Cultura Modica 02/09/2017 00:02 Notizia letta: 1071 volte

Juan Alfonso Enriquez de Cabrera, Viceré e Conte Padrone

Il suo arrivo a Palermo il 16 giugno del 1641.
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Madrid - Juan Alfonso Enriquez de Cabrera fu il figlio di Vittoria Colonna e di Luigi III Enriquez de Cabrera, Duca di Medina de Ríoseco, IX Almirante di Castiglia, Conte di Modica.
Nacque a Medina de Ríoseco, nel cuore della Vecchia Castiglia a pochi chilometri da Valladolid, il 3 marzo del 1597, come c’informa la “partida de bautismo” da me ritrovata. Fu battezzato il giorno 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, dal Maestro Felipe de Ulloa. Gli furono imposti i seguenti nomi: Giovanni Alfonso, Mancio, Gaspare, Melchiorre, Baldassarre, Diego. I padrini furono Don Diego Enriquez de Mendoza e Donna Anna Enriquez y Colonna, sua sorella. Testimoni del battesimo furono Fernando Enriquez e Domingo Enriquez de Mendoza, Don Francesco Enriquez, signore di Bolanos, Gaspare Sebastiano Maldonato, razionale dell’Almirante, Rios de Lezomar, segretario della città di Medina de Ríoseco.
Metto fine così a una lunga stagione di bufale informatiche, opportunamente distribuite su Wikipedia, che spacciavano l’Almirante come nato a Modica. Anche alcuni lavori spagnoli, spesso abbastanza autorevoli, purtroppo hanno taciuto, nel dubbio, luogo e data di nascita.
In una mia prossima pubblicazione, oltre a dare le necessarie e corrette coordinate archivistiche, riprodurrò, per la gioia di alcuni fantasiosi biografi, foto della fede di battesimo.

Premesso questo, Juan Alfonso Enriquez de Cabrera, oltre ad essere il conte di Modica, fu Viceré di Sicilia e Viceré di Napoli.
A me interessa il primo mandato e cioè quello siciliano.
Un importante documento, da me ritrovato tra i fondi della Biblioteca Nazionale di Spagna di Madrid, racconta minuziosamente il suo arrivo a Palermo il 16 giugno del 1641.
Si tratta di un vero e proprio panegirico della vita e delle gesta dell’Almirante di Castiglia composto dal Maestro Notaro della Città di Palermo Giuseppe Ciaccon, pubblicato sotto forma di Mercurio Panormeo (i Mercuri erano nel Seicento fogli o, comunque, scritti informativi che anticipavano i moderni giornali) e dedicato all’Illustre Senato Palermitano.
L’Almirante sbarcò a Palermo col mandato di Viceré di Sicilia da una galera. Ad attenderlo, al molo, vi erano la migliore aristocrazia cittadina e siciliana, le autorità, il clero, il Sergente Maggiore con una rappresentanza della milizia e una folla in delirio che lo acclamava.
Per l’occasione era stato eretto un grande e splendido arco trionfale, progettato da Pietro del Po’ e dipinto da Pietro Novelli (la foto del bozzetto mi riservo di riprodurre nella mia prossima pubblicazione, come sopra accennavo) nel quale nulla era lasciato al caso. Pitture, finti marmi, statue, cartelli con frasi latine esortative ed elogi, tutto era stato minuziosamente studiato e predisposto perché l’illustre ospite restasse stupefatto e abbagliato.
Il corteo viceregio attraversò il centro di Palermo in tutta solennità. Assistette al Te Deum di ringraziamento celebrato in Duomo. Fece sosta davanti alla casa del dottor D. Marco Gezzi, abate di San Filippo il grande, Maestro Cappellano ed Economo generale del Regno, per godere dei fantastici fuochi d’artificio e per ammirare una prodigiosa macchina raffigurante un castello con leoni a guardia dalle cui bocche uscivano vino e liquori.
Leggendo questa narrazione, con molta curiosità e stupore non potei fare a meno di compararla con l’altra, scritta dal Carioti nel libro di memorie “Notizie storiche della Città di Scicli”, e relativa alla visita fatta, circa un anno più tardi del suo arrivo a Palermo, dall’Almirante alla sua Contea di Modica.
Sinceramente sono rimasto perplesso per le profonde affinità che legano le due cronache. Con un’eccezione, che la prima, la cronaca del Ciaccon apparsa sul Mercurio panormeo, è il resoconto, seppur molto esagerato, di un testimone, mentre l’altra, la cronaca sciclitana, è il racconto di uno storico nato circa cinquant’anni dopo il felice evento.
Conoscendo la disinvoltura del nostro amato Arciprete, scrittore di Storia Patria, un sospetto si è subito impadronito di me e mi ha a lungo tormentato in quest’estate torrida con la seguente maliziosa domanda: “Non sarà, per caso, questa cronaca del Mercurio panormeo, che il Nostro avrà potuto leggere (come alcune volte è accaduto) in opere del Mongitore, ad aver ispirato l’altra sciclitana, arricchita (forse esageratamente: un seguito proveniente da Palermo composto da tre mila persone …) magari di qualche particolare locale noto la cui conoscenza si era tramandata nel tempo di generazione in generazione?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Qui di seguito, do copia delle due cronache.
La prima tratta dal Carioti e la seconda dal Mercurio panormeo.
La visita dell’Almirante a Scicli

