Attualità Recensione 27/03/2017 12:47 Notizia letta: 645 volte

La cura del benessere. Un soggiorno in una Spa può diventare un incubo

Ultimo lavoro di Gore Verbinski
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A Gore Verbinski piace moltissimo giocare con i generi cinematografici. E lo fa anche nel suo ultimo film, da poco uscito nelle sale cinematografiche: “La cura del benessere”, con Dane DeHaan e Mia Goth, un film a metà fra il thriller psicologico, il drammatico e l’horror. Stupisce, soprattutto nella prima ora, per le sue atmosfere davvero particolari e annoia un po’ nella seconda parte, forse per via dell’elemento soprannaturale di cui avremmo fatto volentieri a meno. Qualche cliché qua e la, tante citazioni e una location incantevole: un castello ai piedi delle Alpi Svizzere.

Il giovane broker Lockhart viene inviato dalla sua potente società a cercare il CEO della sua azienda, finito in uno strano centro benessere sulle Alpi svizzere e mai più rientrato. All’arrivo al castello, Lockhart scoprirà che è molto più facile entrare nella Spa, piuttosto che uscirne. Un incidente stradale lo costringe a passare da semplice visitatore a paziente e nel giro di qualche giorno si renderà conto di come ci sia “qualcosa di oscuro” all’interno di questo centro benessere in cui gli anziani ricconi sembrano sempre allegri, felici e sorridenti.

L’atmosfera del posto, in bilico fra il gotico e il moderno, rende il film inquietante e attraente allo stesso tempo. La prima ora e mezza è notevole: siamo davanti, infatti, ad un thriller psicologico in bilico fra sogno e realtà, con citazioni neanche tanto velate di Shutter Island di Scorsese.  E Gore Verbinski è un maestro nell’aggiungere qua e la elementi horror degni dell’autore di quel geniale remake che fu The Ring. Eccessiva, invece, la lunghezza della seconda parte, con una netta tendenza al drammatico-soprannaturale. Il ballo finale, ricorda tantissimo il Kubrick di Eyes Wide Shut e il tema musicale le nenie ossessive di Dario Argento. Ben riuscito il protagonista maschile, antipatico quanto basta perché così richiedeva il suo personaggio.

Meno interessante quello femminile, fin troppo fragile e sconclusionato. La cura del benessere è sicuramente un film che ricalca alcuni stereotipi: il male risiede in uno stile di vita troppo improntato al lavoro, alla fatica, al sacrificio degli affetti. E ciò che salva il mondo, dopotutto, è la giovinezza, spirito vitale messo continuamente in risalto dal combattivo protagonista, unico paziente giovane.

Altro stereotipo presente è quello del paziente/vittima volontaria, disposto a tutto pur di restare cieco in un mondo di ciechi. Interessante, invece, la lettura dell’elemento acqua, così presente nel film anche in alcune mirabili riprese a dettaglio. Da elemento salvifico, vitale, diventa liquido amniotico capace di far espellere i peggiori incubi e i traumi del passato. E’ un’acqua che disidrata, invece di idratare. Deludente il finale, ci si aspettava di più viste le premesse. Vietato ai minori di 14 anni.

Irene Savasta