Cultura Madrid 08/04/2017 16:19 Notizia letta: 142 volte

Nel nome del padre

Racconto spagnolo
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Madrid - Conobbi Rosario una sera d’inverno. Rincasavo imbacuccato per il troppo freddo in un caldo pastrano foderato di pelliccia.
Mi sorprese la sua sagoma snella che si agitava sotto una gelida luna.
Abitavo a Madrid in una zona ricca di rinomati ristoranti, di alberghi e banche, piena di movida e di molto traffico, come tutti i quartieri del centro storico delle grandi città.
A qualche metro, nascosto dai palazzi, scorreva sornione il Manzanarre, povero d’acque.
Avevo notato questa donna altre volte mentre s’intratteneva con i numerosi barboni che bivaccavano nelle immediate vicinanze dei ristoranti sperando che a notte fonda i ristoratori avessero distribuito loro gli inevitabili avanzi.
Spesso sola ma, a volte, in compagnia di un uomo anziano, discreto, che quasi sempre rimaneva in disparte.
Poteva avere quarant’anni. Distinta e curata, sicuramente non bella. Non eccessivamente alta con vaghi tratti andini. La pelle ambrata e gli occhi leggermente allungati le conferivano un alone di mistero.
Di notte la piazza antistante alla stazione di Principe Pio pullula di alcolizzati, di drogati, di emarginati, di un popolo che spesso si riunisce in piccoli gruppi affini e vive alla sua maniera.
A prudente distanza sostano sempre fino a tarda ora una camionetta della polizia con una pattuglia attrezzata a intervenire nel caso in cui scoppi una rissa e un’ambulanza con un’équipe del Samur, il servizio di pubblico soccorso, pronta a curare eventuali malori.
Lei si muoveva in mezzo a quella massa di disperati con la leggerezza di una farfalla.
Quella sera mi fermai un attimo a guardarla insistentemente, anche per farle capire che non poteva passare inosservata.
E lei capì subito.
Rispose con un timido sorriso ai miei sguardi curiosi.
Distribuiva generi di prima necessità, bevande calde ma, a chi glieli chiedeva, anche lattine di birra e vino.
-No. – Sentenziai, avvicinandomi. – Il vino no e la birra nemmeno.-
Lei fece un viso serio.
-Perché no? – Rispose sorpresa.
-Perché così lei sta aiutando questi poveracci a rovinarsi. – Commentai severo.
Sorrise.
-Questi poveracci si sono già rovinati. Bisognava intervenire prima che si facessero del danno. Ormai non c’è più nulla da salvare e se un po’ di birra o un po’ di vino può fare il miracolo, perché privarli anche di quest’ultima chance?- Finì di distribuire le lattine di birra.
-Non si scandalizzi. –Mi tranquillizzò. – Non sono pazza. So quello che faccio e ne assumo tutte le sue conseguenze.-
Era molto conosciuta in quella sfortunata comunità notturna e anche molto amata.
Ogni notte, infatti, la aspettavano con l’ansia di una madre.
-Mi chiamo Luigi. – Mi presentai.
-Rosario. – Rispose lei e aggiunse con garbo: -Piacere!-
-Più volte l’ho notata di notte, qui, sul piazzale della stazione. Io abito proprio a lato. -
Lei scoppiò in un’allegra risata.
-Difficile per una come me passare inosservata. – Aggiunse con un tono compiaciuto.
-Fa parte di un’associazione umanitaria religiosa o laica? – Chiesi incuriosito.
-No. No. –Si affrettò subito a smentire. –Nessuna associazione laica e di religioso ho solo la mia profonda fede nell’Uomo. -
Nella foga della ripartizione, si era aperto il suo cappotto e avevo intravisto un rosario penderle dal collo come se fosse stata una preziosa collana.
-E quello allora che cos’è? – Domandai, alludendo alla corona.
Lei abbassò gli occhi nel tentativo di fissare meglio la sua attenzione sull’oggetto che le indicavo. Lo strinse nella mano.
