Attualità Recensione Film 08/10/2017 10:34 Notizia letta: 651 volte

Blade Runner 2049. Era proprio necessario?

Deludente
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“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”.

Un monologo passato alla storia. Era il 1982 e tutto il mondo conobbe Blade Runner, film diretto da Ridley Scott, un cult della fantascienza che ha travalicato il suo stesso genere. Sono queste le ultime parole pronunciate da Roy Batty, interpretato da Rudger Hauer dette al poliziotto Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford. La troupe applaudì, qualcuno si commosse pure durante il ciak, tanto la recitazione dell’attore con gli occhi di ghiaccio aveva commosso.

I replicanti, uguali in tutto e per tutto agli umani, vengono utilizzati come schiavi nelle colonie dell’extra-mondo. L’unica cosa che li differenzia dai normali esseri umani è la durata limitata della vita (quattro anni), la forza sovrumana, l’assenza di ricordi. Il film di Scott ci aveva incantato per la profondità della tematica: i replicanti ribelli soffrivano tanto quanto gli uomini, ed erano fuggiti perché non volevano più essere schiavi, ma uomini liberi. Quando si rendono conto che non è possibile prolungare la loro vita oltre i quattro anni, scoppia la rivolta. E la caccia all’uomo era emozionante, pur non potendo paragonare gli effetti speciali di allora a quelli di oggi. La Los Angeles di Blade Runner del 1982 era allucinata e sconvolgente, composta da un’umanità senza speranza che ogni giorno sopravviveva alla pioggia.

Era una Los Angeles cupa, violenta e soffocante, in perfetta sintonia con i personaggi del film. Le musiche dei Vangelis erano superbe, bellissime. Un capolavoro, insomma, tanto da essere inserito nella speciale classifica del 100 film da salvare. Da qualche giorno, è uscito l’attesissimo sequel: Blade Runner 2049, la cui gestazione è durata dieci anni. Stavolta, Ridley Scott firma la produzione, mentre la regia è affidata a Denis Villeneuve. Protagonista Ryan Gosling, nei panni di un “evoluto” replicante, l’agente K.: quelli del 2049, infatti, sono stati integrati meglio dagli umani, sono obbedienti e svolgono mansioni da polizia. Cacciano, o meglio “ritirano” i replicanti difettosi, o quelli di vecchio modello che tanti problemi avevano creato all’agente Deckard.

Non c’è più confronto fra umani e replicanti, ma fra replicanti e replicanti. Il film risulta insopportabilmente e inutilmente lungo: quasi tre ore. Tre ore mal spese, visto che l’intera vicenda poteva risolversi nel giro di un’ora e mezza. Inoltre, anche la grafica e gli effetti speciali non sono certo da premio oscar. Si è voluto strizzare l’occhio al film del 1982, introducendo Harrison Ford, arrivato giusto giusto per fare una comparsata che dà la svolta ad una trama scontata, e riproducendo una Los Angeles piovosa che però non dice davvero nulla rispetto a quella del 1982. La filosofia e la forza morale dei personaggi è andata completamente perduta: vi è solo un blablablare inutile sulla funzione dei ricordi e su come questi servano a generare emozioni.

Inutile ai fini della trama anche il personaggio femminile che accompagna l’agente K., Ryan Gosling. E anche volendo considerarlo un film a sé e non il sequel di un capolavoro, il film è comunque noioso, con una trama da telenovela. Si salvano soltanto le musiche, stavolta composte da Hans Zimmer. Un film di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Irene Savasta
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