Cultura Scicli 02/02/2017 11:11 Notizia letta: 320 volte

Vaghi putti sognanti

La festa di bambini che giocano e volteggiano
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Scicli - Conosciamo pochissimo degli spazi sacri in area iblea prima del terremoto del 1693. Ci rimangono soltanto frammenti, qualche brandello di spazi interni, qualche altare, qualche frammento di facciata, per cui poco possiamo dire dei cicli decorativi interni, poco passiamo dire di quanti angeli, quanti serafini, cherubini popolassero le nostre chiese. Qualcosa rimane. A Ragusa in Santa Maria delle Scale, a Comiso in San Francesco all’Immacolata, a Modica in Santa Maria del Gesù, in Santa Maria di Betlem, in San Giuseppe; a Scicli in Santa Maria della Croce, nella chiesa della Consolazione, in San Matteo; inoltre vanno citati alcuni monumenti funebri nelle varie città iblee. Nel complesso ben poca cosa rispetto al popolo di angeli, di putti, di testine alate che troviamo negli interni settecenteschi. L’occasione di scriverne mi è stata data dal trasferimento della sede del Movimento Vitaliano Brancati da via Francesco Mormino Penna a via Aleardi. Nella nuova sede, che fa parte del palazzo oggi della famiglia Susino, sopra due finestre del piano terra, si trovano scolpite in altorilievo due testine rese frontalmente, molto paffute. Hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, la bocca leggermente aperta, col volto circondato da riccioli. La loro fattura somiglia molto a quattro putti che si trovano sulla facciata e sulla porta laterale della chiesa di San Michele, a parecchi putti che si trovano all’interno della chiesa di Santa Teresa, ad altre testine alate collocate nei piedistalli delle sculture del primo ordine della facciata della chiesa del Carmine, a una chiave d’arco della cappella Torres nella chiesa di San Matteo, tutte architetture di Scicli, oltre ad alcune testine che decorano le colonne dell’abside centrale della chiesa di San Pietro di Modica.

Sono volti espressivi per quanto le fattezze non rispondono ai canoni classici della bellezza: il loro volto è molto largo, le labbra sono vistose, le guance gonfie. La possibilità di datare tutte queste testine che ho citato deriva dalla datazione certa tra il quinto e il sesto decennio del primo ordine della facciata della chiesa di San Michele Arcangelo di Scicli, facciata progettata da Michelangelo Alessi e realizzata dal capocantiere della fabbrica, il capomastro Mario Mormina.
Data la somiglianza stilistica delle sculture di San Michele con le altre delle altre chiese citate penso che anche le due sculture di palazzo Susino e l’intero piano terra del palazzo siano da datare intorno alla metà del Settecento. Anche lo spazio interno del palazzo, nelle due stanze che ospitano il Movimento culturale Brancati sono del Settecento, mentre il primo piano risale a fasi di molto successive. Il palazzo, pertanto, resta tra i pochi palazzi del Settecento che ci rimangono in città. A confrontare le testine sopracitate sembrano uscite dalla mano di un solo scultore, o quantomeno di una stesso cantiere; e ciò consente di considerarle come opere autonome stilisticamente di buon livello, indipendentemente dalla loro funzione decorativa. Le considerazioni su espresse mi hanno portato ad allargare l’orizzonte su altri putti presenti sia nelle facciate che all’interno delle varie architetture ecclesiastiche.

Nell’impossibilità di esaurire questo tema vastissimo, posso soltanto citare a volo d’uccello alcuni cicli decorativi in cui testine alate, putti e angeli hanno un ruolo considerevole a partire dalla chiesa di Santa Maria maggiore di Ispica, alle chiese di San Martino e di San Francesco Saverio e di Sant’Antonino a Modica, alla chiesa di San Giovanni, di San Vincenzo Ferreri a Ragusa, di San Giuseppe a Chiaramonte, di Santa Maria delle Grazie a Vittoria. A Scicli la prima testina alata che troviamo a Scicli è posta in un concio incastonato nell’angolo sinistro della facciata della chiesa di santa Maria della Croce. Un rilievo della prima metà del Cinquecento. Sempre nel XVI secolo, probabilmente nella seconda metà del secolo, sono da collocare la serie di sei testine alate poste nel fregio, come metope intercalate con triglifi, sovrastante la porta laterale della chiesa della Consolazione.

