Cultura Silvana Grasso racconta 15/05/2017 11:32 Notizia letta: 197 volte

L'Etna, genitore elettivo, per temperamento

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La “Mamma/madre” come una matrioska contiene infinite mamme/madri. Una madre di sangue, una madre d’educazione, una madre d’emozione, una madre di cuore, una madre di mito, una madre di cultura, una madre d’ideali, come la Madrepatria per il cittadino, la Musica per un musicista, l’Arte per un pittore.
Ovunque si identifichi la Madre, il sentimento è medesimo, potente, titanico “eruttivo”.
Mi è successo più volte di identificare nell’Etna la mia madre/padre, per temperamento, maestosità, ieraticità, canto ed elegia.
Per questo quando Rai2 ha identificato in me la testimonial culturale e letteraria della V tappa del Giro d’Italia, quella che giorno 9 passava per le viscere da muntagna, con la seguente motivazione: «Un Vulcano per un Vulcano», non ho faticato un solo istante a decidere dove fare la registrazione, cosa dire di letterario, di poetico, di mitologico, di onirico o, comunque, cosa dire. Questo avveniva due mesi fa.

Avrei potuto registrare, dunque, ovunque volessi, in uno dei tanti luoghi toccati dalla V tappa del Giro.
Non ho avuto nessuna esitazione, non c’era da scegliere, aveva deciso lei, l’Etna, per me, lo aveva deciso già alla mia nascita, consegnandomi un temperamento di fuoco con tanto di viscere eruttive e canto di baccante.
Volevo, dunque, che tutti la vedessero questa nostra Madre, oggi bruna, ma candida due mesi fa mentre, nel suo ermellino di neve, sanguinava lieve come una vergine al tempo del suo menarca.
Aspettai la troupe a Fornazzo, e poi feci strada su per il rifugio Citelli, fino a un piccolo querceto contaminato da giovani pini, nati dopo l’ultima eruzione. Non fu semplicissimo per la troupe portare a spalla tra dirupi quanto serviva per le riprese, ma pazientemente mi lasciarono fare, convinti che di lì a poco sprofondassimo nel catasto della Magia, come avevo loro garantito.
E così fu, mentre il cielo, nell’abbaglio del Sole, cantava il suo peana. Avremmo potuto essere creature mitologiche in quella mitologia di natura, se solo non ci avessero traditi i bomber gli stivali e gli smartphone.

M’arrupai su uno strapiombo di roccia, fregandomene del fatto che solo 9 mesi fa avessi rotto un gomito e avessi fatto 5 ore d'intervento per rimetterlo a posto con l’aiuto di 3 viti. Ero sicura che la grande Madre mi avrebbe tutelata.
Mi tutelò, infatti, mentre io, sorprendendoli tutti, non parlai di Verga nè di Capuana, nè di Lola nè di Bastianazzu e nemmeno del fu Mattia Pascal. Al Mito diedi il Mito, raccontai, ma più recitai, d’un amore infelice, pur sempre mitico, quello d’un gigante, Polifemo, innamorato perso d’una ninfetta oceanina, gentile giovane leggiadra, Galatea, che non lo vuole e vive in mare accarezzata dall’onda chiara.
Tale la potenza d’Eros che il Ciclope non capisce affatto perchè mai la ninfetta lo rifiuti. L’amore compie, tra i suoi miracoli, anche la conversione della mostruosità in Bellezza. Che bello quel suo unico occhio immenso, quel sopracciglio che da un orecchio all’altro gli attraversa tutta la fronte come il sentiero di un bosco. E poi ha le migliori greggi, lui, il latte più buono, e formaggio per tutte le stagioni. Che mai vorrà di più questa smorfiosa, si chiede Polifemo, bestione innamorato?
La smorfiosa non vuole forse lasciare le sue candide acque di mare per la montagna bruna? e lui si getterà in mare, pur se non sa nuotare, e senza branchie affogherà di certo!
Che grande prova d’amore in tempi, i nostri, in cui per “amore” non si rinuncia nemmeno a una chat altro che rinunciare alla vita!

