Attualità Spagna divisa

La Catalogna e le piccole patrie

Gli scontri di Barcellona

 Ieri notte, 1º ottobre 2017, si è consumato il vero grande strappo del popolo catalano: l’ultimo tentativo d’indipendenza dalla Spagna.
È stato un atto meditato da secoli, vagheggiato da grandi spiriti patriottici, voluto da un popolo che mai si è sentito perfettamente integrato in quello spagnolo. Incoraggiato ed esasperato da una politica criminale come fu quella di Franco che cercò inutilmente di cancellare l’identità catalana, schiacciandone anche la coscienza e dichiarando fuorilegge la sua lingua parlata.
La lingua di un popolo è il sedimento culturale della sua storia, del suo più intimo modo di essere.
I Catalani da sempre son vissuti di mare. Barcellona è stata da secoli un grande porto di mare nel quale sono confluiti avventurieri, reprobi, geni della pittura, dell’architettura e della musica. Nel Novecento è diventata un vero grande crocevia di popoli attirati dal fascino di trovare in essa una patria libera.
Socialismo e imprenditoria sono andati d’accordo in un modello di sviluppo patteggiato che ha dato vita al miracolo economico, modello e sfida delle ultime decadi del Novecento.
Da ieri notte, purtroppo, qualcosa è cambiato. Col divorzio definitivo, si è esaurito il progetto di centralizzazione burocratica voluto già per la Spagna da Filippo II d’Austria nel 1561.
La situazione politica spagnola attuale sta attraversando una complicata fase critica per la quale si profilano all’orizzonte giorni molto infausti e inquieti.

Il franchismo, mascherato di democrazia, ha continuato a gestire impunemente la res publica, anche dopo la morte del dittatore, con la complicità criminale di una monarchia inutile il cui ultimo atto è stato l’abdicazione del suo re, travolto da una scempiaggine personale, in favore del figlio, essere limitato e corpo completamente estraneo al popolo che governa.
Filippo VI, per grazia di chi non si sa ma certamente per antica disposizione del dittatore Francisco Franco, il 19 giugno 2014 è stato acclamato re, nella linea successoria col nome di Filippo VI, dalle Cortes riunite in seduta plenaria.
Di fatto e arbitrariamente, senza nessuna consultazione popolare, Filippo di Bourbon si è posto al di sopra di una legge (o, meglio, fuori legge) violando l’antico sacrosanto principio, già consolidato dal tempo della “Pepa” (la prima Costituzione caditana del 1812), che attribuiva la sovranità della nazione spagnola direttamente al popolo.
Questo ignobile inganno è stato perpetrato con la complicità del Sr. Rajoy, oggi Primo Ministro, e l’appoggio tacito e subdolo della nomenclatura del Partito Socialista Spagnolo (PSOE), partito ridimensionato e quasi azzerato nei consensi nelle ultime tornate elettorali.
Questo passaggio costituzionale poco limpido non è sfuggito, in effetti, alle menti intelligenti del partito indipendentista catalano che in ogni momento non hanno perso occasione per sottolineare la poca credibilità non solo del Partito Popolare Spagnolo (PP), travolto da mille scandali, ma anche di chi ufficialmente dichiara di essere il loro re.
L’ultimo grande autogol in ordine di tempo è stato rappresentato dal maldestro tentativo dell’ex-Ministro dell’Interno Jorge Fernández-Díaz, numerario dell’Opus Dei e intimo di Rajoy, di far indagare la vita di politici e parenti di membri della Generalitat catalana dalla sua polizia segreta.
Il suicidio politico del PSOE di Felipe Gonzáles, liquidato da una corrente giovanile che ha riportato alla presidenza il dimissionario/dimissionato Pedro Sánchez è stato l’altro vero grande campanello d’allarme della frantumazione della politica spagnola.
L’apparizione, ancora, nell’orizzonte parlamentare di un nuovo e agguerrito soggetto, Podemos, ha incettato a Sinistra scontenti e nostalgici, nel tentativo europeo di rinnovamento della vecchia politica.
Per ultimo, l’incapacità di questo governo di minoranza sempre guidato da un chiacchieratissimo e imbelle Rajoy di dare risposte serie a un livello di disoccupazione che rasenta i limiti del collasso socio economico.
In questo panorama così esasperato non poteva non attecchire la predicazione indipendentista, oggi più agguerrita che mai.
Il referendum di stanotte è stato solo il gesto coraggioso di un popolo che ha voluto sfidare la codardia di una classe dirigente dalle ore contate.
La convocazione popolare si sarebbe potuta organizzare meglio e responsabilmente, se solo Rajoy avesse dimostrato un briciolo di senso dello Stato. E non solo lui! Il suo mediocre contorno domani sarà messo sotto accusa dalla Storia. Primo fra tutti il Re.
Questa classe politica, infatti, è stata svergognata universalmente dal popolo catalano che ha tirato fuori gli attributi di sempre davanti all’Europa e al Mondo.
Personalmente non so immaginare una Spagna senza Catalogna e una Madrid senza Barcellona.
Nel mio cuore le due realtà e le due città sono facce della stessa anima.
Non so ancora immaginare una “Nazione” catalana perché, al contrario della mia Sicilia, non ne saprei definire le frontiere e i limiti.
So però che ieri notte è naufragato per sempre il generoso tentativo dei padri costituenti del Trattato di Roma di restituire al mondo un’Europa grande e unita.
La Storia purtroppo ha confermato questo fallimento.
Il vecchio continente è, in effetti, vittima della sua antica frammentazione. Si sta sbriciolando in mille piccole patrie che ancora oggi risorgono nell’ideale romantico nazionalista dei popoli che le abitano, a dispetto dell’idea utopica di comunione affannosamente rivolta a livellare idealismi e personalismi.
Fu così ai tempi della Rivoluzione Francese, nella Rivoluzione d’Ottobre, nelle innumerevoli guerre che hanno contrapposto eserciti d’uomini a pochi ma titanici maître à penser.
Il popolo, nel bene e nel male, alla fine ha vinto sempre.
Anche ieri ha vinto, nonostante le urne di cartone e le puerili irruzioni nei raffazzonati seggi di una guardia civil più confusa che persuasa.
Ma Demos ha la stessa radice di Demone nelle lingue moderne.

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