Cultura Ragusa 05/04/2017 13:24 Notizia letta: 5862 volte

La signora Cappello, al Marsala

Un'icona per i ragusani
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Ragusa - Il Marsala: non esiste Ragusano che non ci sia passato o che non vi abbia un ricordo incastonato. Non che ci sia molto nella piazzetta adiacente al liceo classico, solo poche panchine e l’ombra dei pochi alberelli. Eppure se dici “Marsala” vedi negli occhi di tutti un guizzo nostalgico che riporta alla leggerezza della giovinezza, quando una piazzetta faceva da scenario alla quotidianità.
In questo non-luogo tutti hanno almeno un ricordo, legato alla routine della scuola (media F.Crispi o Liceo classico), come i fogli uso-bollo presi al volo prima di affrontare una versione, o del tempo libero con le sue abitudini, come i panini tondi con prosciutto-maionese-lattuga a 500lire, o delle partite della Virtus nella palestra poco più giù. Ancora più famosi sono però i numerosi aneddoti che a volte sfiorano il leggendario e che vengono spesso tirati fuori e rivissuti dai protagonisti sghignazzanti a ogni rimpatriata: mangiate all’aperto passate alla storia, con tanto di tavoli e sedie portati da casa e ben sistemati nella piazzetta o scherzi goliardici con motorini nascosti in posti improbabili. Di bravate di ogni tipo il Marsala ne ha viste tante ma c’è sempre stato un custode silenzioso e discreto, un piccolo edificio quasi nascosto in un angolo, con una coppia che di fatto lì ha trascorso la propria vita: il Signor Cappello e sua moglie, nel loro piccolo chiosco-bar (6 metri quadri), del Marsala sono sempre stati un po’ l’anima. Nonostante la scomparsa di lui 13 anni fa, Rosalia Schembari, “la signora Cappello”, dal 1964 continua ancora a vedersi passare davanti i ragazzi di ieri e di oggi.

Com’è nato questo chiosco?
Sono nata in Etiopia da madre romagnola e padre ragusano: quando avevo otto anni ci siamo trasferiti a Ragusa e mio padre ha aperto il bar del circolo Giambattista Odierna in piazza San Giovanni, dove oggi c’è un ristorante. Da piccola mi piaceva aiutarlo. Nel 1964, quando mi sposai, fu lui ad aiutarmi ad aprire questo posto: la scuola era stata costruita da poco e intorno non c’era praticamente nulla, era tutta campagna, l’unico chiosco esistente era in via Roma quindi ci sembrò una buona idea. In questi sei metri quadri abbiamo fatto mettere tutto su misura: ci sono sempre stati frigorifero, freezer, affettatrice, lavello e macchina da caffè. Abbiamo le licenze per vendere cibi freddi ma anche caldi tant’è che per un periodo, quando gli studenti facevano la ricreazione fuori, si vendevano anche rustici. La nostra attività è sempre stata legata agli studenti e perciò ne seguivamo il calendario: quando le scuole chiudevano noi facevamo lo stesso. Nei primi anni mi diede una mano mia madre, poi mio marito lasciò il suo lavoro da falegname e venne a lavorare qui, gli piaceva molto.

Negli ultimi cinquant’anni ha visto passare dal suo chiosco intere generazioni di giovani, come sono cambiati?
Prima tutti quelli che facevano il classico trovavano lavoro subito dopo l’università, non era come oggi: tanti che venivano a comprare qui sono poi diventati sindaci, funzionari di banca, dirigenti. Oggi alcuni vengono a prendere i nipotini a scuola e mi chiedono spesso “signora Cappello, ancora qua è?”. É bello che si fermino a fare un saluto. I giovani di oggi non sono più come un tempo, non che siano peggiori ma appartengono al loro tempo, non si riuniscono più come una volta: quando non esistevano i cellulari i ragazzi si davano appuntamento al Marsala, in teoria per decidere dove spostarsi ma in realtà spesso restavano qui. C’era una certa familiarità e una certa armonia, si fermavano a chiacchierare e a scherzare con mio marito, lui amava lavorare qui, dava soprannomi a qualsiasi cosa, ai gelati come ai ragazzi! Oggi passano tutti di fretta e alle 14.00 ormai chiudo, il Marsala resta deserto tutto il pomeriggio: ormai i giovani si riuniscono solo la notte di Natale per scambiarsi gli auguri. Ecco, prima era così tutti i sabati!

Ci sono dei momenti che ricorda particolarmente?
Una sera di circa vent’anni fa venne il solito gruppo di ragazzi che vedevamo sempre. All’improvviso uno di loro tira fuori dalla macchina una torta e lo spumante: avevano saputo che era il mio compleanno, mi hanno fatto emozionare. Avanzò un piattino e lo conservo ancora, per ricordarmi di quel momento. Poi ci sono state piccole cose ma molto carine, come quando uno dei ragazzi che veniva sempre, una volta andato militare a Roma, spedì ai suoi amici del Marsala una cartolina della capitale e indicò come indirizzo il chiosco (anche questa è gelosamente conservata, nda). Poi, l’attenzione che mi ha fatto davvero commuovere è stata per la morte di mio marito: accadde la domenica delle palme e passò in silenzio perché le scuole erano chiuse. Tuttavia la voce si diffuse e all’uscita dalla chiesa, finito il funerale, mi trovai tutti i ragazzi fuori a dargli l’ultimo saluto.

Com’è cambiato questo posto?
Nei primi anni la scuola era completamente isolata in mezzo alla campagna, Ragusa finiva con la chiesa dei Cappuccini. La strada non era neanche asfaltata, ricordo che dal chiosco riuscivo a vedere i cavalli, proprio accanto alla scuola, che giravano in tondo, legati alla macina, per schiacciare il grano e più in là, dove oggi c’è l’Avis, i miei figli si divertivano a costruire capanne con quello che trovavano. I ragazzi comprano più o meno sempre le stesse cose, in base a quello che si possono permettere, ma ci sono stati dei momenti in cui si vendeva magari più una cosa che un’altra. Ad esempio quando arrivarono le Big Bubol sfuse, tutti le compravano, erano la novità, e non facevamo in tempo a rifornirci dai grossisti! Oggi continuo a vendere solo snack e panini, tutti i prodotti di cartoleria ormai li ha mio figlio Giovanni che ha aperto un negozio poco più su sulla stessa via. Sono un po’ stanca dopo più di cinquant’anni ma sinceramente questo lavoro non mi pesa, mi piace stare qui.

La Sicilia

Anna Terranova