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I sapori perduti del Guastella nell'Antico Carnevale della Contea di Modica

Scritto da Serafino Amabile Guastella

Chiaramonte Gulfi - Chiaramonte, per molti anni, è stata considerata in provincia la capitale del carnevale. Come ogni anno, infatti, la cittadina si appresta a trascorrere gli ultimi tre giorni in allegria e divertimento. Una tradizione che affonda le sue radici nella notte dei tempi e le cui prime testimonianze risalgono a ciò che lo scrittore e antropologo siciliano, Serafino Amabile Guastella, annotò in uno dei suoi libri: “L’antico Carnevale della Conte di Modica”, edito nel 1886.

Certo, dai tempi del Guastella ad oggi, tantissime cose sono cambiate e il carnevale, a Chiaramonte, non si è festeggiato anche per molti anni. E’ ritornato in auge, infatti, negli anni ’80. L’antico Carnevale raccontato dal Guastella, però, non riguardava in realtà soltanto Chiaramonte. Lo scrittore, infatti, narrava ciò che accadeva nella Contea di Modica, di cui allora faceva parte anche la cittadina montana. Ma è inutile dire che essendo chiaramontano, lo sguardo era rivolto principalmente agli usi e costumi della sua terra. Rileggendo oggi quelle pagine straordinarie, ci si accorge di alcuni elementi: il carnevale, non era per nulla considerata una festa pagana. Piuttosto, era l’occasione per praticare la carità cristiana.

Il carnevale, inoltre, era una festa importane a Chiaramonte almeno tanto quanto la Pasqua e il Natale. E ciò, era possibile notarlo soprattutto dall’abbondanza dei cibi che venivano preparati proprio in occasione di questa festa. Molti di quei sapori, tra l’altro, non sono cambiati: a Chiaramonte, è ancora usanza preparare i maccheroni con il sugo di maiale durante il martedì grasso. Guastella spiega che erano tre i giorni più famosi del carnevale ed erano denominati sdirriluni, sdirrimarti e la sera del martedì sdirrisira (sdirri deriva dal francese dernier). Il giovedì grasso era “jiovi di lu lardaloru” e il giovedì precedente “jovi di li cummari” e quello ancora prima “jovi di lu zuppiddu”. A Chiaramonte era, però, il mercoledì. Quali sono, dunque, i sapori perduti e quelli che, invece, si sono conservati? Il maiale si scannava durante lu juovi di li cummari.

Guastella scrive: “Era il giorno che serviva a rinvigorire quel sentimento di cordialità che esiste o dovrebbe esistere fra persone legate dal comparatico. Era difatti in quel giorno che nelle famiglie popolane soleva scannarsi il maiale: e allora un paio di costole, un’ala di fegato, un mezzo rocchio di sancieli (è così che la nostra plebe chiama la dòlcia) erano e son tutt’ora doni accolti con sincera effusione. La comare che avea tenuto un bimbo a battesimo, era convitata dalla comare, madre del bimbo; e quella era l’occasione perché l’invitata facesse un regaletto al figlioccio: un paio di orecchini, o una vesticciuola, o un grembialino, se femmina; un abituccio, se maschio. In questa guisa gli affetti si rinsaldavano; un po’ di malinteso, un dissapore, un’insinuazione maligna venian posti in chiaro, o vi si mettea un po’ di cenere. Qui l’impiastro per lenire la flogosi; lì il vescicante per eccitare l’inerzia: e quindi più amiche e più fiduciose di prima. Se oltre la comare venia invitata una estranea, potea scommettersi a occhi chiusi che la estranea era una comare in pectore, come i Cardinali non proclamati”.
Ma era il giovedì grasso una delle giornate cardine per la cucina. Era detto “jovi di lu lardaloru” perché si consumava il lardo.

Il Guastella, scrive: “Il giovedì grasso era ed è chiamato di lu lardaloru per un minestrone, solito a farsi in quel giorno, e che su per giù arieggia le minestre di Genova. Il principale ingrediente sono grossi pezzi di lardo, al quale vengono mescolati quanti più legumi, e quante di erbe ortalizie si possano; e siccome la diversità di quell’erbe e di quei legumi importa una diversità di cottura, l’arte culinaria della popolana sta tutta nello scegliere i momenti opportuni per mettere nella pentola quando l’uno, quando l’altro siffatti ingredienti. Per altro quel minestrone, del quale le donne del nostro popolo sono ghiotte oltremodo, serve a togliere le dissenzioni, le ire inoneste, e quei litigi domestici che spesso riescono più tenacemente rabbiosi di quei fra nemici”. Poi, aggiunge: “Il mintestrone in quei casi ha la virtù del ferro calamitato: attira a sé i membri della famiglia”.
Anche le povere monache solevano lavorare tanto per il carnevale. Un proverbio, citato dal Guastella, così recitava: “La sdirruminica fatti amica la monica. Era il martirio delle povere monache, non già perché negli indispensabili regali della pagnuccata e delle teste di turco, profusi a centinaia di famiglie, ci andava di mezzo una non esile parte delle rendite del monastero, ma perché quei regali suscitavano invide, bizze e gelosie di ogni specie”.

