Cultura Racconto 12/07/2017 23:24 Notizia letta: 417 volte

La licenza

Agli eroi di Caporetto, a mio Padre
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Scicli - Il treno arrivò sbuffando con un sibilo. Michele aspettava da un pezzo con la sua damatrice alla quale aveva attaccato la giumenta bianca preferita.
Era impaziente di abbracciare Agostino, il fratello capitano che arrivava in licenza dall’ospedale militare di Siracusa.
Agostino era stato ferito durante la disastrosa ritirata di Caporetto da una scheggia al braccio sinistro. Era stato destinato all’ospedale militare di Siracusa, l’ospedale della sua provincia d’origine, perché potesse essere più facilmente curato e accudito.
Non appena la locomotiva si fermò, la sua figura imponente apparve dalla porta aperta del vagone.
Un ragazzone alto, robusto e forte, Agostino. Due baffetti folti, due occhi intelligenti e allegri. La divisa gli donava e la fasciatura, che sorreggeva dal collo l’arto ferito, gli conferiva una gestualità comica che il suo carattere esuberante esagerava.
Lo seguiva l’attendente, il fedelissimo Inzaghi. Più giovane di lui di qualche anno appena. Un viso rubicondo, una pelle rosea e degli occhi azzurri denunciavano a chiare lettere la sua origine settentrionale.
I due fratelli si abbracciarono con trasporto senza fare attenzione alla fasciatura e alla ferita.
-Inzaghi. – Agostino additò l’attendente al fratello. –Ti ho scritto molte volte di lui nelle lettere dal fronte. – Aggiunse.
Inzaghi fece il saluto militare a Michele poi afferrò le due valigie, una per mano, e seguì i due fino al calesse, un po’ fuori dalla stazione ferroviaria.
Montarono sulla damatrice e per uno schiocco di frusta la giumenta si mise subito al trotto.
A casa tutti aspettavano quell’arrivo.
La servitù, i parenti, le sorelle, la madre.
Appena il portone cigolò, un piccolo mormorio si levò dai piani alti e ci fu chi si precipitò per lo scalone non contenendo più la gioia di abbracciarlo.
Le divise militari davano un’aria solenne ai due giovanotti.
Tra abbracci e spintoni, Agostino raggiunse finalmente il salone del palazzo, dove ad attenderlo c’era la vecchia madre che vedendolo scoppiò subito in lacrime.
- Ma dai!- Esclamò lui, stringendo al petto la sua testa bianca. – Non piangere, mamà. Non sono morto, ho solo una piccola ferita. Una ferita che mi obbliga a rimanere con te mentre dovrei essere là, al fronte, dove la Patria è in pericolo e chiama. –
La donna, però, non riusciva a darsi pace, inconsolabile com’era.
Inzaghi assisteva impacciato a quello spettacolo.
“Che strani questi siciliani!”- Pensava. – “Piangono quando dovrebbero ridere; si lamentano e invocano i santi mentre gioiscono scongiurando il male.” Perplesso continuava a chiedersi se la felicità in Sicilia poteva essere manifestata con le lacrime.
Elena, una delle due sorelle, si accorse di Inzaghi e con un sorriso lo invitò a seguirla per liberarlo delle due valigie.
Avevano riservato per l’attendente un camerino attiguo alla camera di Agostino.
Agostino li seguì.
- No, no. – Disse alla sorella. – Inzaghi dorme con me. Sposteremo il suo letto in camera mia che è abbastanza grande per due persone. – E gli mollò affettuosamente uno scappellotto con la destra mentre gli passava davanti.
La servitù riprese il suo posto nelle cucine.
Agostino ritornò dalla vecchia madre e le carezzò a lungo la testa con l’altra mano.
Il fratello Michele si sedette davanti a loro e li guardava con molta tenerezza.
-Raccontaci. – Disse Michele, accendendo un sigaro, dopo una lunga pausa. – Com’è accaduto?- Fece allusione con gli occhi alla vistosa fasciatura che reggeva il suo braccio.
-Oh! – Esclamò Agostino. – La mattina del 24 gli Austriaci arrivarono dalla parte del Rombon e scatenarono l’inferno rendendo irrespirabile l’aria con l’impiego di gas speciali.
Fu una vera carneficina. Io sono stato tra i fortunati. Inzaghi mi ha salvato la vita e se sono qui lo devo solo ed esclusivamente al suo coraggio. Appena si rese conto ch’ero stato ferito, si fece subito aiutare da alcuni soldati e mi mise in salvo.- Agostino fece segnale a Inzaghi di avvicinarsi, era appena entrato nel salone.
- Grazie! – Disse la madre al giovane. – Le saremo riconoscenti sempre, per tutta la vita! –
Inzaghi abbozzò un timido sorriso.
-Gli voglio molto bene, sapete? – Continuò Agostino, guardando il suo valoroso attendente. – È un fratello più giovane, per me. E mi vuole bene come un fratello, vero, Inzaghi?-
L’attendente abbassò la testa e gli occhi, vergognandosi di tanto elogio.
- Anche lui un volontario come me, - Agostino continuò a raccontare - studiava canto nella formazione dei coristi del Teatro alla Scala. È di Novara, un piemontese. –
- E alla Bocconi?- Chiese la madre. Ad Agostino mancavano pochissimi esami per completare gli studi presso la Scuola Superiore di Commercio fondata da Ferdinando Bocconi in ricordo del figlio Luigi caduto ad Adua.
- Mamà, io sono per l’interventismo. Ne sono stato più che convinto. Oggi la parola d’ordine è Italia. Molti studenti ci siamo arruolati ed io sono fiero delle mie scelte. – Pronunciò le ultime parole scandendole, forse per camuffare con la sua irresistibile carica di ottimismo la frustrazione della sconfitta subita.
- Ti ho portato alcuni giornali tra cui il Corriere. – Continuò, rivolgendosi al fratello Michele. – Cadorna è stato esautorato. Al suo posto comanda Diaz. E Vittorio Emanuele Orlando ha finalmente preso le redini del Governo senza mollare il dicastero dell’Interno. Se ci fossero stati loro due, Caporetto non sarebbe mai accaduta!Troppo inadeguato il Cadorna. E poi Orlando è un palermitano, uno tosto com`è tosto il Diaz. -
-Quanto vi fermate? – Chiese Elena al fratello e all’attendente.
-Oh! – Esclamò Agostino. – La convalescenza è lunga. Farò su e giù da Siracusa a settimane. Ne avrò fino a Natale. –
-Sabato prossimo –riferì Elena - daranno una festa in vostro onore, qui in paese. Una festa da ballo. Tutte le migliori famiglie si sono raccomandate di porgervi il benvenuto e l’invito. –
- E noi ci saremo ben volentieri, vero Inzaghi? – Agostino esplose in una fragorosa risata, mentre il giovanotto piemontese annuiva timidamente.
- Quando non ti sentirai molto stanco, il Barone Penna m’incarica d’invitarti a una battuta di caccia nella sua riserva del Trippatore. Ti farà piacere, immagino. - Disse Michele, aspirando dal sigaro e lanciando in aria una densa voluta di fumo.
- Caspita! Che onore! Dopo domani di’ al barone che si tenga pronto! – Ribatté Agostino.
Mentre la servitù apparecchiava per la cena, Agostino chiese di Maria alla sorella. Lo fece, tirandola in disparte, con una voce diventata subito seria e grave come per un senso di colpa.
Maria era la cugina che invano la madre e i fratelli avevano cercato di appiccicargli come un bottone alla giacca di alta uniforme.
- Qualcuno in paese dice che ha un pretendente di Comiso, ma io non ci credo. – Rispose Elena evasiva.
-Ti devo confessare una cosa. – Mormorò Agostino alla sorella. -A Milano ho una ragazza. Son tre anni e viviamo come marito e moglie, è incinta di un bambino che nascerà in primavera. Anche se volessi, non potrei più sposare Maria. – La guardò e gli occhi diventarono liquidi e malinconici.
Elena si ritrasse come se avesse ricevuto uno scossone o un pugno nello stomaco.
- Ma cosa hai fatto? – Chiese inorridita ad Agostino. – E la gente, qui, cosa dirà, e nostro fratello Monsignore? –
Lui scoppiò in una risata nervosa. Il ragazzo ch’era ancora in lui, candido e impenitente, riaffiorò sotto la pelle provata dell’uomo maturo.
- Mamà semmai potrebbe addolorarsi, ma tu non dirglielo, Monsignore lo sa e mi ha assolto, della gente me ne frego. Inzaghi sa tutto. È successo, ormai! Un gioco che è durato troppo tempo ed è finito male. A Milano la vita è tanto diversa da qui... –
Si spostarono nella sala da pranzo. La cena fu molto ricca ma alcune pietanze non erano per nulla gradite all’ospite piemontese che non era abituato ai sapori forti della Sicilia.
- Sei un minchione! – Sbottò in una risata Agostino, appena si accorse che Inzaghi evitava con cura lo squisito biancomangiare di mandorle che i cuochi avevano preparato. – Non sai cosa ti perdi! Quello a Novara o a Milano neppure se lo sognano!- Tentò, ma invano, di corromperlo per farglielo assaggiare.

