Cultura Scicli 08/03/2017 13:11 Notizia letta: 1854 volte

Carmelo Calabrese, l'arte del saper vestire

Negozio di abbigliamento, dal 1976
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Scicli - Se è vero che oggi negozi ce ne sono tanti e quindi se abito serve, il “giro” è obbligato, è anche vero che negli ultimi anni le grandi catene hanno assecondato una tendenza che nuova non è affatto -quella di andare a fare shopping con mogli, mariti, figli- e hanno affiancato sempre più spesso ai reparti da donna quello da uomo e bambino. In tempi recentissimi poi, nei centri della moda, è anche comparsa una particolare figura professionale: il cosiddetto “personal shopper”, una persona pagata per dare un giudizio onesto su cosa doni e cosa no, su quali linee, tessuti, tagli e modelli valorizzino e quali siano da evitare. Perché, si sa, in negozi in cui il personale è travolto dalle cose da fare e cambia di continuo, a volte è molto più difficile trovare un giudizio onesto che l’abito adatto all’occasione. C’è però chi tutto questo l’aveva già capito quarant’anni fa: Carmelo Calabrese, classe 1938, dal 1976 nel suo negozio in via Tagliamento 19 a Scicli, dove tuttora vende abiti e dispensa consigli.

Quando ha aperto il negozio?
Era il maggio del 1976 quando io e mio cognato aprimmo la ditta Aprile e Calabrese. Sono originario di Modica ma dal 1961, quando ho sposato una Sciclitana, vivo qui. Da bambino accompagnavo mio nonno per le campagne a vendere uova e galline, a 12 anni giravo da solo in bicicletta e riuscivo a vendere 200 uova per guadagnare 200 lire alla settimana: negli anni ’50 andavo spesso sotto il ponte vecchio a Ragusa (quello nuovo ancora neanche esisteva) e ricordo che gli Americani erano degli ottimi clienti! Poi lasciai perdere le uova e passai ai tessuti, erano gli anni ’60 e con mio cugino giravo in macchina per tutta la provincia, vendevamo tanto alle massaie per i corredi e capitava spesso che ci pagassero con prodotti della campagna. Poi nel 1976 aprimmo il negozio, il primo così grande a Scicli, e nel 1998 comprai anche la parte di mio cognato: avevamo un ottimo rapporto ma devo ammettere che questo negozio è sempre stato la mia vita. Ero così felice di diventarne l’unico proprietario!

Cosa vendeva e chi erano i suoi clienti?
Abbiamo sempre avuto abbigliamento per uomo, donna e bambino, prima avevamo anche abiti da sposa e pellicce. Nel passato venivano intere famiglie, soprattutto in vista di una cerimonia, passavano qui mezza giornata e riuscivamo a vestire tutti. La clientela era molto varia: la moda era diversa e la gente aveva un gusto più fine, oggi vestono tutti in modo più sportivo ma prima ci si teneva tanto, sia nel posto di lavoro (ad esempio gli impiegati in banca indossavano l’abito), sia soprattutto nel tempo libero. Feste come “Il Gioia”, a Pasqua, erano l’occasione per sfoggiare durante la passeggiata abiti bellissimi (soprattutto tailleur e camicette per le donne e abiti di lino per gli uomini), agli spettacoli del Teatro Italia erano tutti elegantissimi, per le cerimonie era fondamentale essere vestiti in modo impeccabile. Talvolta venivano anche persone che lavoravano nelle serre e che non si potevano permettere chissà quanti vestiti ma se c’era una cerimonia allora non badavano a spese e tutta la famiglia veniva a scegliere quello più adatto. La gente sapeva riconoscere la qualità ed era quindi disposta a spendere per averla.

Qual è il segreto del bravo venditore?
Come ho sempre detto anche alle commesse (oggi una vi lavora da 30 anni, l’altra da 10, nda), bisogna essere onesti e furbi. Onesti perché è importante rispettare il cliente e dare un giudizio sincero, furbi nel consigliargli la merce più adatta alla sua corporatura: abbiamo sempre fatto riparazioni, prendevamo le misure e poi le nostre sarte sistemavano i vestiti, ma è anche vero che non tutti i modelli vanno bene a tutti. Bisogna poi essere furbi anche nel capire certe dinamiche: se il padre si impuntava per far mettere i vestiti ai figli andava assecondato, se la moglie voleva essere lasciata in pace a guardare, allora distraevo il marito facendogli vedere qualcosa o intrattenendolo a chiacchierare. Il cliente deve sapere di potersi fidare: quando qualcuno viene a comprare un abito per un matrimonio ad esempio, chiedo sempre chi siano gli sposi, quando e in quale chiesa si celebri e mi segno tutto. Quel vestito non lo venderò a nessun altro invitato, non voglio che il mio cliente possa trovarsi in imbarazzo. Fortuna che i preti hanno ormai imposto le tunichette per le comunioni, era difficilissimo trovare così tanti modelli e colori diversi! Sono situazioni in cui non si può pensare solo al denaro, la soddisfazione e la fiducia del cliente sono più importanti del guadagno.

Da venditore di polli a Cavaliere del Lavoro nel 1993. Cos’è per lei il lavoro?
Il lavoro è soddisfazione. Ho passato la vita a fare questo, molte cose si imparano con l’esperienza, al primo sguardo indovino la taglia e i tessuti li riconosco al tatto. Ci sono tanti aspetti da cogliere, come che gli uomini sono più complicati per le misure (pancia, altezza, collo) ma le donne compensano con gusti più difficili e le mode del momento. In generale però bisogna capire che se il prezzo si abbassa si è abbassata anche la qualità, non si possono avere entrambi. Un tempo i tessuti erano indistruttibili, pantaloni che ancora dopo 30 anni tengono la piega, cappotti ancora perfetti dopo decenni. Oggi la gente si è abituata a pagare poco e avere poco ma io non voglio cedere ad abbassare la qualità: ho impiegato anni per farmi un nome e per guadagnarmi la fiducia dei clienti, alcuni li ho vestiti io per tutta la vita. Non si vive solo di denaro ma soprattutto di soddisfazioni e io sono soddisfatto: ci sono stati periodi in cui si guadagnava tanto ma ho sempre avuto una vita modesta, serena, fatta di lavoro. Ad andare in pensione non ci penso affatto: sono stanco quando non sono in negozio. Mio nonno a 88 anni ancora vendeva uova, anch’io voglio lavorare fino alla fine: ognuno ha il suo destino, il mio è qui.

La Sicilia

Anna Terranova
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