Cronaca Prigioni 19/04/2017 10:42 Notizia letta: 322 volte

L'ostracismo di Totò Cuffaro

Silvana Grasso su La Sicilia
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"L'anno che Gesucristo impastò er monno, chè pe impastallo già c'era la pasta, verde lo vorze fà, grosso e ritonno, all'uso d'un cocommero de tasta. Fece un zole, una luna e un mappamonno, ma de le stelle poi dì una catasta: su ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno: piantò le piante, e doppo disse: "Abbasta". Me scordavo de dì che creò l'omo, e coll'omo la donna, Adamo e Eva; e je proibbì de nun toccaje un pomo. Ma appena che a magnà l'ebbe viduti, strillò per dio con quanta voce aveva: "Ommini da vienì, sète futtuti"(La creazzione der monno, Giuseppe Gioachino Belli 1791/1863).
Ci è utilissimo Gioachino Belli e i suoi sonetti romaneschi per puntualizzare il concetto di Classico che, chi non ha avuto il bene di esplorare il Classico, colloca, anzi “ghettizza” nel Mito, nella Letteratura Greca o comunque in una Letteratura “solenne”, per intenderci, immune dalle “zecche del dialetto”.
Un simile pregiudizio è ricorrente e retorico, oltre il “dialetto” inficia e insozza i generi. Si credeva e si crede che il genere drammatico, il tragico, siano più autorevoli del “comico”. Se solo pensiamo alla geniale “commistione metrica e linguistica” di un Genio della Commedia come Aristofane, V a. C., ci pare persino inutile ogni apologia, ogni smentit. Il talento è ovunque si manifesti, nel comico nel tragico nel matematico nel politico...
Ancora oggi i poeti dialettali, nel senso di poeti che usano il dialetto, Belli Trilussa e altri, vengono considerati con sufficienza e spocchia da chi, sic et simpliciter consegna l’“alloro del Classico” a Leopardi Foscolo Eschilo Asclepiade di Samo e tanti altri.
Noi, che filologicamente emotivamente sulla Poesia abbiamo speso una vita, se da una parte non possiamo che riconoscere di genio di questi poeti, dall’altra non possiamo non respingereil sic  et  simpliciter  tipico dell’ignoranza con cui si depennano grandi poeti (il concetto di grande è vario non univoco) che hanno frequentato il ”dialetto” e lo hanno consegnato al classico, in quanto il concetto espresso è universale ed eterno.
Ci dispiace congedarci così rozzamente dal tema interessantissimo cosa e dov’è il Classico, ma altro è l’argomento.
Questo sonetto belliano è dunque un “classico” , oltre ogni cifra di scrittura, proviamo quindi a sostenere questa tesi oltre ogni ipotesi di contraddittorio. E' classica la hybris dell’uomo che vìola il dettato di un dio. Si pensi nel Mito alla tragedia che investì Laio, e tutta la sua infelice incolpevole discendenza, solo perchè, contraddicendo alla volontà del dio Apollo, aveva messo al mando un figlio, Edipo.
Peraltro, consegnando alla nascita, il bimbo a un servo di casa perchè lo abbandonasse nel bosco a sicura morte. Invece la storia prende un altro corso, il suo corso. Edipo viene salvato , “adottato” da un re e sua moglie, e da adulto, senza affatto sospettare le sue vere origini, ucciderà il suo padre biologico Laio, sposerò sua madre biologica Giocasta, avrà da lei 4 figli-fratelli «radici di sangue» (Edipo re, Sofocle).
Tutta questa colpevole innocenza perchè la trasgressione del padre suo ad Apollo doveva essere punita oltre ogni limite, anche attraverso la sua incolpevole sciagurata discendenza . E così fu.
Mutatis mutandis, il sonetto del Belli racconta che la hybris-trasgressione di Eva dà origine all’infelicità non solo di Adamo e della sua discendenza ma di tutti gli esseri umani. Da quel momento in poi l’umanità incolpevole subisce patisce soffre tribola senza fine mai. Questo concetto, comune al solenne Mito alla solenne tragedia è non meno classico in quanto attuale perenne immutato essenziale.
Dunque il solenne tragico Sofocle e il non solenne Belli sono entrambi classicofori. Senza se e senza ma. Non è sventura nascere, ma opporsi resistere tentare le barricate, dimenticando l ’inconsistenza della natura umana, la sua fragilità, dimenticando il nanismo dell’uomo che, ingenuamente, penosamente, si crede titano. E questa ingenuità è la sua necrosi, «sete fottuti», sentenzia Dio! con chiara allusione alla trasmissibilità della pena che non risparmierà le generazioni future.
Siamo già in medias res dell’argomento di oggi, non è stato un preambolo quanto finora. «Ritorna in Politica», progettando, Totò Cuffaro. Di sbagliato c’è il verbo «ritorna». Cuffaro non se n’è mai allontanato. Non ci si allontana da un talento, anche se per quel talento si pagano prezzi alti, io per il mio pago lo scotto di tutto quel che di psicosomatico esiste, colite, gastrite emorragica, ernia iatale, tachicardia. Ed è assolutamente sciocco, quanto inutile, che mi si dica «basta, Silvana, pensa alla salute».

Certo che penso alla mia salute, penso alla mia salute mentale intellettuale ed emotiva, continuo dunque a scrivere. Senza l’esercizio del mio talento sarebbe resa alla barbarie alla letargia emotiva. Anche ad opporgli resistenza, il talento mi tira dalla sua parte, diventa il mio pubblico ministro, m ’accusa d’abbandono d ’assassinio decide la pena, nè vale tentare qualunque apologia, compresa la mia sgangherata “salute” che nulla ha di salutare.
Al di là di ogni promessa fatta a se stesso, di non cascarci più, mai più, nelle fauci della Politica, come Laocoonte del Mito, progettare architetture inventarsi in Sicilia una sorta di panpartito (in analogia al panellenismo greco di cui abbiano detto qualche settimana fa) per resistere al pericolo del M5s è «scrivere il suo romanzo». Assecondare il suo talento.
L’avventura politica, per chi ha «talento» politico, è l’avventura in un’opera narrativa straordinaria, di cui quando cominci la fabula non sai affatto la fine.
I personaggi, che all’inizio sono fragili neonati zoppicanti, diventano pagina dopo pagina forti sicuri titani, ti disarcionano, scelgono la loro strada, si affrancano dallo scrittore, che resta inerme anche di fronte al finale imprevisto, che magari non vorrebbe affatto, ma è costretto a subire.
Gli anni di Cuffaro a Regina Coeli, dopo la sentenza definitiva, anni di studio di scrittura e, immagino, di inutili mute reiterate promesse a se stesso «non ci casco più», anni passati «a fare» , fare studio, fare romanzi, testimoniano in modo inequivocabile il suo talento alla «ingegneria-edificazione», al di là dell’esito finale.
La reazione pseudo etica di quanti, untori, trovano a dir poco sconveniente il suo esserci nel «dopo Crocetta», come dire nel «dopoguerra», visto il disastro siciliano, in realtà la reazione incontrollata impaurita alla certezza che Cuffaro è assai più temibile che un abile politico.
Cuffaro è un leader naturale, contro cui non valgono sentenze passate in giudicato, o anni di galera. Non c’è nessun antidoto contro il leader naturale, nessuna congiura, nemmeno l’omicidio. La Storia, quella importante, ne fa fede. Cesare resta Cesare oltre il suo stesso assassinio. Certo ci ricordiamo di Bruto, ma solo per- che? il suo nome appartiene alla sacralità del grande Cesare morente «Tu quoque Brute fili mi».

La Sicilia

Silvana Grasso