Ma era il martedì la giornata del riscatto alimentare del povero. Era anche una giornata di carità cristiana. “In ogni famiglia, anche fra le più umili, venia prelavata la parte dell’indigente, e mandata con amorosa premura a quei fra gli storpii, o a quella fra le cieche, o fra gl’inetti ch’erano più conosciuti o stavan più vicini di casa”.
Il Guastella racconta con vivida chiarezza il martedì grasso del chiaramontano: “Quell’ultimo giorno di carnevale sembrava un mercato di commestibili. Per tutte le vie, pei vicoli, per gli angiporti erano stese al sole, in canestri collocati sui tetti e su le finestre, tutte le varietà di maccheroni domestici (ciazzìsi, ciazzisuotti, maccarruna a lu ‘usu, maccarrunedda ri zita, scivulietti, cavatieddi, gnucchitti, lasagni, taccuna, pizzuliatieddi, ‘ncucciatieddi, melinfanti, filatieddi, gnuocculi, pastarattedda, virmicieddi, alica). Filze di capretti e di agnelli dalle budella sporgenti s’incrocicchiavano per le vie con filze di conigli e di lepri, privi dell’interiora; i capponi s’incontravano con le pernici; il fiasco di zibibo, destinato al notaro, col bottigline di ‘nzolia bianca, regalato al cappellano di casa; spesso un’ala di fegato s’incontrava in un’altra ala fi fegato dello stesso maiale…Le servette erano affaccendate a correr da questa a quell’altra casa or con la farina, o col cacio, or con la ricotta, or con la carne”.
 

Ma la vera festa, era alla sera, nelle case dei contadini che, invece, tutto l’anno facevano magra: “La moglie dell’agricoltore impasta il pane ogni sabato, ma aimè! Due terzi di quel pane ogni lunedì prima dell’alba sono posti nella sacchina del marito; una terza parte, e in questo è compreso anche il cruschello (ranza fra noi), resta per consumo della famiglia. Il marito durante il giorno si nutre di solo pane, accompagno e non sempre, da una mezza cipolla, o da tre o quattro olive; e quando difetta persino di si magro companatico, asperge sul pane un pizzico di zenzero. Alla sera si sfama con una minestra di fave, alle quali si smussa il guscio, e che in dialetto chiamansi pizzicati.

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La moglie e i figli, pei quali il pane è spesso oggetto di lusso, nello inverno si sfamano con carrube, in primavera con erbe selvatiche, in autunno coi frutti del ficodindia. Il vino che or si dà in tutte le faccende rurali, si dava sino ad un mezzo secolo fa nelle sole fatiche del mietere e del trebbiare”. La sera di carnevale, però, era festa per tutti: “Or dunque i maccheroni impastati con le ova, e uno stufatino rimpinzato di cannella, di garofani e noce moscata, cibi desideratissimi, ma inusitati tranne nei banchetti nuziali, misti a larghe sorsate di vino dovean sembrare ed erano una festa. Venuta la sera, attesa ansiosamente, da un anno, il Capo di casa dava la benedizione a tutta la famiglia, raccolta a ginocchio, e indi la massaia versa sulla madia i maccheroni natanti nel sugo; e allora uomini e donne attingevano a piene mani, perché la forchetta del povero è tuttora quella di Adamo. Cessato il primo stimolo della fame, si dava mano al temperatore; le teste cominciavano a riscaldarsi, e viniva la sfuriata dei brindisi. E’ costume che nei banchetti nuziali, e nella sera del martedì grasso, ciascuno dei commensali faccia un brindisi al suo vicino di destra. E il brindisi suol essere di tre versi, radamente di due: ma il primo, che è un ottonario, quasi sempre lo stesso: si alza un giovanetto, si netta la bocca con la manica del robone, saluta la comitiva e, afferrando la cannata sclama: Chistu vinu è bbellu e ffinu, mi fa sciauru di lumia, fazzu un brinnis a’ za lucia”.

Era questo, l’Antico Carnevale della Contea che si festeggiava a Chiaramonte e che, ancora oggi, pur avendo perso la sua matrice cristiana, conserva alcuni tratti di quel lontano 1800 nelle specialità culinarie.

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