Carioti Antonino, Notizie storiche della Città di Scicli. Edizione del testo, introduzione e annotazioni a cura di M. Cataudella, Comune di Scicli, Vol. I

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Assai più questa università nel novembre del 1642 spiegò le migliori idee della magnificenza e del tratto alle accoglienze del’ecc.mo Vicere Don Giovanni Enriquez de Cabrera, almirante di Castiglia e Conte Padrone di questa città (Scicli, ndt) e dell’ampio suo contado a riveders’i propri stati, e n’ebbe la fortuna prima di Modica la città di Scicli. Improvvisa la risoluzione del grande diede poco tempo a Scicli all’apparecchio di riceverlo, che non lasciò di farlo credere preparato a’ lunghi mesi. Seco conduce da Palermo tre mille persone: il conte vicere, la contessa Don’Aloisia e una figlia donzella, il conte Melgar Don Gaspare figlio e la contessa Donna Elvira sposa, 16 dame e 18 paggi a la contessa viceregina componevano il corteggio; 6 dame ed 8 altri paggi servivano il figlio e la sua sposa. Seguirono le signorie de’ conti padroni il presidente Don Vincenzo Gurgenti, Don Scipione Cottone maestro razionale con altri officiali, la gran corte la costituivano don Pietro di Gregorio giudice, Don Vincenzo Dominici auditore, Don Cristofaro Papè protonotario del regno con altri ministri di questo ufficio, barone Don Antonino di Stefano, Don Pietro Guirrero, segretari di stato, Don Pietro Fernandez, Don Pietro Failla con gli ufficiali della Secretaria, Don Giovanni la….., procapitaneo di Guardia, Don Girolamo maggiordomo e contadore maggiore, molti cavalieri di S. Iacopo e Calatrava, Don Andrea Guirreri, Don Francesco Bolles governatore del contado e sua moglie e sorella di essa, la Guardia degli Alapardieri, Don Filippo d’Amato capitano di Palermo, Don Francesco Castiglia, pro maestro, notaro di campo del regno, Don Giovanni Salvedra (Saavedra, ndt) sergente maggiore del terzo di Scicli, Grecio conte luogotenente di maestro di campo d’Italia, Don Alessandro ….., ca
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pitan d’armi, Don Francesco Echebelz e li maestri razionali del patrimonio della Contea. Un padre della Compagnia (di Gesù), il confessore della contessa viceregina, altro domenicano P. Antonio Errera del conte vicere, due cappellani maggiori e il maestro di cerimonie, a’ quali signori conti e contesse servirono quattro compagnie di cavalli, che col noveroso equipaggio composero mille e duecento persone, che li servirono nel viaggio. Alquante leghe però in là di Scicli i nobili di essa e gli altri del contado colle compagnie a cavallo del terzo sciclitano, portatisi all’incontro, ne crebbero assai più la folla de’ cavaglieri che gli accompagnavano. S’ersero più archi trionfali che si continuavano per un assai lungo tratto di strada dal primo sino al palazzo di Don Girolamo Ribera, ove si ritrovò preparato il magnifico alloggio al primo ingresso accanto alla Torraccia nell’Oliveto sotto al piano de’ P.P. Cappuccini nel giorno dei SS. Apostoli Simone e Giuda 28 ottobre, ritrovatisi alla porta della città a gala con altri nobili, in divisa di magistrato, i giurati Don Iacopo Mazzara, il barone Don Girolamo Carthia, Don Guglielmo Russo, Don Vincenzo Aparo, capitaneo, sindaco, e ciascuna corte co’ suoi ministri