Cultura Scicli 05/02/2017 20:47 Notizia letta: 1604 volte

I mulini ad acqua della Fiumara

Storie di mugnai
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Scicli - Lungo il torrente Modica-Scicli, in territorio di quest'ultimo comune, fino agli anni Cinquanta del Novecento, inistevano una ventina di mulini ad acqua, appartenenti alle famiglie Blundetto, Fiorilla, Vanasia, Magro, Miccichè. Era uso portare con carri trainati da asini il frumento dai "mulunara", i mugnai, per ottenerne in cambio farina di casa. Tra le tante strutture, di cui oggi rimangono solo ruderi, è ancora in ottime condizioni di manutenzione, e addirittura funzionante, per quanto non usato, il mulino del signor Angelo Burgaletta (in foto). 

Alla Conca del Salto, al confine tra Modica e Scicli, c'erano due mulini: Sautu ri supra, ro zu Vanninu u Tignusu, ovvero Giovanni Trovato, e U Sautu ri sutta, di Giuseppe Parisi Assenza. Quindi U Paraturi i supra, di Turuzzu Miccichè, poi appartenuto a Bartolomeo Ruta, e il mulino di Giuseppe Francia. C'era a seguire il mulino Scimilatu i supra, di Turiddu Carbone, e Scimilatu i sutta, di 'Nzulu Magro. 

C'era poi il mulino di 'Nzulu Burgaletta, ereditato da Angelo, U Paraturi ri sutta, di Felice Giannì, Cànfoli di sopra, di Angelo Vanasia, e Cànfoli di sotto, di Santo Vanasia. In prossimità della Fiumara c'erano i mulini Bismek di sopra, di Tano Magro, e Bismek di sotto, di Ignazio Micchicè soprannominato Cucinedda. C'era il mulino di Turcidinaru, di Bartolomeo Miccichè, figlio di Ignazio, e il mulino San Laurienzu di Angelo Magro, fratello di Tano. 

A Valverde c'era il mulino di Francesco Vanasia e quello di Cunziria (Conceria) di don Ludovico Inclimona. Vicino al ponte dell'ospedale il munilo ri l'armi ro pratoriu, di Giovanni Paolino, inteso Vannuzzu u culunnieddu. In via Tagliamento il mulino Badiula, di MIchele Fiorilla e in via botte il mulino Botte, che oggi ospita un'agenzia di pompe funebri. Sotto la stazione il mulino di masciu Liberto Fiorilla, in contrada San Leonardo, dagli sciclitani appellata contrada Minchiàrda, il mulino di Guglielmo Fiorilla. C'era subito dopo u mulinu ra santuzza di Guglielmo Santiapichi, il munlino ri l'armi di Matteo Carrua Blundetto e il mulino ri l'ancili o di masciu Saru della signora Rosa Salemi. 

C'erano infine il mulino ri Vanninu Lucenti ro Pinto e il mulino ro mastru ro cumannanti Mormino affittato a Giovanni Vanasia. In tutto sommano 26 strutture. 

Patria di giardini, di cannavate, la Fiumara era il letto naturale per i mulini ad acqua. L'acqua della molitura non era direttamente quella del torrente, ma l'acqua incanalata in saje. Una curiosità. Nel parlato popolare è rimasto il detto "ci abbiammu menza sarma" (da cui il cognome Mezzasalma), tradotto: abbiamo conferito mezzo salma di frumento, per significare un tempo lungo in cui poter parlare amabilmente senza preoccuparsi di fare in fretta col lavoro. C'era poi "unni vegnu, ro mulinu", a indicare la volontà di prendere a botet qualcuno, evidentemente come segno della litigiosità di quei luoghi, dove chi arrivava per primo macinava. 

Negli anni 30 arrivarono i mulini elettrici di Prucuddu Cannizzaro in via Rossini e quello di San Nicolò, dove ci sono i cagnuoli di La Rocca, oggi mulino della cultura. 

Redazione
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