Si tratta di volti di putti alati tondeggianti, alquanto stilizzati e rigidi nell’espressione dei volti; nella fascia sottostante sono rappresentati due angeli con veste lunga, con ali spiegate, che sorreggono ciascuno una corona. Per il Seicento sono poche le citazioni che riguardano testine alate e angeli: si possono citare il monumento funebre a Mariano Perello nella chiesa della Madonna delle Milizie, i due monumenti funebri dedicati a Giuseppe e Vincenzo Miccichè nella chiesa di San Bartolomeo, alcuni altari della navata sinistra della chiesa di San Matteo. Il numero di putti, testine alate e angeli aumenta in modi considerevole nel Settecento contestualmente alla grande ricostruzione del dopo terremoto. Il Settecento è il grande secolo in cui si ricostruiscono e si rinnovano molti spazi sacri all’insegna di una immagine interna che potesse dare il senso dei uno spazio spirituale, trascendente, di uno spazio inteso come allusivo del Paradiso. Il primo gruppo di angeli li troviamo nella chiesa della Madonna delle Milizie, angeli posti sui lati dell’altare maggiore opera di Simone Messina, tra gli stuccatori dei primi due decenni del settecento. L’altra presenza significativa è quella dei putti realizzati dallo stuccatore Antonio Aversa nella chiesa di Santa Maria del Gesù, mentre risultano perduti altri stucchi che l’Aversa aveva fatto per un oratorio all’interno del collegio gesuitico. L’Aversa, attivo nella nostra area con opere di pregio, in particolare a Modica, è tra gli stuccatori più importanti e più validi con opere prevalentemente degli anni quaranta del settecento. A seguire ci sarà il ruolo di Giuseppe Gianforma con un ciclo di stucchi che sicuramente comprendevano putti e angeli nella chiesa di Santa Maria la Nova (ciclo che non ci rimane, essendo la chiesa radicalmente trasformata durante l’Ottocento) e con il ciclo presente ancora nell’aula della chiesa di San Bartolomeo.

Anche Giuseppe Gianforma sarà presente in altre città iblee. La sua attività a Scicli prevalentemente si colloca tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta del Settecento. Passerà il testimone negli anni sessanta al figlio Giovanni autore del ciclo di stucchi all’interno della chiesa del Carmine, all’interno della chiesa di San Giovanni, e nell’abside della chiesa di San Bartolomeo, nell’abside della chiesa della Consolazione. Riguardo agli stucchi della chiesa annessa al convento dei Cappuccini è da citare l’intervento in una cappella di Filippo Vincenti, molto presente anche a Modica. Negli anni sessanta c’è un giro di boa nella elaborazione degli stucchi, nella elaborazione dei putti. L’impaginazione stilistica da classicistica dentro la cultura tardobarocca, diventa rococò. Gli stilemi preminenti degli stucchi hanno ascendenze serpottiane. Ma c’è da tenere in conto anche il ruolo dei capomastri-scultori che sono intervenuti prevalentemente nelle decorazioni esterne, ma, talvolta anche nelle decorazioni interne. Il mio pensiero va agli Iacitano, a Mario Mormina, a Pietro Cultraro e ad altri capimastri-scultori attivi in città e nell’area iblea. Tra questi nomi vanno cercati gli autori dei putti di alcune facciate e di qualche decorazione interna. Talvolta ci troviamo di fronte a dettagli, a particolari decorativi, talaltra ci troviamo difronte a cicli organici e con percorsi dottrinari e teologici. Nell’Ottocento c’èuna svolta culturale, dottrinaria e teologica. In parecchi spazi ecclesiastici si rinnovano i cicli decorativi e gli angeli se non scompaiono si riducono notevolmente. Quella festa e i bambini che giocano e volteggiano nelle volte delle chiese scompare. Solo un’ultima ripresa ci sarà alla fine dell’Ottocento con un recupero stilistico neobarocco in qualche chiesa (vedasi, San Giorgio e San Giovanni a Modica). Resta, comunque, nel complesso un repertorio rilevante che aspetta di essere organizzato e sistemato nel contesto della cultura figurativa iblea.

Paolo Nifosì
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