Cronaca Capo Passero 09/06/2017 12:54 Notizia letta: 820 volte

Nel mare di Malta ritrovato il cacciatorpediniere Artigliere

A 3600 metri
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Malta - Scoperto per caso, nel mare tra Capo Passero e Malta. Dopo settantasette anni di oblio, l’Artigliere è stato ritrovato a una profondità incredibile: una fossa di 3600 metri, a largo di Malta. L’Artigliere è stato rintracciato lo scorso marzo dal team oceanico di Paul Allen, il co-fondatore di Microsoft, appassionato di esplorazioni sottomarine. E un sottomarino robot l’ha ora raggiunto, trasmettendo immagini stupefacenti. La nave da guerra fu affondata nella famosa “battaglia di Capo Passero”.

L’ultima missione dell’Artigliere iniziò al tramonto dell’11 ottobre 1940. Sono passati solo quattro mesi dall’inizio della guerra e la Regia Marina è nel piano della sfida per il dominio di quello che Mussolini chiamava “Mare nostrum”. Poche ore prima un aereo aveva avvistato una larga formazione inglese «a levante di Malta», facendo scattare l’allarme nelle basi siciliane. Dal porto di Augusta salpano quattro caccia e tre torpediniere con il compito di stanare il nemico. L’Artigliere è l’ammiraglia di quelle squadriglie d’assalto. Una nave moderna, di 106 metri, con un dislocamento di 2500 tonnellate, quattro cannoni da 102, sei lanciasiluri e otto mitragliere: il suo motto è “Sempre e ovunque”. Tre mesi prima aveva partecipato allo scontro di Punta Stilo e il comandante era già famoso: Carlo Margottini, un ufficiale decorato, veterano della Grande Guerra e del conflitto in Spagna.

Margottini dispone le sue unità “a rastrello”, setacciando la notte per individuare gli avversari. Un’ora dopo la mezzanotte la luna illumina l'inconfondibile sagoma di un incrociatore britannico: è l’Ajax, protagonista nel Mar della Plata del primissimo duello con la marina hitleriana. I suoi dodici cannoni non spaventano le tre piccole torpediniere italiane, che vanno all’attacco dell’incrociatore dieci volte più grande, lanciando i siluri.

Ma l’Ajax è l’unica unità inglese nel Mediterraneo dotata di radar, capace di vigilare fino a novanta chilometri. Evita i siluri, apre il fuoco con precisione. Le torpediniere vanno avanti, si spara anche a cento metri di distanza. Sono venti minuti di bordate letali che massacrano l’Airone e l’Ariel. Pure i quattro caccia italiani si gettano nella mischia. 
Volano proiettili in ogni direzione. L’Artigliere mette a segno quattro colpi, che feriscono l’Ajax. Ma la replica dell’incrociatore è devastante: una raffica incendia la riserva di munizioni. A bordo è l’inferno. Ci sono fiamme ovunque. Gli ufficiali sono quasi tutti caduti. Il comandante è grave, ma insiste: «Non mollate!». E i superstiti non cedono. Per ore lottano contro i roghi e cercano di salvare la nave. Riescono a riparare un motore, che poi si blocca. Un altro caccia tenta di rimorchiarli. Gli inglesi arrivano, in massa.
L’Ajax era solo la vedetta esterna dell’intera Mediterranean Fleet, impegnata nella scorta a un convoglio. Ci sono quattro corazzate, due portaerei, sei incrociatori, sedici caccia. Dalle sette del mattino cominciano gli attacchi dal cielo contro le due navi italiane, che si difendono come possono. Un’ora di incursioni, senza tregua. Quando in lontananza l’orizzonte si riempie dei fumaioli della grande flotta, il secondo caccia taglia il cavo e si ritira.
Il maggiore Mario Giannettini, l’unico ufficiale incolume, non vuole arrendersi e ordina l’autoaffondamento. L’incrociatore pesante York gira intorno alla preda. Con le bandiere trasmette il segnale di abbandonare la nave.

Poi ripete l’intimidazione con un proiettile davanti alla prua. I feriti vengono calati nelle scialuppe, gli altri si buttano in acqua assistendo all’agonia del loro vascello. Il colpo di grazia due siluri, che fanno saltare in aria lo scafo. Tutto fotografato minuto per minuto, con immagini diffuse sui giornali del Commonwealth, che aprono le prime pagine con la spettacolare distruzione dell’Artigliere: dopo mesi di disfatte, gli inglesi avevano bisogno di un successo da propagandare.
La flotta britannica non raccoglie i naufraghi; soltanto il caccia Vampire ne carica ventidue, tutti gli altri restano in mare. Teme che ci siano sommergibili in zona e si allontana a tutta velocità. L’ammiraglio in capo però fa trasmettere due messaggi radio su più frequenze con la posizione delle scialuppe: «Quegli italiani hanno combattuto bene». Un gesto di clemenza criticato da Winston Churchill in persona. 

Per i sopravvissuti è l’inizio di un’odissea. I marinai dell’Artigliere, dell’Airone e dell’Ariel cercano di raggrupparsi: sono più di duecento, legano zattere e barche. Il mare sta crescendo, supera forza quattro; le nuvole si gonfiano e scatenano temporali violenti. Dalla Sicilia partono idrovolanti e motovedette. Ma quando cala la notte, le ricerche sono ancora infruttuose. Le onde invece non hanno pietà e alcune scialuppe si perdono nel buio. All’alba la Marina raddoppia gli sforzi e dopo 36 ore si riesce a raggiungere i superstiti. Solo cento uomini dell’Artigliere ce la fanno.

Adesso almeno ci sono le immagini dell’Artigliere, monumento nell’abisso in ricordo di quei ragazzi mai tornati a casa. 132 i corpi che la nave portò con se, calando a picco. 

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