- È l’unica cosa che mi resta. –Continuò ora con un velo di malinconia nella voce. – Le madri sudamericane mettono al collo dei loro ragazzini che partono per l’Europa in cerca di fortuna una corona del rosario. È la loro benedizione ma è anche tutto quello che possono offrire nella loro immensa povertà. E i ragazzi spesso, diventando adulti, non solo non se ne privano ma conservano gelosamente come una reliquia o come un amuleto quest’unico oggetto che ricorda la madre e, per tutta la loro esistenza, li lega alla terra.-
-Di dov’è originaria, se posso? – Chiesi con rispetto e con le dovute cautele.
-Mia madre era figlia di estremegni, emigrati all’inizio del Novecento in Perù, mio padre era figlio d’indigeni. Si conobbero a Lima ma vennero a Madrid in cerca di lavoro. Qui purtroppo trovarono solo disoccupazione e fame. La mia nascita dovette complicare eccessivamente le cose tra loro due perché dopo qualche giorno si separarono. Lei, mia madre, chiese e ottenne il divorzio. Si risposò, infatti, di lì a poco tempo con uno spagnolo vedovo e con figli già. Lui, mio padre, dopo la firma dei documenti, scomparve. –
-E lei? Fu affidata alla madre?- Domandai.
-Sicuramente mi avrebbe voluto ma non sapeva come mantenermi, per cui fui affidata a un istituto di suore che provvidero alla mia adozione.
Le suore che mi raccolsero mi chiamarono Rosario per questo rosario al collo che mio padre mi aveva messo prima di scomparire, era il rosario ricevuto da sua madre.–
La donna abbassò lo sguardo inseguendo nella sua mente fantasmi e pensieri.
Come sotto il peso di un’enorme verità, Rosario si sedette su uno dei gradini della scalinata che conduce alla metropolitana.
-Non subito conobbi la mia vera storia. Dopo qualche anno d’istituto, fui adottata da una famiglia benestante meticcia anch’essa. Lui era un funzionario dell’ambasciata di Colombia a Madrid, non mi ha mai abbandonato e anche stanotte è con me. – Indicò l’uomo che la vigilava a distanza. – Lei, spagnola come mia madre, ormai non c’è più. Non avevano avuto figli ed io non sospettai nulla fino a quando arrivò l’ora della verità, quell’appuntamento al quale il destino ti obbliga, ti convoca.
La scoprii per caso, la mia verità, ormai grande e realizzata professionista e per me fu un vero trauma, un colpo al cuore.-
-Che lavoro fa nella vita, se vuole dirlo? – Chiesi con molta discrezione.
-Mio padre adottivo mi fece frequentare i migliori collegi di Madrid, le migliori università nazionali ed estere. Divenni un abile agente di cambio e la mattina ancora la Borsa assorbe parecchio del mio tempo. Ho raggiunto un discreto livello di agiatezza economica che, però, non mi serve o, meglio, mi serve solo per curarmi una paranoia, una nevrosi che mi dilania l’anima e alla quale non riesco più a sottrarmi da quando ho saputo chi ero.-
-E cioè? – Domandai completamente conquistato dal suo racconto.
-Dal momento in cui ebbi contezza del mio passato, più che cercare la madre naturale che, tutto sommato, ha ricostruito come ha potuto la sua vita, fu la figura paterna a turbare e inquietare le mie notti. Non riuscivo a dormire pensando a quell’uomo solo, che forse sarebbe morto di freddo all’addiaccio, che poteva avere bisogno di me e al quale, in fondo, io dovevo la vita. –
-La aveva abbandonato, comunque, e lei ormai aveva un altro padre che anche in questo momento è al suo fianco e la accompagna…- Le feci notare.
-No. No. – Ribatté subito lei. –Mi abbandonò per essere troppo povero e per darmi un avvenire migliore, che lui non poteva in quel momento assicurare. –
-E l’ha cercato, dunque?-
-Sì. Dapprima mi affidai a un detective privato. Indagò in tutte le case di accoglienza della città e, insieme, riuscimmo per un certo periodo a tracciare la mappa dei suoi spostamenti. Per fortuna, la mancanza di risorse gli aveva impedito di ritornare in patria. Cercai in tutti i luoghi che mi erano stati segnalati, ma stranamente arrivavo sempre un attimo dopo che lui se n’era andato. Nell’ultimo periodo si era dato anche al bere, ho saputo, ed era, per questo, molto malato.-
-Forse non si voleva fare trovare da lei. – Conclusi amaramente.
