomo. -Ammirato e felicemente sorpreso.-
La provincia aveva saputo competere con la più raffinata società della capitale.
Palermo era lontanissima. Qui, in un mondo isolato e anarchico, l’aristocrazia aveva raggiunto uno stile di vita che non gliela faceva rimpiangere.
Con un’aggiunta. Era molto più facile mantenerlo.
La carrozza si fermò.
Il cocchiere spalancò il portone ed entrò nel cortile.
Il servo custode accorse subito ad aprire la porticella all’ospite.
Virginia scese. Si accomiatò da lui. Salì in fretta la scalinata e si ritirò nelle sue stanze.
Il mattino seguente diede ordine di non disturbare il suo ospite fino a quando non si sarebbe fatto vivo in sala da pranzo.
Lo immaginava stanco e abbastanza provato dalla notte.
-La duchessa, ieri, mi ha pregato vivamente di porgervi i suoi più cari saluti. -Riferì Virginia alla madre e alla zia, durante la colazione.
-Come sta?- Chiese la badessa.
-L’ho trovata molto in forma. - Rispose Virginia.
-Che stupida che sei, figlia mia, e a volte neppure ti capisco…- Virginia guardò la badessa con occhi severi.- Avresti potuto accettare la loro offerta e invece ti ostini in questa vita da zitella…Un partito, e che partito!, il nipote. Un ragazzo d’oro che erediterà tutte le loro fortune… Da sempre, non avendo avuto figli, quel ragazzo è stato per loro più che un figlio…- Virginia si alzò e si allontanò senza degnarsi di darle una risposta.
Quando Sanvitale apparve nella sala da pranzo era quasi mezzogiorno.
Rifiutò di fare colazione.
Virginia ne approfittò per cercare di programmare il viaggio da Piddu.
In effetti, l’uomo si trovava là per quello.
Convennero sul giorno dopo, con partenza di primo mattino.
Gli consegnò, in quell’occasione, le lettere che ziu Masi aveva portato per lui da Malta.
La sera lo condusse al Duomo per ascoltare la santa messa.
Sanvitale guardava le case del paese superiore e gli sembravano tante piccole scatole di latta colorate.
Passarono davanti alla casa comunale, a metà salita tra il càssaro e la spianata del Duomo, sotto gli sguardi curiosi di meravigliati passanti. Sul sagrato Sanvitale domandò notizie del tempio.
-Una chiesa venerabile sul posto di un’antica agorà, sospesa nell’aria.
In una millenaria acropoli, la cui storia si è persa nel tempo.- Lo informò Virginia. -Più su, le case finiscono in un vecchio castello in rovina dal quale si domina tutto un grande specchio di mare.-
E gli mostrava come le case sovrastassero, a grappolo, addirittura il tetto del Duomo, per un gioco di terrazze e di strade che, chiunque, guardando dal basso, difficilmente avrebbe potuto intuire.
Rincasarono. La cena era pronta.
Subito dopo si ritirarono nei loro appartamenti.
Prima di ritirarsi, Virginia aveva dato ordine di attaccare due cavalli alla carrozza l’indomani.

77 Mamma mia, che iella!...Prima il numero, sessantasei, che è il numero del diavolo…
e poi una spilla…che nella smorfia è sinonimo di sventura e dolore e…ancora il rosso
dei granati che a me fa tanto senso perché mi ricorda il sangue…

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Un Uomo Libero.
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