vestiti a gala e colla più spiritosità cavalleresca, fattosi avanzi il giurato ebdomadario a S. E. colle chiavi della città su di un bacile d’argento con grave a un tempo e profondo inchino, e, salutato il principe colla illustre famiglia se voleva onorare l’ingresso qual vicere o come conte padrone del contado, con grazioso sorriso gli fu risposto: “Entrerò da conte padrone e non da vicere”; e tosto il magistrato in atto d’umile ossequio presentategli le chiavi in un bacino d’argento, leste le più ricche carrozze alla famiglia di S.E. e ali altri signori, l’accompagnarono insieme col magistrato e col patrizio ebdomadario alla sinistra e la viceregina a destra di S.E. e s’introdussero nella città e pella lunga strada sino al palazzo paramentata di sete, tappezzerie su de’ quali vi
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si replicavano i ritratti del conte padrone, tabelle appese con più elogi latini e in versi italiani, e con una quasi infinità di mortaretti avendosi preparato nel piano dell’Oliveto il solito trabucco con 24 figliuoli che con arte maestra pello meccanico ordegno si raggiravano a meraviglia, fu salutato con gran rispetto fino che arrivato al ricco alloggio e, per ove passava, moltiplicate in ben artefatte fontane zampillavano giocoliere le acque, ed altri brillanti di vino crescevano il brio della funzione e della letizia agli esteri e cittadini, e con più cori di musici e stromenti paesani e forastieri introdotto nelle camere dello alloggio, ricevette gli ossequi del magistrato, indi de’ nobili vassalli e de’ chiesastici e regolari. E non finirono qui le rimostranze di Scicli in que’ pochi giorni di sua dimora all’intertenimento di quel signore, avvegnacché salito alla Chiesa Madre (San Matteo, ndt) colla viceregina, il conte figlio e nuora, riverito nel tabernacolo il SS.mo Sagramento, fu condotto alla propria cappella, dentro a cui vi si custodisce il sagro deposito di S. Guglielmo, ove adorato, il magistrato, appesa una reliquia del Santo in pulitissimo reliquiario a una collana d’oro, ne fece dono al conte signore e lo stesso alla sposa contessa: furono ricevuti con singolare aggradimento. Indi si cantò messa e al fine Te Deum, avendone in alto soglio fatto cappella al solito. Preparati poi il palco con ricche tappezzerie e capace a ricevere la nobil famiglia del conte signore, oltre noverosi gli altri de’ nobili paesani, e quello de’ giurati, in mezzo a’ quali vi sedette il vicere, se gli fece godere la giocosa e sfrazzosa cavalcata di più sorte di maschere e in altro giorno la corsa del pallio: vi concorsero gli più agili ginetti del Valle. E per corona alle feste con sfoggio singolare se gli fece godere la quintana colla corsa dell’anello da’ tempi assai antichi: ne fecero esercizio i cavaglieri paesani, e nel palco del signor vicere assistito dal magistrato con i premi d’argento ben lavorato innanzi ad esso, a misura del colpo dato nel
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segno da’ nobili corridori, dispensavali con giustizia e affabilitade insieme, ebbe impegno la città a non tenere in ozio que’ signori che vi dimorarono in que’ giorni e sino vi si sciolsero col gradimento più singolare, sino dovette passare in Modica; lo fu accompagnato dalla nobiltà e dal magistrato.