 La battuta di caccia fruttò molte lepri che puntualmente furono cucinate secondo un’antica e prelibata ricetta siciliana.
Il ballo fu dato il sabato sera a Palazzo Busacca. Bandiere tricolori e coccarde abbellivano i saloni e il sontuoso scalone.
Il Sindaco diede loro il benvenuto nel salone delle feste fra discorsi retorici e frasi di convenienza.
Le signorine della migliore borghesia sciclitana si contendevano i due eroi con le unghie e con i denti.
Il maestro di musica si offrì di accompagnare al pianoforte il tenorino attendente che, spronato dal suo capitano, non seppe negarsi.
Si abbassarono i lumi, il silenzio s’impose e la voce possente d’Inzaghi diventò l’unica vera protagonista della serata.
Si esibì in un vasto repertorio. Da alcune romanze del Tosti alla cabaletta verdiana del secondo atto del Simon Boccanegra “Cielo pietoso rendila”, la preferita di Agostino e della quale dovette concedere numerosi bis.
Maria piangeva in silenzio dietro un ventaglio aperto perché sapeva di non avere più speranza.
Forse Elena gliel’aveva fatto capire.
Agostino ritornò altre due volte in paese prima che la convalescenza terminasse. Furono, però, le ultime.
Ristabilitosi, fu richiamato al fronte. Cadde l’anno seguente colpito da fuoco amico in un’azione eroica di guerra.
Di lui rimasero quell’aria sua preferita del Simon Boccanegra, a ricordare con note struggenti l’epilogo di un doloroso e intimo dramma, e un segreto rimorso che per essere tale nessuno seppe e la morte suggellò.

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