Cultura Silvana Grasso su La Sicilia 22/04/2017 19:44 Notizia letta: 400 volte

Il Castagno dei Cento Cavalli resiste a chi vuol cancellare la Sicilia

Simbolo di Risurrezione
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"Tra un albero e una casa, scegliete un albero" (Carlo Scarpa, architetto, 1906/78). Anche noi scegliamo l’albero, ma per ragioni più magmatiche, più suggestive ed emotive, non rigidamente ecologiche.
Il Castagno dei 100 cavalli, sopra Sant’Alfio, è assai più d’un bell’esemplare di Natura, che sfida da secoli ogni intemperia, ogni furiosa grandine di fuoco del Vulcano Padre.
Il Castagno, per chi da queste parti ne ha da sempre memoria, quasi fosse stata trasmessa dai genitori per dna, è come il colore degli occhi o un neo sulla pelle, la certezza che qualcosa di immutabile resti, la certezza che, sottratta alla modernità azzannante, devastante, deprimente, la Bellezza resti potente arma sovrana.
E' dunque la certezza che solo il Mito può salvare la memoria, imputridita dalla triste storia isolana degli ultimi decenni, un “dopoguerra” senza fucili nè pistole nè bombe.
La certezza che solo il Mito, custodito in un magico castagno “eterno”, può ricordare alla stoltezza della truffa e dei truffatori, maghi di scempio, l’eternità della Sicilia.
Mito nel mito, il Castagno è, nonostante tutto, oltre ogni sputo eruttivo, sempre là.
Maschio fiero, forte, padre e madre, per chi va oltre quella nascita biologica, che si scrive nei registri d’un Comune.
Mio padre Giovannino, dato disperso 5 anni in Russia, mandato poco più che bambino a fare una guerra, di cui non sapeva nemmeno chi fosse il nemico contro cui sparare, infatti non sparò mai contro nessuno, mio padre, che aveva la seconda elementare, con grande fierezza me lo presentò, io ero piccina, dicendomi: «Qui, sotto il castagno, durante una tempesta si salvò la regina coi suoi cento cavalieri».
E i suoi occhi, verdissimi come foglie appena nate, brillavano come mai, orgoglioso di saperla la storia del castagno e di poterla raccontare alle sue figlie, io e mia sorella Marisa, entrambe piccine.
Mentre le sue parole venivano inghiottite dalla magica nebbia “da muntagna”, io che già allora, evidentemente, nutrivo batteri di scrittura, me li vidi davanti tutti i cavalli, i cavalieri e la regina che, con sprezzo d’ogni pericolo, li guidava, li salvava.
Nulla sapeva mio padre di Giovanna d’Aragona o di Isabella d’Inghilterra o di Giovanna I d’Angiò che, negli anni, furono indicate come la “regina” del Castagno, nè serviva lo sapesse.
La sua storia aveva sapore di fiaba e questo valeva assai più della Storia vera con dati, date, episodi, accadimenti, accanimenti.
Il sapore era quello di «c’era una volta un re e una regina», tipico della favola , erede “moderna” e modesta del grande Mito.
Solo che qui non c’era un re, c’era solo una Regina, c’era un involontario esempio di matriarcato per quanti poi abbiamo studiato, nella complessa, fascinosa, innegabile relazione tra Psicanalisi e Mito, il patriarcato dominante e il matriarcato soccombente.

Mio padre e quelli come lui «senza scoli o chi scoli vasci», come si diceva in dialetto a indicare una minima scolarità, era ben lontano da ogni “lettura” psico-sociologica.
A mio padre importava solo la regalità del Castagno e della sua regale regina. Importava essere anello di trasmissione d’una favola bella, che magari poi chissà era anche vera, per lui che una regina non l’aveva nè l’avrebbe mai vista.

Dunque, il Castagno negli anni è per noi che non abbiamo «scoli vasci» l’assunzione d’un simbolo di resistenza, oltre qualunque barbaro dissacrante tentativo di cancellazione della Sicilia che, alla vigilia di nuove elezioni, è sempre più minaccioso, ove non si palesi una forza motrice salvifica di Sicilia e Siciliani, Mito e Bellezza.
Proviamo a leggere la metafora del Castagno e dei cento cavalieri che il Castagno salvò dalla tempesta e dalla morte.
Possibile mai che non ci sia oggi un Uomo, un partito del Bene e del Bello, che abbia a cuore la Sicilia e offra ai Siciliani riparo dalla tempesta, sempre più spaventosa, che ne minaccia la sparizione?
Sia dunque un Castagno il simbolo d’una resurrezione, sempre più difficile, quasi impossibile.
Ma nel giorno della resurrezione del Cristo, abbandoniamoci alla fiducia di una pasqua di resurrezione esistenziale, sociale, economica, abilitante del decoro e della dignità dei siciliani, sopraffatti, smarriti impauriti, orfani d’una «regina».
Il simbolo ha funzione importantissima nei linguaggi della Storia e della Letteratura e, in generale, dell’Arte.
Non un albero qualunque, ma un albero cui si leghino simboli di ricordo, rinascita, rimembranza, emozione, passione.

E' un nespolo ne “I Malavoglia” di Verga, è la casa del nespolo, simbolo di solidità, stabilità, resistenza contro le «burrasche che avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia ed erano passate senza fare danno sulla casa del nespolo».
Simbolo dell’unità della famiglia, dei suoi valori, dei suoi membri «adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo».
Quasi un nume tutelare, di quelli che nel Mito proteggevano la casa, a custodia della famiglia che vi viveva dentro, con le sue speranze le sue preci le sue ansie.
Assai più che un albero da frutto, dunque, quasi un capostipite, un patriarca che non sbaglia mai, che oracola, e che tutti ascoltano con fides e somma religio.
E ancora il verde melograno, dai fiori vermigli, che evoca a un padre la memoria mai smarrita del figlioletto morto anzi tempo, prima di diventare adulto: « L’albero a cui tendevi / la pargoletta mano / il verde melograno / da’ bei vermigli fior / nel muto orto solingo / rinverdì tutto or ora / e giugno lo ristora / di luce e di calor» (“Pianto antico”, Carducci).
La vita d’un figlio è primavera fiorita per un padre, ma quando il figlio muore, con lui muore il suono, il colore, la musica, il canto: «Tu fior del la mia pianta / percossa e inaridita / tu de l’inutil vita / estremo unico fior / sei ne la terra fredda / sei ne la terra negra / nè il sol più ti rallegra / nè ti risveglia amor».
La morte del figlioletto Dante “uccide” dalla gamma degli aggettivi del padre Giosuè tutti quegli aggettivi in cui si richiama la luce, il colore, il calore, la vita, il movimento, il ritmo. Resta in vita solo la Poesia, ma solo perchè “in vita” tiene il piccolo figlio mai morto per un padre “morto”, seppur vivo.
Si dichiarino morte le tangenti, si dichiari morta la corruzione, si piantino in Sicilia, nel giorno della resurrezione, alberi-simbolo d’una rinascita, d’una speranza d’una resistenza, un nespolo, un castagno, un melograno...

 La Sicilia

Silvana Grasso
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