Cultura Racconto 07/07/2017 10:01 Notizia letta: 589 volte

Ilde

Tramonto a Donnalucata
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Scicli - Ilde era seduta sulla sua sedia a rotelle, la mano stringeva un bellissimo ventaglio. Gli occhi erano due fessure appena aperte su un passato che non voleva e non sapeva dimenticare.
Il tempo ormai le serviva per ricordare. Non più progetti, non più storie da vivere ma fantasmi da esorcizzare con la parola del ricordo.
La bocca, quasi storta in una smorfia, era la sintesi della sua vita.
Non amava più perdersi nel giardino come un tempo faceva per annegare forse i rimorsi. Non poteva, non ne aveva le forze.
Il sole quasi la disturbava e la penombra, come la musica, la aiutava a ritrovarsi. Toccava i tasti del suo vecchio pianoforte senza riuscire più a trovare gli accordi.
La voce di soprano si era a poco a poco affievolita fino a diventare quasi un sussurro.
Donnalucata, incurante della sua esistenza che si spegneva come una piccola fiamma per mancanza d’olio, si accomiatava da una vita, la sua, mentre arrivi e partenze si avvicendavano sotto il sole di luglio nelle case antiche e fresche della villeggiatura. Case che odoravano di salsedine e di muffe perché rimaste chiuse per tutto l’inverno.
I giardini profumavano la sera, raccontavano una storia, il suo dramma, che sembrava la trama di un film.
Lui era rimasto, nonostante tutto, là con lei, nei suoi pensieri. Le stringeva, anche se Ilde non ne aveva contezza, ora le mani in un addio senza parole, l’ultimo, il più vero.

Era partito, tanti anni fa, dopo una lite burrascosa su un treno verso il Nord, un treno qualsiasi per dimenticare.
Lei ricordava ancora quella partenza, ferma in lacrime sul marciapiede della stazione ferroviaria. Prima c’era stato il confronto spietato con suo padre, lo strazio del suo amore fragile di donna che non seppe sceglierlo e difenderlo.
Aveva sentito poi partire quel treno tante volte nelle angosce notturne, nei momenti di particolare solitudine.
Ilde si risvegliò ad un tratto da uno stato di torpore, nel quale spesso cadeva, al sentire la sirena di un peschereccio che avvisava del suo arrivo nel porticciolo.
-È lui!- Esclamò in un sussulto alla solitudine vuota che la circondava nella sera. -È tornato finalmente! È venuto a prendermi per portarmi con sé, nel suo treno per sempre. –
Gli occhi dalle pupille dilatate si spalancarono all’epilogo della sua storia.
Un timido sorriso fiorì sulle labbra.
-Quanto tempo! – Esclamò, sorpresa, accarezzando un’ombra che un fanale proiettava già sul terrazzino della casa di via Marina prospiciente il Canale.
-Non m’importa più di nulla, sai?, - sussurrò al suo caro fantasma - non m’importa di mio padre, io sono viva solo per te, perché ti ho amato sempre, per tutta la vita, e non saprei morire senza il tuo conforto. – Balbettò le ultime parole.
La sirena del peschereccio suonò ancora.
Ilde chiuse gli occhi e la mano che agitava pigramente il ventaglio le cadde sul ventre.
Donnalucata era stretta tra mare e un cielo rosso infuocato in un caldissimo tramonto di luglio.
La cameriera arrivò dopo un po’ e trovò la vecchia signora assopita. La chiamò, la scosse. Capì ch’era morta. La riportò dentro la villa, avvisò i parenti e richiuse le imposte, quasi a voler impedire al suo spirito quella fuga d’amore che, da giovane, non aveva avuto mai il coraggio di realizzare.

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