Sport Scicli 25/05/2017 15:22 Notizia letta: 1948 volte

Note di ciclismo a Scicli: Matteo Verdirame

Da Vanninu Raffone ai Verdirame, nel nome del padre
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Scicli - Genetica e familiarità
Spesso capita che i figli svolgano l’occupazione dei padri.
Un falegname spesso è figlio di un falegname, un medico forse è figlio di medico.
Nelle passioni l’emulazione è più facile e ricorrente. Un figlio che ha visto il padre tanti giorni praticare uno sport, la voglia e la curiosità di quell’esercizio - come un’istigazione - gli viene.
Nel nome del padre i motociclisti adottano il numero di gara del genitore. Come a voler sottolinea la genia, l’appartenenza familiare a quella pratica.
Nel ciclismo le famiglie dedicate a questo sport sono tante. Prima fa tutte la famiglia Moser: fra tutti 86 volte in maglia rosa al Giro. Generazioni di montanari trentini di Palù di Giovo, tutti dediti solo a questo esercizio.

Ciclismo a Scicli
Il ciclismo a Scicli è sport giovane. Quando a Siracusa io vivevo gare esasperate, squadre organizzate, a Scicli forse andava in bicicletta, con grandi sacrifici, solo Vanninu Raffone.

La cultura contadina – ruvida e genuina, ma di atavica arretratezza - mal si univa con qualsiasi sport, perché considerato perditempo. Anche su di me, nella mia famiglia acquisita a Scicli, hanno fatto le stesse considerazioni 40 anni addietro. Io ho proseguito, perché provenivo da altra topografia.

A Scicli all’inizio, per la voglia di sport, dei notabili del luogo (medici, avvocati, direttori istituti bancari) aiutano e allenano un gruppo di operosi di fatica, costituiscono il “Gruppo Scapellato”. Intitolato alla stessa persona dello stadio di Scicli. I ciclisti sono pochi e in tutto improvvisati. Si allenavano in un circuito di limitati chilometri a Jungi, proprio accanto allo stadio, quando ancora l’espansione edilizia non era così intensa.
Dopo nasce una “Società ciclistica” di appassionati che andavano a correre, anche lontano, con molte difficoltà. Nel 1977 si costituisce il gruppo ciclistico “Amici del Pedale di Scicli”. Che si configura presto come gruppo amatoriale.
Il capostipite dei ciclisti sciclitani è stato Giovanni Raffone e suo fratello Peppino. Quest’ultimo, anche se non pedalante, era un vero appassionato che aiutava i giovani nell’espletamento di questo “sacrificio”. Poi a praticare a Scicli in evidenza delle singolarità disperse e il nucleo compatto della famiglia Verdirame.
Chiaramente sarebbe riduttivo limitare a questi devoti il ciclismo sciclcitano. Tanti ciclisti ci sono stati a Scicli in tanti anni, voglio però soffermarmi sul fenomeno congenito della famiglia Verdirame.

Le tradizioni familiari, genetica e capacità personali, si intrecciano indissolubilmente, ma non possono costituire un termine di paragone. La discendenza dedicata al ciclismo di questa famiglia, si perde nei decenni passati. Antonio - zu’ Nanè u’Salatu - era persona semplice di cultura contadina che poteva interessarsi di calcio, come fanno tantissimi naturalmente, era più semplice ma anche banale. Scegliere il ciclismo è stato certo una scelta originale, forse anche scomoda e di isolamento. Cinque dei suoi sei figli hanno messo il numero sulla schiena. Bartolo e Francesco, in vario modo hanno gareggiato. Poi Angelo, con grandissimi sacrifici, ha corso in categorie di Federazione con il prof. Guarrella nel sodalizio ragusano. Squadra che ha portato tanti atleti iblei al professionismo.
Poi ancora Giovanni e Guglielmo, con i quali ho corso anche io.
Nella seconda generazione, sempre nel nome del padre Bartolo, Carmelo - cresciuto alla scuola del prof. Guarrella - è stato Juniores a Palazzago (BG) dove le prospettive di carriera sono facilitate. Un compagno di casa immigrato come lui dalla sicilia - Paolo Tiralongo - è ancora professionista in una squadra ProTour.
Dopo ancora, sempre nel nome del padre Gugliemo, Lorenzo – anche lui cresciuto alla scuola del prof. Guarrella - ha militato come allievo in Toscana alla Bottegone (PT) già squadra di Francesco Moser e Michele Bartoli e anche di Cipollini, Petacchi. Sempre Lorenzo, da Juniores, alla Mastromarco, lungo l’elenco dei professionisti passati da lì, uno su tutti, ancora in attività: Vincenzo Nibali. Lorenzo era di un talento notevole.
Poi ancora, sempre nel nome del padre Angelo, nella Federazione hanno gareggiato, Antonio e Fabrizio.
La famiglia Verdirame, nelle passioni, non contempla altro sport che il ciclismo. Nel tempo lungo della successione delle generazioni, hanno costituito squadre affiliate sia alla Federazione ciclistica Italiana, che ad altre consulte, con sempre Presidente uno dei fratelli: Giuseppe. Nel periodo della militanza di Carmelo alla Palazzago, erano in associazione con quella società di Bergamo e la Leca Beton, sponsor lombardo. Hanno avuto interesse per le categorie giovanili, come scuola di avviamento al ciclismo, con sempre Giuseppe Presidente e supportati dall’entusiasmo e la competenza di Angelo.

L’ultimo, in ordine cronologico e di terza generazione, è Matteo.
Matteo, sempre nel nome del padre Carmelo e del nonno Bartolo: già ciclisti agonisti.
Matteo, per quanto fatto fino ad oggi nella categoria Giovanissimi, è un vero fenomeno. Un talento naturale. Pedala come fatto spontaneo. Telaio sbagliato, ruote inefficienti, posizione non giusta … lui spinge e basta. Conosce una sola logica: quella dell’entusiasmo nella fatica. Agonista per genetica sana e pura.
Però bisogna ricordarsi come Matteo è un bambino, non un “piccoli adulto”. Pratica ciclismo come “gioco sportivo” durante il quale - lo vedo - si diverte, orientando l’ardore agonistico verso una felicità del gesto. Il ciclismo è sport duro e faticoso che deve educare al rispetto dell’altro e all’accettazione della sconfitta, perché nello sport si perde quasi sempre. Fino ad oggi Matteo ha solo misurato il distacco che ha avuto da lui il secondo arrivato, ha staccato ragazzi anche di due anni più grandi. Nelle gare non usa tattiche, quando decide … va via da solo. Noi, però, sappiamo non sarà sempre così.
Matteo, che tiene i suoi occhi verdi fissi al suo orizzonte, è un bambino che brilla di incontenibile vivacità - che mamma Isabella a stento riesce a contenere - e quello splendore gioioso deve mantenere. Matteo mette in questo gesto leggerezza e sano agonismo, la passione e l’amore … il tempo delineerà le prospettive. Non carichiamo di responsabilità.

La bicicletta è una risposta ad istanze e urgenze esistenziali di quelle che assomiglia all’amore. Il ciclismo fa certi miracoli che non riesci a crederci. Riscatta da condizioni sociali e si crede quei risarcimenti avvengano in una vittoria. Non è sempre così, non è mai così.
Talvolta il ciclismo è una carezza.
Una carezza ruvida perché questo è sport duro.
Carezze ruvide e buone, quelle che nel dolore ti formano alla vita.

Lino Bellia
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