Cronaca Catania 18/10/2017 09:09 Notizia letta: 1797 volte

Sgominata la gang del gasolio libico

Il carburante, trafugato dalla raffineria di Zawyia a 40 chilometri da Tripoli e trasferito via mare, veniva poi immesso nel mercato europeo
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Catania - Maxi operazione della procura di Catania che indaga su un traffico di petrolio che parte dalla Libia. Navi fantasma sarebbero state utilizzate per caricare il greggio destinato alle raffinerie nel nostro Paese. Tra gli arrestati c’è anche l’amministratore delegato della società MaxCom, Marco Porta. Un affare gigantesco che coinvolgerebbe anche numerosi esponenti delle milizie libiche dell’Isis. Già nei mesi scorsi la Guardia di Finanza aveva denunciato la possibilità che «le importazioni di petrolio da zone sottoposte al controllo delle organizzazioni terroristiche abbiano come terminali anche le principali raffinerie italiane». E per questo aveva evidenziato la necessità di «disarticolare ogni possibile frode nel settore degli olii minerali in modo da avere una valenza strategica nel contrasto al finanziamento al terrorismo».

Il gasolio libico veniva rubato dalla raffineria di Zawyia, 40 km a ovest di Tripoli. Poi scortato da miliziani libici armati fino alla costa e caricato su navi per essere trasportato in Sicilia. Da qui era venduto, con l’intermediazione di una società maltese, al mercato italiano ed europeo. Tre persone sono finite in carcere e altrettanti ai domiciliari: sono due maltesi, due libici e due italiani. Altri tre libici sono ricercati. In un solo anno di indagini, gli inquirenti hanno potuto verificare che dalla Libia sono stati rubati 80 milioni di chili di gasolio per un valore complessivo di 30 milioni di euro.

Gli arrestati sono Marco Porta, amministratore delegato della MaxCom; Fahmi Mousa Saleem Ben Khalifa, uno dei più potenti capi delle milizie libiche legate all’Isis; il catanese Nicola Orazio Romeo, indicato dai collaboratori di giustizia come uomo legate alla cosca mafiosa degli Ercolano; i cittadini maltesi Darren e Gordon Debono e il libico Tareq Dardar.

Khalifa - conosciuto col soprannome di «il Malem», il capo - era fuggito dal carcere nel 2011 con la caduta del regime di Gheddafi. Il miliziano, che stava scontando una condanna a 15 anni per traffico di droga, guidava un gruppo armato che controllava la zona costiera al confine con la Tunisia. E in particolare i porti di Abu Kammash e Zwarah. Era grazie a questo collegamento che la MaxCom riusciva a rifornirsi del gasolio rubato, sfruttando pescherecci modificati in navi cisterna. Queste navi, poi, giunte al largo di Malta, trasferivano il gasolio su petroliere controllate da società con sede legale sull’isola. Che proseguivano verso l’Italia, disattivando il dispositivo di identificazione per nascondere la propria posizione.

Il gasolio importato illecitamente dalla Libia era distribuito dalla MaxCom in Sicilia e Campania grazie a una rete di vendita composta da «società cartiere» che avevano sede a Catania e nel Siracusano e depositi in diverse zone dell’isola. Grazie a questo sistema, le società evadevano sistematicamente l’Iva. I carichi di gasolio libico, però, erano prima trasferiti nei depositi della MaxCom ad Augusta, Civitavecchia e Venezia. Qui il carburante, che per la quantità di zolfo presente sarebbe stato utilizzabile solo per le navi, era sottoposto a una serie di miscelazioni per trasformarlo in gasolio adatto alle autovetture. Soltanto dopo era immesso sul mercato italiano e in quello europeo, in particolare su Francia e Spagna.

L’amministratore delegato della MaxCom, Marco Porta, e i suoi collaboratori avevano iniziato a sospettare dell’attenzione da parte degli inquirenti dopo l’improvvisa attenzione mediatica sui traffici illeciti nel Mediterraneo. 

Redazione