Attualità Recensione 16/04/2017 18:33 Notizia letta: 170 volte

Ghost in the shell. Che cosa ci rende umani?

Con Scarlett Johansson
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Per guardare questo film bisogna dimenticare tante cose: il manga di Masamune Shirow, gli action movie precedenti e tutto il merchandising che gira attorno a quello che ormai è diventato un marchio. Perché questa versione di Ghost in the shell, firmata da Rupert Sanders, vuole sicuramente essere qualcosa a metà tra un action movie e un film sui supereroi.

In realtà, ci lascia con più dubbi che certezze, molto amaro in bocca e poche soddisfazioni. In generale, si può definire un tentativo mediocre, anche se qua e là il film mostra qualche elemento positivo.

Ma partiamo dalla trama: in un futuristico Giappone dall’ambientazione cyberpunk, la Section 9 indaga sui terroristi cibernetici, in particolare su un individuo che riesce a controllare le menti tramite connessioni web. Il Maggiore (interpretato da Scarlett Johansson), è un essere speciale, un ibrido fra umano e cyborg. Il suo corpo è stato interamente ricostruito dopo un incidente ma la sua mente, il ghost, ciò che la rende umana, è intatto.

Con il passare del tempo, il Maggiore si trova ad indagare sulla Hanka corporation, l’azienda che fornisce il suo shell, cioè il suo corpo artificiale. In particolare, sarà la scienziata che si prende cura di lei, la dottoressa Oulet (interpretata da Juliette Binoche) a rivelarle molte cose sul suo vero passato.

Il film propone molti temi classici del genere robotico: qual è il discrimine fra umano e cyborg? Cos’è veramente umano? Un uomo senza passato, è veramente un uomo? Può definirsi veramente vivo? Le macchine, sono in grado di provare tristezza? Tematiche di per sé molto interessanti ma che nel film, purtroppo, vengono appena accennate e con molta superficialità.

La Johansson, bellissima come sempre, ci prova. Purtroppo, però, non convince, forse per via del fisico minuto, inadatto a chi deve interpretare la parte di una donna-cyborg combattente. Tuttavia, la sua presenza ci piace e la somiglianza con la Motoko Kusanagi  degli anime (la vera identità del Maggiore) è molto evidente.

Notevole, come sempre, la recitazione di un grandissimo attore del cinema nipponico come Takeshi Kitano, che recita interamente in giapponese sottotitolato. Il vero punto di forza di questo film, invece, è proprio l’ambientazione: un Giappone cyberpunk iper futuristico, quasi barocco.

Irene Savasta
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