BNE, Signatura 2/69786, Libro impreso
Mercurio Panormeo ò vero l’Almirante in Palermo ricevuto quand’egli ne 16 de Giugno 1641
in Palermo: appresso Decio Cirillo, 1641
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Poco più in là dall’Arco si veniva alla porta, onde respira in mare la lunga, e diritta strada del Cassaro. Ella ha avuto il Nome, e la forma da D. Felice, avola materna dell’Almi
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rante: hora alla propria bellezza, e maestà aggiugnendo i novi ornamenti di statoe, e di piramidi; e dalle sue gran pine mandando giù lunghe strisce di seta all’arbitrio dell’aure gioviali; godeva di esser nella prima entrata honorata dal gran Nipote della sua nobile fondatrice.
Tal’era l’apparecchio di fuori: né gli cedeva però punto quello di dentro: Già la strada maggiore per un gran miglio si mostrava tutta quasi di seta, & oro vestita. Né in quel dello splendore de’ ricchi drappi si lasciano i Signori Palermitani tor vantaggio da qual’altra si sia ricchissima natione; cosa per avventura più in apparenza superba, che utile in verità; ma però in questa nebbia di soverchianti vapori, onde sono hoggidì comprese quasi tutte le menti degli huomini, che altro attender si può, se non vani riflessi, che rendon belli i colori, ma voti di sussistenza? E d’altra parte la soldatesca cittadina, secondo l’ordine dato in Senato, in bella mostra ordinata dal Signor D. Stefano Reggio Giurato, e Sergente Maggiore della Città, ripartita in varie compagnie, hor in questa, & hora in quella parte comparendo, pasceva insieme gli occhi con la ricchezza de’ vestiti, e con lo strepito de’ tamburri, e scoppio degli archibugi teneva desti gli animi Cittadini.
In questa guisa dunque disposto ogni cosa per l’entrata: la Domenica de’ 16 di Giugno, in su le 23 hore montò S.E. dal Castello in una delle due Galere, che sole eran rimaste in porto; poiche l’altre la mattina medesima erano state dell’Almirante mandate via al soccorso di Tarragona. Con la quale, accompagnato sempre dall’arteglieria Reale, si condusse, quasi come in trionfo, sin sotto lo sbarcatoio: dove gittato il tavolato riccamente coperto, frà le replicate salve del castello, e della Città, e l’archibugeria delle mura, smontò felicemente in terra, e fatta
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cortesia a’ Signori, ch’eran venuti à riceverlo su l’orlo del molo, messa la Viceregina con altre dame Cittadine nella sua Regia carrozza; egli fattosi oltre il cavalcatoio, montò sopra un generoso pallafreno riccamente adornato, parimente suo: che quel della Città il suo preggio medesimo, e la ricchezza dell’abbigliatura, fù gran motivo per non doverlo ricevere, chi lo splendor de’ doni ama più per la gloria del rifiuto, che per cupidigia del possesso.
Quindi precedendo col Capitan della Città gran numero di Signori, e Titoli nobilmente à cavallo, e dietro a’ mazzieri della Città, e della Corte, con vesti, e prepunte di broccato, bordate d’oro, & a’ ministri inferiori del Senato, vestiti tutti di damasco rosso, cavalcando il Consiglio Reale, si mosse per la via dell’Arco inverso Porta Felice. S.E. tenendo à destra il Duca di Terranova, & á sinistra il Pretore della Città; seguito immediatamente dal senato; che co`suoi preminenti ufficiali chiudeva la nobile cavalcata. Così su per lo Cassaro cavalcando, acclamato, e festeggiato in varie maniere con fatti, e con parole da tutto il popolo, si condusse nel Duomo: donde ringratiato il Signore, e nel suo nome giurati in man del Protonotario, e del Pretore, i privileggi del Regno, e della Città di Palermo, con la medesima compagnia se ne venne dirittamente al Palagio.
Varie furono, e tutte belle, le inventioni de’ Cittadini su la strada, per significare il contento, che tenevano per la presenza dell’Almirante. Ma oltre à tutti bellissimo fù un trovato del Dottor D. Marco Gezzi, Abbate di S. Filippo il Grande, Maestro Cappellano, & Economo Generale in questo Regno. Egli per testificare con nuovi ossequij l’antica servitù, sopra un’ampio basamento, alto una gran canna da terra, tutto quanto argentato, (e tale parimente si mostrava tutto l’altro lavoro) havea dinnanzi al suo bel casamento rizzato un Gran Castello, Reale insegna dell’Almirante, per gli Rè di Castiglia: appiè del quale, come da un mar tranquillo, in su l’arco della schiena s’alzava un leggiadro Delfino, in squama d’argento, che mandando per bocca stretti, e serrati pispilli di varie acque odorate, nutriva in una Conca d’argento, che ne ricevea la caduta, buona copia di pesce vivo, e guizzante: con un tal detto Foecunda dulcedo come se il mar, lasciata, sotto il governo dell’Almirante sua naturale amarezza, già cominciasse à porgere più soave alimento alla numerosa sua prole. A guardia del castello sedevano da’ due lati, che rendevano al Cassaro, due generosi Leoni, de’ quali l’uno mandando latte per bocca, in una targa imbracciata mostrava queste parole Post hac tibi largior æther e l’altro gittando pretioso vino diceva Hilaritas, & robur & i liquori in due ampissime conche d’argento ricevuti, accendendo in alcuni la curiosità, spegnevano in altri la sete. Da’ due fianchi opposti si vedevano in piedi due principalissime Virtù: l’Urbanità, col breve Hominum conciliatrix e la Liberalità, col motto Hominum magnes. La sommità del Castello coronata di merli, & armata negli angoli di quattro piccoli torrioni, mandava in aria per ogni lato lavorati fuochi, in razzi, e palle artificiosamente ordinati: quasi come nel notturno lume invitando la combattuta Republica à ripararvisi sotto. Aggradì allora S.E. in queste dimostrationi, le volontà tanto pronte al suo honore; & hora con gli effetti, mostrando non esser caduto á voto l’amore, né le speranze de’ popoli di vento concepute; gli và tuttavia obbligando à sperar cose maggiori, & à dover con una riverente ubbidienza corrispondere all’animo, ch’egli tiene di rimettere il regno nella sua antica felicità.

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