Ma Polifemo non intende rinunciare mai all’amore per Galatea, amore che come il suo pelo è assai tenace e, passati in rassegna tutti gli argomenti, non gli resta infine che accusare la sua “ mamma” di fregarsene della sua ferita d’amore. Sua mamma gliel’ha fatta conoscere, perchè anche la sua bianca mamma è una ninfa marina come Galatea. Sua mamma l’ha portata sul Vulcano, dove lui ha la grotta con le caciotte il pergolato e le greggi, a raccogliere narcisi, e Cupido gli ha trafitto il cuore.
“Mamma” crudele, che non gli fa da ruffiana, che non cerca in tutti i modi di convincere la ninfetta dispettosa, ma ora proprio quel suo gigante figlio, dal cuore tenero, la punirà fingendosi collassato mezzo morto, morto d’amore.
I poteri di una Madre, solo i poteri di una Madre, nella communis opinio del Mondo sono infiniti. La madre ha risposte per tutto e per tutti, sempre ovunque comunque. Lo dice il Mito, per bocca del gigante Polifemo o della regina Ecuba che dovrà assistere all’assassinio della sua giovine figlia Polissena, richiesta dallo spettro d’Achille, caro ai duci argivi «E tu prendi un bacile, ancella antica, perchè la figlia mia voglio lavarla l’ultima volta, vergine non vergine e sposa senza sposo, e voglio esporla morta non come lei meriterebbe ma come posso, raccogliendo vesti e ornamenti dalle mie compagne di schiavitù» (Ecuba, Euripide). Ecuba è ormai schiava d’Agamennone vincitore, eppure non perde regalità questa madre nel predisporre il funus della figlia uccisa con il meglio che riesce a recuperare, lei un tempo regina felice, madre «di tanti splendidi figli», ora senza patria, senza figli.
La madre è un eroe in panni comuni, le sue armi sono infinitamente più potenti che lance spade giavellotti dardi fucili mitragliatrici cannoni. Il suo odore, il suo calore, la sua cura, il suo tempo infinito, prima d’ogni tempo biologico, la collocano tra gli dei nel cuore del figlio.
Anche sulla tomba di un giovane figlio, morto suicida, la madre ha parole per lui, e gli racconta del fratello in esilio «La madre or sol suo dì tardo traendo/ parla di me col tuo cenere muto/ ma io deluse a voi le palme tendo/ e sol da lunge i miei tetti saluto». (“In morte del fratello Giovanni”, Ugo Foscolo).
Si è suicidato Giovanni, fratello di Ugo, l’8 dicembre del 1801 a Venezia, per un grosso debito di gioco. Di due figli non ne resta nessuno a questa madre. Uno ormai morto in una tomba vera, l’altro ancor vivo in una tomba “virtuale”, l’esilio. Eppure la Madre tiene ancora unita la sua famiglia, un miracolo dell’amor di madre se i due sfortunati fratelli continuano ancora a sapere l’uno dell’altro, come fossero vivi e solo per poco lontani.
Per la Madre non muore mai un figlio, nemmeno se lo testimonia la sua tomba con tanto d ’iscrizione. Il figlio è nei suoi occhi ad aeternum, come nel suo cuore, nel suo disìo, nel suo infinito progetto d’amore che nemmeno la Morte può minacciare.
«Penso a me matri/ fimmina di paci/ ca na sta terra purtau la so luci/ na luci chiara comu la so peddi e/ di u occhi soi lucenti e beddi./ Nuddu di li so figghi ciass’/ umigghia, non dicu in/ facci..no.. ma di midudda!!/ Macari ni pigghiavumu un pilittu/ di ddu modu di fari duci e schiettu/ Mammuzza ni criscisti assai filici/ ma ora.. fra nuatri la serpi si ci misi. (Cettina Busacca, cantastorie di Paternò).
Nessuno è disposto a mettere in discussione il suo cervello, la sua personalità, di fronte a nessuno al mondo che non sia Sua Maestà La Mamma.

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Silvana Grasso
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