-Il sospetto l’ho avuto, in effetti. –Ammise Rosario. – La mia curiosità, purtroppo, era davvero invadente, più forte di qualunque pietà. Lo braccavo come un cacciatore fa con la sua preda.
Un giorno di gennaio di alcuni anni fa, finalmente, una segnalazione parve essere quella buona, quella definitiva. Studiai a fondo le sue mosse per evitare che lui s’insospettisse e fuggisse ancora. L’investigatore aveva tutto predisposto perché l’incontro fosse avvenuto nel più sereno e disteso dei modi. La notte, una notte come questa, appunto perché tanto fredda, era atteso in una residenza per anziani, espressamente autorizzata dal Comune a praticare questo genere di accoglienza. Concordammo con l’amministratore della struttura l’ora e il giorno del fatidico riconoscimento.
Arrivai con molto anticipo del previsto all’appuntamento. Avevo comprato dolciumi, sigarette, birra per lui.
Ero trepidante ma quella notte lui non venne. E neppure le notti seguenti si fece vivo nella residenza. Pensammo, io l’amministratore e il detective, a un’ennesima fuga e ci rimettemmo a lavoro per localizzarlo di nuovo.
Le notizie questa volta erano davvero scarse. Si era come volatilizzato.
Sapemmo a distanza di un anno, per una pura coincidenza, che uno sconosciuto era stato ospitato per molto tempo nel deposito dei cadaveri della città senza che qualcuno ne rivendicasse o ne riconoscesse il corpo. Era stato poi seppellito secondo le norme in una fossa comune e di tutto il corpo era stato congelato un dito per un’eventuale futura identificazione.
Mi sottoposi immediatamente all’esame del dna e la prova mi diede la risposta che invano ero andata cercando. Mi consegnarono i pochi effetti che gli furono trovati addosso: la foto di una piccola bambina nella quale mi riconobbi e un foglio di carta con sopra scritto un piccolo testamento che mi fece piangere.
In quelle poche righe mi confessava di non avermi dimenticato mai, di pensarmi ogni momento ma mi scongiurava di cercarlo ancora. Mi esortava comunque a ritrovarlo nella gente che vive per strada, negli uomini vinti dal dolore e dalla fatica, in tutte quelle persone che la società ha emarginato perché non ha saputo amarle e redimerle.
Ho capito finalmente il suo messaggio e quanto inopportuna ed egoista era stata la mia caccia all’uomo camuffata d’amore mentre l’amore vero era altrove. –
-Che cosa farà? – Le chiesi.
Lei mi guardò a lungo in silenzio.
L’uomo che era con lei, l’altro padre, le fece segno di andare. Rosario si alzò, mi offrì la mano per stringere la mia.
-Continuerò a cercarlo come voleva lui, come scrisse in quel foglio. - Proseguì. - E ogni volta che lo incontrerò in qualcuno di questi derelitti, gli sarò riconoscente di non essersi fatto trovare per continuare il mio gioco. Nella speranza che un giorno guarisca da quest’orribile complesso del padre.-
-Non capisco. –Dissi sorpreso.
-Veda. – Rispose. – Gli uomini hanno bisogno della fantasia per vivere. Un artificio pietoso senza del quale rappresentare una realtà così com’è equivarrebbe spesso a ucciderla, perché il frutto della nostra mente supera qualsiasi realtà stessa. Io, ogni notte, posso ancora continuare a sognarlo, a immaginarlo come a me piaceva in tutto questo tempo che lo braccavo. Questo sofisticato inganno mi consola e mi aiuta a tenerlo in vita. Appago anche così quella curiosità innaturale e morbosa che mi spingeva una volta a cercarlo.-
Si strinse nel suo cappotto e seguì il padre. Mentre si allontanava, Rosario mi salutò ancora agitando la mano prima di scomparire nel buio della notte in compagnia dei suoi pensieri e dei suoi fantasmi.

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Un Uomo Libero.
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